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avviso ai lettori: testo contenente linguaggio scurrile. totalmente inventato, ogni riferimento a fatti, persone o luoghi è puramente casuale.

rispondi rispondi, dai cazzo.
niente.
il telefono squilla a vuoto e poi scatta la segreteria.
– vodafone… –
chiudo la chiamata.
fa caldo, sento il sudore colare lungo la schiena, alzo il volume della radio a bomba.
ma la canzone che mi piace viene interrotta dalla voce dello speaker che ciancia su non so bene cosa, lo mando a cagare mentre tiro fuori l’ipod.
un po’ di contorsionismo per recuperare il cavo audio da collegare all’autoradio da un tanto al chilo, tanto la macchina è quello che è, poi una volta collegato faccio partire gli Slipknot.
mi ci vuole un po’ di carica con All hope is gone.
già tutta la speranza se n’è andata, anche la mia che tu risponda al telefono.
guardo l’ora: sono quasi le 18 meno 20, per la precisione le 17:36 e sto correndo in autostrada cercando di raggiungerti prima che ti perda per sempre.
o forse sto solo cercando di raggiungere il tuo ricordo.
non lo so nemmeno io.
ultimamente sono vissuto troppo nel passato per vedere quello che mi stava accadendo intorno.
fanculo Nico.
ultime chiamate, riproviamo.
– vodafone – scatta subito la segreteria, stavolta il numero potrebbe essere impegnato in un’altra conversazione.
butto giù.
cazzo, le vedrai tutte ‘ste chiamate, o no?
qualcuno mi fa i fari.
nello specchietto una macchina scassata quanto la mia mi supera con agilità.
guidava una ragazza tutta attenta alla guida, chissà dove andrà così di fretta?
certo che la fa correre quella carretta.
corresse anche la mia forse ti raggiungerei in tempo.
la tentazione di richiamarti c’è, ma mi trattengo.
almeno per altri 10 minuti.
come minimo mi beccherò una denuncia per stalking.
certo che adesso con tutti ‘sti mezzi di comunicazione (smartphone, tablet, pc e poi facebook, twitter, whatsapp e blog) cadere nel reato di stalking è più che facile, facilissimo.
ma chissene, come mi dice ogni tanto una mia cara amica romana.
e il chissene dovrei dirlo a te, che sei sparita senza darmi una fottuta spiegazione, dal tramonto all’alba hai fatto le valige e te ne sei andata.
e invece sono qui a correre con ‘sto catorcio che non sta più insieme per cercare di recuperare qualcosa che hai rotto tu.
perché sei tu che mi hai tradito, e fosse stata solo una scappatella l’avrei potuto anche accettare, ma no, hai insistito e non l’hai manco nascosto agli amici più cari, i miei, che quando uscivamo assieme la sera ci guardavano con aria stranita e io confondevo quell’aria come: guarda come stanno bene assieme.
guarda come stanno bene assieme un cazzo.
ecco qual era la verità.
ci è voluto Luca, una sera, davanti a un paio di birre con doppio giro di whiskey a farmelo capire, mi ha aperto gli occhi a forza di schiaffi.
e tu lo sapevi che mi avrebbe fatto vedere la verità.
mi ha tenuto a bere e parlare fino all’alba e quando sono tornato a casa non c’eri.
ti avrei voluto dire che niente era perduto, che tutto si poteva ancora sistemare e che ti amavo ancora.
mi sono seduto sul divano dell’ikea comprato una domenica pomeriggio d’inverno mentre fuori nevicava.
iniziò a piovere, un temporale estivo, di quelli che durano poco ma che se sei in giro ti inzuppano come un pulcino.
alzai ancora il volume e perso nei miei pensieri mi accorsi che erano già passati i 10 minuti che mi ero promesso di aspettare prima di chiamarti.
di nuovo.
prendo il cellulare in mano, ma poi lo lascio cadere sul sedile affianco, il tuo posto dove appena partivo ti addormentavi.
non lo facevi apposta, ti addormentavi su qualsiasi mezzo di locomozione salivi.
pure il bus per andare al lavoro, infatti avevi preso l’abitudine di alzarti prima, troppo prima, per andare al lavoro a piedi.
mamma mia che coglione.
e lo ero ancora di più adesso che stavo correndo da te.
per un attimo alzai il piede dall’acceleratore, saltai l’uscita ma non l’autogrill successivo.
fermai l’auto e rimasi seduto per qualche minuto.
mi guardai in giro per vedere se c’era la macchina che mi aveva superato prima; niente, si vede che aveva davvero fretta.
mi augurai che fosse arrivata in tempo, almeno lei.
la pioggia aveva lasciato spazio ad un cielo stellato e scesi per andarmi a prendere una birra.
respirai l’aria dell’estate che stava arrivando.
e mi maledissi perché vivevo nel passato.
presi una bottiglia di estrella e la bevvi appoggiato al cofano caldo dell’auto.
ripartii veloce verso l’orizzonte scuro; arrivai all’aeroporto e riconobbi la macchina che mi aveva surclassato parcheggiata alle partenze, parcheggiai la mia lontana.
poi mi avviai a passo veloce verso il terminal delle partenze, dove la gente si saluta con le lacrime agli occhi e nel cuore.
per un motivo o per l’altro si piange sempre quando qualcuno parte.
alzai lo sguardo verso il cartellone delle partenze.
il tuo volo era già partito.
me l’aveva detto Giulia quale avresti preso, e fino all’ultimo sono stato incerto se venire fin qua; e forse non avercela fatta, fermandomi pure a bere una birra, denota la mia poca voglia di vederti ancora una volta per fare cosa poi?
fermarti?
implorarti in ginocchio di non lasciarmi?
– Nico? – la tua voce manda a puttane tutti i miei propositi.
mi giro e sei bellissima con quel vestito che ti comprasti al mare in Spagna.
i tuoi occhi brillano, non so cosa vuoi dirmi, ma so cosa voglio dirti io.
– ah Michela –
– dimmi – pendi dalle mie labbra.
– ma vaffanculo va! – mi giro e me ne vado lasciandoti li.
e sto meglio.
decisamente.

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