ti aspetto, come sempre, come dall’inizio della nostra storia, come prima di capire che saresti stata tu a riempire la mia vita.
ti aspetto seduto su questa panchina che mi ha visto felice, preoccupato, allegro triste e sconsolato, irritato, impaziente ed emozionato.
mi chiedo quanto dovrò aspettare questa volta.
ricordo come ieri il nostro primo incontro; ti presentasti con quel vestitino a fiori, leggero e sbarazzino come la tua anima.
eri bellissima con il cappello di paglia, i sandali e la pelle abbronzata.
e fu in quel momento che capii che saresti stata tu la donna della mia vita.
capii anche che le grandi storie nascono sempre d’estate.
ti scusasti all’infinito ed io, all’infinito, ti perdonai sapendo già che ogni volta saresti arrivata in ritardo.
e non me ne importava niente; era quell’aspettarti che mi faceva innamorare di te, sempre di più; se non era su quella panchina era in libreria, o al caffè o al cinema.
smettemmo di andare al cinema o a teatro dopo circa un anno; il più delle volte vedemmo spettacoli iniziati o addirittura non ci facevano entrare.
tu sorridevi, sempre, ed io ti seguivo e finivamo a mangiare un panino per strada magari vestiti da première teatrale.
come eri bella con il tuo vestito da sera e le perle che ti eri comprata a quel mercatino in Giappone.
qualche volta provai ad imbrogliare sull’orario dell’appuntamento, ma non ci cascavi.
anzi.
aumentava il ritardo.
mi fregavi, sempre.
ma sapevi come farti perdonare, sempre.
arrivasti in ritardo alla cena coi nostri genitori, alla cena in cui ti chiesi di sposarmi e, manco a dirlo, ritardasti anche nel darmi la risposta.
agli amici che mi chiedevano preoccupati cosa mi avevi detto rispondevo che c’era tempo; in fin dei conti ti conoscevano pure loro.
non ricordo quanto dovetti aspettare la risposta, ma non ero spaventato solo avevo paura di non avere tempo, che sarebbe stato troppo tardi.
ma quando arrivasti, manco a dirlo, in ritardo, ad un banale aperitivo con altri amici e mi dicesti solo un semplice:
– Si.
pensai che si, era tutto perfetto come era stato pensato fin dall’inizio.
i tuoi ritardi scandivano il tempo delle nostre giornate e del nostro amore; e quando, una mattina assolata d’inverno, uscendo dal bagno mi dicesti:
– sono in ritardo..
ti guardai mentre gli occhi ti si riempivano di lacrime di gioia ed io mi unii a te.
la dottoressa confermò le nostre attese.
– il più bel ritardo della mia vita.
lo dicesti con gli occhi pieni d’amore.
non cambiò nulla; e anche Giulia ci fece aspettare: nacque con 10 giorni di ritardo sulla data di scadenza.
a scuola la portavo io, tu la svegliavi il sabato, la domenica ed i giorni di festa.
un nuovo ritardo, ed arrivò tra noi Nico.
in perfetto orario.
e fu una vita di ritardi e puntualità, scandita dall’amore.
e tutto andò avanti, quando Giulia ci fece conoscere il suo futuro marito tu capisti subito che sarebbe stato perfetto e la famiglia si allargò.
poi Nico, trovò anche lui l’amore della sua vita.
e poi matrimoni ed i nipotini; che gioie.
sospiro… è tanto tempo che lo faccio.. da quando tu…
mi pare che tu stia arrivando, è cambiato il vento e mi porta il tuo profumo; guardo l’orologio e non sono ancora le 15.
ho tempo ancora prima che tu arrivi.
guardo il cielo e non c’è una nuvola, tutto è splendente.
mi riparo gli occhi con la mano e guardo tra le foglie verdi, poi sospiro appoggiandomi alle ginocchia: le mani tremano un poco.
poi risento il tuo profumo, e alzando gli occhi ti vedo arrivare bella come sempre.
– ciao amore.
– ciao, sei in anticipo…
– posso sedermi cinque minuti?
– certo..
mi tieni la mano, la tua pelle è abbronzata e sei calda.
– come stai?
– stanco vita mia, stanco..
appoggi la testa sulla mia spalla, che bello risentire il tuo corpo a contatto con il mio.
– ce la fai a fare un pezzo di strada?
– si, credo di si..
ti alzi e mi guardi, il tuo viso è come quello di quella prima volta; non capisco.
– oh piccolo mio, andrà tutto bene..
mi tendi la mano, io la prendo e sento la forza ritornare.
mi alzo in piedi e tu sorridi.
– mi hai fatto aspettare tu stavolta…
mi sussurri all’orecchio.
i tuoi occhi brillano d’amore.
– mi spiace..
riesco a dirti a malapena, mi abbracci forte ed io posso finalmente riabbracciarti.
– andiamo… ci aspettano, non possiamo fare tardi..
ti prendo per mano e mi giro per vedere la panchina, per l’ultima volta.
e mi vedo, seduto sulla nostra panchina, gli occhi chiusi e sorridente.
– eccomi…

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