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la caletta prendeva il sole fin dal primo mattino e le pietre piccole, grigie e piatte, erano già calde.
vi stese sopra l’asciugamano e toltosi la maglietta si avviò a piedi verso il mare.
le onde erano piccole.
quasi assenti.
infilò le dita dei piedi nei sassi neri e piccoli del bagnasciuga.
l’acqua era fredda, ma non troppo.
rimase così, a muovere le dita tra i sassolini, per un po’.
poi si avviò piano piano verso il largo.
un passo alla volta.
l’acqua lo rinvigoriva.
poggiò i palmi delle mani sulla superficie piatta del mare, era calda.
come una creatura viva.
fece scorrere le mani facendo saltare le mani come scafi lanciati a folle velocità sulle onde.
era un gioco che faceva sempre da bambino.
come i sassi piatti, che si scagliano da riva, saltavano le sue mani.
poi si tuffò.
mani in avanti, occhi aperti.
senza battere i piedi riemerse una decina di metri più avanti, dove non si toccava più.
si passò la mano sul viso strizzando gli occhi che bruciavano per il sale.
diede uno sguardo alle lenzuola che sbattevano placidamente nel sole, come le ali di un gabbiano.
la finestra era aperta; rimase ad aspettare, come ipnotizzato, che lei si riaffacciasse.
niente.
si girò e diede qualche bracciata a stile libero, per sgranchire i muscoli.
prese fiato, a lungo.
poi si immerse, ancora.
compensò tappandosi il naso e si aggrappò a una roccia sommersa ricoperta di alghe.
rimase così.
coi piedi che ondeggiavano in alto, sopra di lui.
poi lasciò che l’aria dei suoi polmoni uscisse in milioni di bolle dalle narici.
le guardava salire verso il blu.
poi si sganciò e salì piano piano, dando un solo colpo con i piedi.
riemerse prendendo fiato.
alla finestra non c’era nessuno.
arrivò a riva con poche bracciate e prese le pinne lasciando stare la maschera e il boccaglio.
guardò al largo: non c’era nessuno.
solo una boa che segnalava la presenza di una secca a circa settecento metri.
guardò ancora una volta verso l’alto e stavolta vide una signora anziana, dai capelli grigi che lo guardava.
sostenne il suo sguardo e poi fece un cenno con la testa prima di entrare in acqua.
si infilò le pinne e prese a nuotare con ampie e lunghe bracciate.
teneva gli occhi aperti sott’acqua, gli piaceva vedere la scia delle bollicine che la sua mano destra lasciava quando si immergeva.
la mano abbronzata, le bollicine bianche sullo sfondo verde smeraldo del mare.
c’era un senso di pace, come lo zen.
quella mano, con la sua scia, erano come un mantra.
unite e indissolubili.
lo rendevano calmo e sereno.
tirò su la testa che non mancava molto alla boa.
la toccò una ventina di bracciate dopo.
era fredda, metallica.
si fermò a prendere fiato tenendosi con entrambe le mani.
immerse la testa per vedere la catena che la teneva ancorata al fondo.
c’erano mitili attaccati ai suoi anelli, come gioielli d’ossidiana incastonati su di una collana lunghissima che si perdeva nel verde fondo.
la secca era poco prima della boa, come una balena bianca giaceva sul fondo.
immobile.
prese fiato più volte e poi si immerse e con un paio di colpi di pinna la raggiunse e ne sfiorò la superficie con le dita della mano destra.
uno sbuffo di sabbia bianca si sollevò e lui rimase a guardarla affascinato.
gli piaceva stare immerso, senza rumori e senza pensieri.
contando solo sui suoi polmoni.
riemerse vicino alla boa e cercò con lo sguardo la finestra con le lenzuola stese.
si vedevano ancora meglio da lontano.
sorrise e se ne tornò lentamente verso riva.

si mise un vecchio costume non ancora logoro; nero, che le piaceva per come s’intonava con la sua abbronzatura.
un vestito leggero sopra e le infradito.
scese di sotto a salutare la nonna.
la trovò alla finestra.
non la disturbò, chissà magari stava pensando al nonno.
un abile pescatore.
le era sempre piaciuto suo nonno; grandi mani forti e un sorriso aperto al mondo, gli occhi grigi pieni di vita e i capelli bianchi come la neve che contrastavano con la pelle abbronzata da mille soli e dal sale del mare.
si versò un bicchiere d’acqua fresca.
aveva tutto un altro sapore rispetto a quella di città.
sapeva d’estate, di vita.
ne bevve tre, di bicchieri, mentre la nonna stava ancora alla finestra; fece come un cenno della testa, come un saluto.
si girò e sorrise alla nipote.
– pronta per andare al mare? –
– faccio un salto in paese a prendermi un costume nuovo che questo ormai è quasi logoro… – si avvicinò alla finestra.
guardò fuori e vide la scia bianca delle pinne nell’acqua verde e blu della caletta.
tracciò con gli occhi una rotta e vide che andava verso la boa.
– brava – le disse sua nonna.
– torno prima di pranzo – le disse girandosi.
la nonna rispose con un sorriso di chi la sa lunga.
– ti aspetto per pranzare –
– si – le diede un bacio e fece per uscire quando sua nonna la chiamò.
– tieni – le passò, nella mano chiusa, una banconota da 10 euro.
lei, aprendo la mano, quasi stava per mettersi a piangere.
le vennero alla mente i ricordi di quando, da piccola, andava al mercato con sua mamma.
sua nonna, prima che uscissero, le infilava in tasca qualche moneta perché si comprasse una caramella o un giocattolo.
lei però conservava quei pochi spiccioli con cura come fossero il tesoro più prezioso al mondo.
mormorò un grazie sussurrato.
perché le lacrime non uscissero.
le tenne con sé come un tesoro, prezioso.
prese la bici che stava a sonnecchiare nel cortile tra rosmarino, salvia e maggiorana.
controllò che le gomme fossero gonfie e salendo infilò il vestito sotto il sellino.
si buttò in discesa verso il paese.
prese la strada più veloce, sarebbe passata dalla pedonale al ritorno.
non c’era molto traffico al mattino e comunque quel poco che c’era andava in direzione contraria.
verso le spiagge a levante, oltre casa di sua nonna.
non dovette pedalare molto perché la discesa arrivava sino in paese.
le piaceva andare in bici, la faceva sentire viva e felice.
libera.
libera di andare dove voleva e di farlo con la forza delle proprie gambe.
ricordava le gite con la mamma.
chissà se l’avrebbe raggiunta.
aveva tanto lavoro, ma magari nel weekend sarebbe arrivata con il suo carico di allegria e di sana follia.
adorava la sua famiglia.
sua nonna e sua mamma erano esempi da seguire.
e ne era fiera.
un fischio la riportò al presente.
si fermò al segnale del vigile.
quando la riconobbe la salutò con un sorriso.
avevano praticamente la stessa età e da piccoli giocavano assieme con altri bambini.
era sempre stato innamorato di lei.
lei no.
era simpatico, a suo modo anche carino, ma non si era mai mosso dal paese.
lei invece da quando aveva 16 anni era sempre stata in giro.
città e nazioni diverse.
lavoro e piacere mischiati assieme.
– allora, quando mi dirai di si? – le chiese con un sorriso a quarantotto denti.
si era candidato pure a sindaco.
sperava con tutte le forze che nessuno lo votasse.
era una persona mediocre.
ecco cosa aveva che non andava.
scrollò la testa e ripartì infilandosi nel primo vicolo a destra, bloccò la bici nella rastrelliera con la catena e si diresse verso il mercato settimanale.
ci trovava sempre un sacco di cose interessanti.
anche qui un sacco di ricordi le affiorarono al cuore.
il profumo di crema abbronzante, le erbe aromatiche sui banchetti di gastronomia locale.
quando lo slowfood era ancora da inventare qua era tutto slow.
e poi la lavanda.
era dappertutto.
ed era meravigliosa.
da vedere e da annusare.
si lasciò trasportare dai profumi e si perse tra i banchi colorati di spezie.
alla fine comprò un costume nero, simile a quello che indossava.
le piaceva il nero.
guardò l’orologio.
– mannaggia! – erano quasi le 12.
tornò quasi di corsa alla bicicletta.
il suo amico vigile la salutò con un cenno della mano, ma lei tirò dritta.
liberò la bici e si infilò nella via principale; facendo la pedonale ci avrebbe messo 5 minuti ad arrivare alla caletta.
spinse sui pedali e corse via scampanellando a tutto spiano.
le persone si scostavano al suo passaggio.
i capelli si muovevano nel vento e il vestito sbatteva qua e là che si era dimenticata di infilarlo sotto il sellino.
sulla pedonale c’era silenzio.
si sentivano solo le gomme sulla strada e le cicale tra gli oleandri.
girò l’ultima curva e quasi mise sotto un pedone che veniva verso di lei.
lo scansò e tirò dritta; c’era ancora un rettilineo in discesa prima di arrivare alla caletta.

rimase sdraiato sulle pietre calde della caletta per un bel po’.
non era stanco, ma gli piaceva il calore del sole sulla pelle.
teneva gli occhi aperti e guardava il cielo blu: c’erano alcune nuvole e un paio di aerei che lasciavano scie bianche e vaporose.
gli veniva voglia di viaggiare.
per lavoro l’avrebbe fatto tra non molto, ma lui voleva viaggiare per il puro piacere di farlo.
avrebbe voluto prendersi un anno di pausa da conferenze e presentazioni per rilassarsi sul serio.
senza pensieri sul domani.
chiuse gli occhi.
si lasciò cullare dal frangersi delle onde e si addormentò.
quando aprì gli occhi l’acqua, prima lontana, gli lambiva i piedi.
si tirò su.
il sole era alto in cielo.
si sentiva riposato e aveva fame.
si rimise la maglietta e prese su tutta la roba.
le cozze e i gamberi se li sarebbe tenuti per cena, gli era appena venuta voglia di linguine allo spada.
fece le scalette che portavano alla pedonale.
il mare, a un certo punto della salita, scompariva alla vista e all’udito.
rimanevano solo le cicale a tenergli compagnia.
gli ricordavano le estati passate tra i campi a rincorrersi con gli amici dell’infanzia.
con uno o due era ancora in contatto.
uno aveva avuto da poco il secondo figlio mentre l’altro girava il mondo a fare l’attore e il regista teatrale.
ed era bravo.
ogni tanto si vedevano, cercando di conciliare gli impegni di tutti e tre.
e solitamente accadeva che si trovavano a bere birra nel pub dell’adolescenza o in un ristorante, di due cari amici, in cui si mangiava e si beveva divinamente.
era sovrappensiero quando una ciclista per poco non lo investì.
meno male che lei aveva avuto i riflessi pronti e l’aveva schivato praticamente all’ultimo.
non gli chiese nemmeno scusa.
e lui non le disse nulla.
scrollò la testa e riprese i suoi pensieri.
ci mise un po’ a capire.
i capelli.
non era possibile che due ragazze avessero quell’indefinito colore di capelli.
specie in un paese così piccolo.
si fermò e si girò.

quella maglietta l’aveva già vista.
quell’andatura l’aveva già vista.
tirò i freni facendo sgommare e derapare la bici.
rischiò di cadere ma si puntellò con il piede sinistro.
chiuse gli occhi e sentì solo il canto delle cicale.
rivide lui venire dal paese e poi la schiena mentre sistemava l’asciugamano.
girò la bici e tornò indietro.

fece un passo in avanti.
chiuse gli occhi e la rivide sistemare le lenzuola al sole.
da vicino, anche se di sfuggita, si disse che era ancora più bella.
fece un altro passo e oltre al canto delle cicale sentì il rumore delle pedalate, delle ruote che giravano e venivano verso di lui.
si fermò in mezzo alla strada.
aveva la gola secca.

non sapeva cosa avrebbe detto, né cosa avrebbe fatto.
si sentiva la gola secca.
ma si sentiva viva.
girò la curva.

sbam.

frenò in tempo.
appoggiò entrambi piedi per terra e si guardarono negli occhi per un attimo che sembrò durare una vita.

lui sentì uno sbam secco.
lei sentì uno sbam secco.

si sporse dalla finestra perché a un certo punto si sentirono solo i canti delle cicale.
niente mare.
niente gabbiani.
niente sbattere delle lenzuola dal piano di sopra.
guardò il cielo blu.
poi abbassando lo sguardo li vide.
così fermi in quell’aria immobile.
così piccoli.
come due bimbi che si incontravano per la prima volta e non sapevano bene che fare.
se farsi una linguaccia e girarsi, tornando per la propria strada.
oppure…
oppure decidere che non si sarebbero mai separati.
e, in un modo o nell’altro, non l’avrebbero mai fatto.
il canto delle cicale riprese.
come sottofondo a un incontro che nessuno avrebbe mai dimenticato.
nemmeno le cicale.
gli oleandri.
e il cielo.
e i gabbiani.
e quelle lenzuola bianche, stese ad asciugare.
e lei li guardava, attenta.
li vide avvicinarsi senza sapere bene chi aveva fatto il primo passo.
quando si assicurò che tutto sarebbe andato bene sorrise.
guardò ancora una volta il cielo e poi apparecchiò la tavola.

la gola era secca.
la gola era secca.
il sudore colava sugli occhi e bruciava.
il sudore colava sugli occhi…
sorrise.
– ciao – all’unisono.
e sorrisero.
al sorriso era già andato.
poi si perse nei suoi occhi.
chi fu il primo a perdersi non lo seppero mai.
uno passo in avanti.
all’unisono.
ancora.
– senti… –
– …si poteva… –
– … cenare assieme… –
– … stasera… –
una parola dopo l’altra.
un passo finché non furono che a pochi centimetri l’uno dall’altra.
la bici in mezzo.
lei si toccò la punta dei capelli.
arrossì.
– scusa ho dei capelli… –
– … perfetti –
sorrise.
lei e lui.
sorrisero.
– quindi vanno bene? –
– si –
– perché? –
– perché se fossero stati banalmente neri, castani o biondi non ti avrei riconosciuta poco fa e avrei continuato per la mia strada… –
– ah –
arrossì di nuovo.
– quindi per stasera va bene? –
– si –
perfetto.
tutto era perfetto.
si salutarono con un cenno della mano.
si girarono.
lui si fermò.
lei si fermò.
– da me –
– da te –
sorrisero.
arrossirono entrambi.
lei provò a dirgli dei capelli.
– sono… –
– … perfetti –
– si, tu sei perfetta –
arrossì.
– a stasera –
lo dissero all’unisono.
poi si girarono e, con il sorriso di un bimbo che si alza la mattina prestissimo per aprire i regali, ognuno se ne va per la propria strada.
sapendo che presto si unirà a quella dell’altro…

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