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[seduto a un tavolino aspetto te]

ho un sogno ricorrente.
ossessivo, quasi.
e lo faccio sempre a occhi aperti.
rimanere sul treno.
farmi portare dove vuole lui.
saltare la mia fermata e guardare il panorama che cambia.
e poi scendere là dove mi porta l’anima o il cuore o, semplicemente, il pensiero o la voglia del momento.
una pazzia.
forse non lo sono.
o forse coraggio.
e sicuramente non sono coraggioso.

un treno.
una valigia; no, non piena di sogni.
che per quelli basta la mia testa.
libri.
la mia macchina fotografica.
e qualcuno da raggiungere.
perché in un viaggio c’è sempre qualcuno da raggiungere.

e poi c’è sto pensiero che mi frulla in testa da stamattina.
ma ogni volta che ci penso, sfugge.
e in sto pensiero ci sono io, alla fine di uno dei miei viaggi.

sto seduto al tavolo di un bar e leggo un libro.
non importa quale.
facciamo: Il calore del sangue.
della Némirovsky.
che è quello che da un po’ mi porto in giro, ma che non ho ancora iniziato a leggere.
ok.
ci sto io, seduto a sto tavolo di un caffè e ho appena ordinato un mojito.
ci sta la menta fresca, dice la cameriera.
carina.
forse un po’ troppo bionda.
non me ne vogliano le bionde lettrici alla lettura, ma ho una passione per le rosse e poi per le more.
forse è un po’ troppo bionda per il mio standard di bionda.
vabbè, lascio perdere che sto a incasinarmi sempre di più.
e mentre aspetto sto mojito guardo il cellulare, rileggo gli ultimi sms prima di sedermi al quel tavolino.
anzi leggo proprio il penultimo, più volte.
– tu ordina che io arrivo… 10 minuti e sono lì –
– bacio –
questo è l’ultimo.
per un attimo mi chiedo cosa ci sto a fare lì.
si, la città è bella ma niente di speciale.
si fa fotografare, ma nasconde i suoi profili migliori.
non è sfacciata.
mi chiedo se sia venuto qua per lei.
forse si.
ma ho come una strana sensazione addosso.
che ci sia qualcosa di sbagliato.
non in lei.
ma nella situazione.
in fin dei conti ho deviato dal mio viaggio per cosa?
una storia d’amore?
la storia d’amore?
quella con la “s” maiuscola che la eleva a qualcosa di superiore?
no.
l’amore l’ho lasciato a casa, chiuso in un cassetto della scrivania, avvolto in un panno di velluto rosso come il sangue.
che all’amore, quello degli altri, credo ancora, al mio, invece, decisamente meno.
e quindi mi sono fermato qui, ho fatto due foto e mi son seduto al tavolo del bar dove mi hai detto tu.
e ho seguito alla lettera tutti i punti che mi hai dato come nei film di spionaggio.
che mi sembra di essere un agente segreto.
e il libro non l’ho ancora aperto.
e non so manco quando lo leggerò.
forse nel prossimo viaggio.
sul prossimo treno.
e intanto la cameriera mi porta da mangiare.
sgranocchio noccioline e penso a lei, al suo sorriso, alle sue espressioni buffe e al suo broncio.
che mi piace quando tiene il broncio.
ci sono persone che sono nate con il dono di piacere anche con il broncio.
penso ai suoi occhi e sorrido.
arriva il mojito e sono pure passati i dieci minuti.
non ti sei ancora fatta vedere.
e dire che odi i ritardatari.
vibra il cellulare.
– mi spiace –
uhm non mi sembra un buon segno.
– non verrai, vero? –
– no –
metto giù il cellulare, bevo il mojito mangiando pizza e noccioline e tramezzini.
pago.
non guardo più il cellulare finché non mi alzo per andarmene.
– girati, scemo –
voltandomi ti vedo e sorridi.
sorrido pure io.

e poi verrà sera.
e poi verrà mattina.
e ci sarà un altro treno.
un altro viaggio che si andrà ad aggiungere agli altri.
con un ricordo in più.

e poi uno si scrolla di dosso il sonno che ha e si prende un bel caffè.
e va a lavorare.
con zero voglia.
che poi, per viaggiare, non è che occorra muoversi molto.
alle volte basta fare un salto in centro e sedersi al tavolo di un caffè.
a caso.
magari in riva al mare.

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