si era svegliata presto e male.
che poi, più che il risveglio, era stata la notte a essere passata male.
si era rigirata nel letto per buona parte della notte.
con la testa piena di pensieri.
troppi.
aveva provato a lasciarli fuori.
aveva provato a respingerli e chiuderli fuori dalle porte della notte per affrontarli alla luce del sole.
senza riuscirvi.
quindi sogni e pensieri si erano avvicendati nella notte senza darle tregua.
ansie e paure l’avevano avvolta come un lenzuolo appiccicoso.
e più volte si era svegliata scalciando come per levarselo di dosso.
così era arrivato il mattino.
tirandosi su si passò la mano sul viso e si accorse che forse la sveglia era stata, infine, un sollievo.
da sotto veniva su il profumo di caffè e di torta al cocco.
sua nonna si era svegliata praticamente all’alba e molto probabilmente aveva già avviato il pranzo e la cena.
che donna instancabile.
alzandosi da letto si tirò dietro le lenzuola e raccolse i pochi indumenti che stavano sulla sedia di legno.
infilò tutto in lavatrice e per un attimo pensò di infilarcisi pure lei, per darsi una bella strigliata e poi stendersi al sole e farsi cullare dal vento di mare.
si accontentò di una bella doccia e poi, avvolta da un asciugamano leggero, scese al piano di sotto.
sua nonna era dietro a preparare da mangiare.
– buongiorno – le disse – stai un po’ meglio stamane? – le chiese girandosi e porgendole una fetta di torta.
– ora si – le rispose con un sorriso.
adorava sua nonna.
adorava l’estate passata da lei in quella piccola casa a tre piani.
sulla scogliera, a picco sul mare.
ricorda quando era piccola e sua nonna la portava a prendere i limoni sulla collina dietro il piccolo paese.
erano così gialli che sembravano piccoli soli appesi ai rami tra le foglie verde scuro.
e il mare lá sotto.
con le onde contro gli scogli.
bianco e blu.
blu e bianco.
la spuma bianca.
e le piaceva guardare il mare e poi il cielo e poi ancora io mare finché la testa non le girava e si lasciava andare sull’erba, all’ombra dei limoni.
sotto quei piccoli soli sognava.
e inventava storie.
allora sua nonna si sedeva accanto a lei e, accarezzandole i lunghi capelli castani, le raccontava le storie di lei da bambina.
quando correva con le sorelle su per la collina a fare a gara a chi arrivava prima al grande limone.
i limoni.
c’era sempre un cesto di quei magici frutti sul tavolo di marmo bianco della cucina.
le scorze spesse e profumate che bastava avvicinarli al viso per indovinarne la succulenza acida e fresca.
– hai urlato – le disse la nonna sedendosi al tavolo per pulire i fagioli.
– davvero? – corrugò la fronte e cercò di ricordare che sogni aveva fatto, che cosa l’aveva fatta urlare.
niente.
si ricordava solo quella sensazione di appiccicoso.
come un lenzuolo sudato che ti tiene stretto e ti soffoca a ogni giro.
ma non c’erano grida nei suoi sogni.
– si – rispose con calma sua nonna – ma quando stavo per venire da te hai smesso, ho aspettato e poi ho sentito il tuo respiro farsi normale e ho potuto riposare tranquilla –
lei sorrise capendo il significato delle sue parole.
tranquilla per lei, la sua nipotina, che avrebbe avuto sempre 6 o 7 anni.
non di più.
mangiò la torta bevendo una tazzina di caffè.
come lo faceva sua nonna nessun altro era capace.
nessuno.
– ti serve una mano? – le chiese lavando la tazzina.
– no, tesoro, fai pure le tue cose… sei in vacanza – la guardò sorridendo.
le diede un bacio sulla fronte abbronzata e rugosa piena di macchie e di lentiggini.
sapeva di lavanda.
– grazie nonna –
in quella casa tutto era rimasto fermo a vent’anni prima.
niente tv o caloriferi, c’erano delle piccole stufe nelle stanze e in cucina invece una grande stufa a legna serviva per cucinare e riscaldare.
ricordava fin da piccola che la stufa in cucina restava sempre accesa; estate e inverno, giorno e notte.
l’unica cosa moderna era il televisore che le aveva regalato per tenerle compagnia durante le sere da sola.
ma sua nonna non era mai da sola.
d’inverno c’era sempre qualcuno che veniva a trovarla per ricordare i bei tempi e fare la maglia davanti a una buona tazza di tisana bollente.
mentre fuori il mare ruggiva la sua rabbia contro gli scogli.
era stata poche volte in inverno, perlopiù durante le vacanze di Natale, dalla nonna e si spaventava sempre per il forte rumore delle mareggiate.
però quello stesso rumore la cullava fino a farla sprofondare in un sonno ristoratore e sereno.
da quanto non faceva un sonno così.
tornò di sopra e, aspettando che la lavatrice finisse, mise un po’ d’ordine tra le sue cose.
rifece il letto con calma mentre la lavatrice faceva la centrifuga.
era un vecchio modello che ancora faceva il suo dovere.
un sacco di volte aveva cercato di convincere sua nonna a cambiarla, ma niente da fare.
diceva che finché funzionava l’avrebbe tenuta.
dalla finestra entrava il sole e il cielo era blu.
alcuni gabbiani volteggiavano sopra la scogliera scrutando il mare alla ricerca di pesce.
decise che sarebbe andata in paese a prendere un nuovo costume e poi tornando sarebbe andata alla caletta sotto casa.
si sentiva stupida a non esserci mai andata.
gli anni passati si faceva 3 chilometri in bici per arrivare fino alla spiaggia di sabbia e conchiglie.
quest’anno voleva rimanere più vicina a casa.
più vicina a sua nonna.
più vicina al passato.
accese il pc per ascoltare un po’ di musica e stese le lenzuola e gli asciugamani.
le piaceva il profumo del sapone di marsiglia, la sensazione di pulito che mandava.
e poi oggi le lenzuola erano splendenti nel sole.
mentre sistemava per bene le mollette per evitare che il vento facesse volare via la biancheria vide un uomo arrivare dal paese.
si guardava in giro tra gli oleandri e le agavi in fiore.
un asciugamano in spalla e le pinne con maschera e boccaglio in una mano.
si fermò a osservarlo.
la maglia bianca faceva contrasto con la pelle abbronzata.
gli ricordava qualcuno.
forse l’aveva già visto in paese.
lui si fermò e prima di scendere per la caletta guardò verso l’alto, proprio nella sua direzione.
come se si fosse accorto che lei lo stava guardando.
lei distolse lo sguardo, come se lui potesse vederla negli occhi.
fece finta di sistemare le lenzuola e poi rientrò in camera.
aspettò qualche secondo, forse uno o due minuti.
quasi trattenendo il fiato.
quando si riaffacciò vide soltanto la schiena di lui che sistemava l’asciugamano in spiaggia.
si sentì stranamente viva.
e sperò che lui rimanesse a lungo alla caletta.

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