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compongo il numero sul cellulare.
me l’hai scritto tu su un tovagliolino quella sera di maggio in cui ci siamo incontrati al pub.
ero seduto al bancone a bere una Guinness, la seconda o la terza, non ricordo.
ero immerso nei pensieri quando ti sei seduta sullo sgabello accanto al mio.
ricordo che ti guardai di sfuggita: capelli neri che coprivano il viso, unghie smaltate, non di recente viste le sbeccature del colore: rosso mattone.
il resto non lo vidi.
controllai il cellulare, nessun messaggio e decisi di spegnerlo, era meglio per entrambi.
alle volte era dura capire quando era bene chiudere una storia.
normalmente io non lo capivo molto bene e rimanevo indietro mentre dall’altra parte c’erano solo idee chiare e precise.
finii la birra scura e fresca.
giocai con il sottobicchiere mentre aspettavo di decidere se ordinarne un’altra.
tirasti fuori il cellulare e rispondesti ad un sms.
poi ti girasti un attimo verso di me e i nostri occhi si incrociarono.
bam.
non boom, ma bam.
be’ c’è una notevole differenza tra bam e boom.
boom è un colpo di fulmine, ma proprio secco della serie che sei impanato due volte e fritto.
boom.
bam è come se qualcuno ti desse un coppino secco, non eccessivamente forte, e poi guardandoti ti indicasse la ragazza in questione come per dire: cazzo, ma l’hai vista bene?!
il bam con queste modalità credo succeda solo ai maschi, per le donne non so come funzioni; forse una gomitata leggera… boh non lo so, ma ebbi la netta sensazione che il bam lo sentisti anche tu.
il battito delle tue ciglia lunghe e nere spezzò quel bam in due e mi ritrovai a fissare la tua testa dall’alto mentre frugavi nella borsa, quando la tua ricerca finì i nostri sguardi si incontrarono di nuovo e il bam finì riunendosi al pre battito di ciglia.
mi sorridesti e io di rimando.
stavi per dire qualcosa e il barista si intromise tra tutti quei bam e ti salutò.
– ciao! –
– ciao – rispondesti tu girandoti – una media chiara bella ghiacciata –
– subito – poi rivolgendosi a me – Nico ancora una? –
– vai – risposi da bevitore consumato quale non ero.
il tuo cellulare si accese e tu, ridendo, leggesti l’sms.
ero un po’ invidioso.
a me non aveva scritto nessuno per tutta la sera.
grazie, era una settimana che mi ero chiuso in me stesso dandomi malato al lavoro e rimanendo praticamente a letto tutto il giorno, per uscire solo la sera a mangiare e bere qualcosa, soprattutto bere.
birra.
scura.
guinness.
il barista pose le birre sul bancone.
– non mi è mai piaciuta la Guinness – fu la prima frase che mi rivolgesti.
– troppo amara? –
– abbastanza –
parlavi e tenevi lo sguardo dritta davanti a te.
avevi le mani sul boccale e lo stringevi come per aggrapparti a qualcosa di solido.
– preferisco quelle chiare e frizzanti – lo dicesti con un sorriso.
girandoti verso di me mi guardasti coi tuoi occhi castani grandi e profondi.
forse avrei dovuto dire qualcosa, tipo piacere sono Nico.
o solo piacere.
o solo Nico.
tirasti su il boccale per brindare.
– a che cosa? – chiesi facendo tintinnare i boccali.
– a me –
– a te –
poi ricordo solo che ci spostammo a un tavolino, lontano dal bancone e i boccali aumentavano con il passare del tempo.
parlammo per non so quanto tempo, tu eri un fiume in piena e ti lasciavo parlare perché mi piaceva la tua voce.
parlammo di tutto quello di cui si poteva parlare la prima volta che ci si incontrava.
interessi, famiglia, piatti preferiti e poi libri e futuro; del passato non ne parlammo.
come se appartenesse a un altro, fosse cosa non interessante o comunque di cui vergognarsene.
– ultima? – chiesi io guardando l’ora: erano quasi le tre del mattino.
– no, io mi fermo qui ho la macchina e non vorrei mai andare a sbattere da qualche parte… –
ti alzasti e, chiudendo gli occhi, ti toccasti la punta del naso senza mai sbagliare una volta.
– perfetto –
– visto che brava? –
– già –
– tu? –
– io aspetto che chiudano così smaltisco un po’ e poi abito vicino, faccio due passi fino alla spiaggia e poi a dormire –
– se aspetti ancora un po’ fai colazione –
ridesti di gusto e io con te.
ti salutai con la mano.
– ah io mi chiamo Nico –
– piacere – ti mordesti il labbro inferiore e mi salutasti con la mano andando al bancone.
rimasi seduto come un idiota a guardarti uscire senza fermarti, senza nemmeno chiederti come ti chiamassi.
passai la successiva ora a pensare alla serata che si stava trasformando in tempo trascorso, in passato.
andandosi ad aggiungere al resto del passato che la mia testa infilava in una busta sottovuoto che poi chiudeva in un cassetto della mia memoria.
e quando aprivo quei cassetti i ricordi erano appannati, era colpa della plastica con cui li conservavo dal trascorrere del tempo.
ma i ricordi devono invecchiare, non si può, un giorno, aprirli e vederli spuntare fuori come nuovi: non va bene, fa malissimo perché è come se si rivivessero di nuovo come allora.
non gli si da il tempo di maturare e macerare, fino a sbiadirsi e non fare più male.
quando mi alzai la testa girava un poco, pagai e Carlo, il barista, mi diede un foglietto.
– non chiedermi il nome… lo so ma non te lo dico –
aprii il tovagliolino e c’era il numero di telefono, il tuo.
arrivai fino in spiaggia tenendo il foglietto ben stretto tra le dita della mano, il cellulare, sempre spento, nell’altra.
ah quante volte avrei voluto accenderlo per chiamarti e sentire la tua voce provenire dal presente e non più dal passato.
ma non lo feci e cacciai il foglietto nella tasca dei miei jeans preferiti e il ricordo lo misi in una busta.
devo solo schiacciare il tasto verde per chiamarti.
quando lo farò i ricordi usciranno da quel cassetto e mi travolgeranno, ma non è ancora passato troppo tempo.
in fondo sono ancora in tempo.
– ce n’hai messo di tempo –
– ciao –

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