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aprì gli occhi con il sole che filtrava dalle persiane semichiuse.
rimase per un attimo fermo, immobile sul letto a guardare i riflessi del mare sul soffitto bianco.
immacolato.
si tirò su.
si sentiva lo sciabordio delle onde contro il piccolo molo proprio sotto la finestra.
preparò la moka in silenzio.
la via si iniziava a popolare di voci.
i pescherecci stavano rientrando e i gabbiani ne annunciavano l’arrivo con alte grida.
mentre aspettava il caffè si andò a fare una doccia fredda.
amava il brivido dell’acqua la mattina.
non si asciugò nemmeno, si infilò il costume e aprì le persiane facendo entrare il sole.
rimase a guardare la gente che passava sotto il terrazzino cercando di indovinare che lavoro facevano o che cosa passasse loro per la testa.
era un gioco che faceva sempre; immaginare la vita degli altri.
deformazione professionale di fotografo saltuario e scrittore professionista.
uno di quelli che si guadagnava il pane riempiendo le pagine di parole.
era sempre stato il suo sogno da bambino.
scrivere per se stesso e per gli altri, raccontare le storie che aveva dentro.
e aveva funzionato.
c’era riuscito.
a dispetto di quelli che non credevano in lui.
a cominciare dal maestro delle elementari che vedeva nei suoi racconti, nelle sue invenzioni, solamente un bambino che non sarebbe mai cresciuto.
solo perché guardava il mondo con occhi differenti dagli altri suoi compagni di classe.
ogni volta che un suo libro o una raccolta di racconti venivano pubblicati brindava alla sua salute.
addirittura il primo libro lo dedicò a lui e lo invitò anche alla presentazione.
non venne.
rimase un po’ deluso.
ma poi si accorse che sarebbe stato solo per appagare un senso di superiorità che non gli apparteneva.
il suono del caffè che veniva su lo riportò al presente.
si versò una bella tazza di caffè nero e fumante e ci mise dentro tre cucchiaini di zucchero di canna.
di quello che non si scioglie nemmeno se lo giri mezz’ora.
che rimane poi sul fondo e lo raccogli con il cucchiaino o, se non ti vede nessuno, con il dito indice.
rimase a sorseggiare il caffè guardando le casse di pesce che venivano scaricate a terra.
gli era venuta voglia di cozze e gamberi e fece un cenno con la mano al suo amico pescatore.
– cozze? – gli chiese con un sorriso bianco tra le rughe color cannella del viso.
– si, e aggiunga pure una manciata di gamberi –
– ottima scelta – gli rispose quello – oggi sono magnifici – staccò con un gesto secco la testa a un gambero e ne succhiò il resto così, crudo.
– facciamo due manciate – aggiunse pregustando il sapore dolce e salato dei gamberi.
– basta così? – gli chiese mettendo tutto in un sacchetto di carta.
– si –
– allora glieli lascio al ristorante, così li tengono al fresco – e chiamò un garzonetto, un bambino di nemmeno 12 anni che l’estate faceva la spola dal molo alle case dei turisti per racimolare un po’ di soldi.
– grazie – disse bevendo l’ultimo goccio di caffè.
rientrando in casa si aiutò, con il dito, a raccogliere i grani dello zucchero di canna resi ancor più marroni dal caffè.
mangiare con le dita era un gesto che lo riportava indietro nel tempo, quando a farlo per lui era la madre con il dito sporco di yogurt.
bevve un bicchiere d’acqua fresca e lavò la tazza lasciandola scolare nel lavabo di marmo grigio.
prese pinne, maschera e boccaglio, l’asciugamano e un libro e uscì di casa.
gli piacevano il fresco e la penombra che regnavano perenni nelle scale, era come se custodissero un segreto.
aprendo la porta il caldo lo colpì forte, ma era già con la testa al mare e non ci fece caso, anche se sentiva già colare le gocce di sudore lungo la schiena mentre si arrampicava per le strade del paese per raggiungere una caletta nascosta tra gli scogli a un paio di chilometri dall’abitato.
la strada pedonale passava in mezzo a ginestre e belladonna.
giallo, rosso, rosa e bianco gli facevano da corona tra i canti delle cicale e le agavi che spuntavano, ogni tanto, con i loro lunghi fiori.
segno che presto sarebbero morte.
quindici minuti di strada e poi si vedeva la caletta in basso, a destra.
l’acqua era trasparente, in alcune ore del giorno sembrava quasi non esserci.
era già un po’ che ci veniva, da quando l’aveva scoperta l’anno prima a fine estate.
alzando gli occhi verso sinistra c’era un piccolo gruppo di case; non vi aveva mai fatto caso, ma oggi tirando su la testa vide una finestra aperta e una ragazza, dai capelli lunghi e dal colore indefinito, stava stendendo le lenzuola appena lavate.
erano così bianche nel sole che davano quasi fastidio.
si coprì gli occhi con la mano destra e poi scese le scalette verso la caletta.
arrivato in fondo guardò ancora verso l’alto.
la ragazza non c’era più.
le lenzuola sbattevano al sole bianche e lucenti.

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