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le dita tamburellavano veloci sul tavolo di legno ricoperto di scritte e incisioni.
la mano sinistra reggeva la testa mentre gli occhi erano persi nel vuoto davanti a lui.
il boccale era a metà.
decidete voi se metà pieno o metà vuoto; al momento a lui non importava, aveva anche perso il conto a proposito del numero di birre bevute quella sera.
stava ancora pensando a quella mattina.
era in giro per fare un po’ di foto quando la incontrò; ma lei non si era accorta che lui l’aveva vista.
camminava da sola, cuffie in testa e senza fretta; muoveva leggermente le labbra cantando chissà quale canzone.
gli passò accanto senza accorgersene, presa dai suoi pensieri e dalle sue canzoni. mani in tasca camminava da sola.
aveva fatto per chiamarla, sarebbe bastato allungare il braccio e prenderle il bavero della giacca.
lei a quel punto si sarebbe voltata risentita, ma poi avrebbe sorriso vedendolo.
e a lui piaceva quando sorrideva.
sembrava quasi che gli occhi le brillassero ogni volta che sorrideva.
e a lui piaceva.
ma l’aveva lasciata passare, era sfilata davanti a lui a distanza di un braccio e non l’aveva fermata.
da quel momento la giornata era cambiata, come il film Sliding Doors.
in una realtà spostata di qualche centimetro in avanti il braccio di lui era scattato ad acchiapparla, lo vide distintamente davanti a se, ma un cane arrabbiato lo riportò alla sua, di realtà, e la vide sparire tra la gente con la testa che si muoveva a ritmo di musica.
e la sua giornata cambiò, in peggio.
si prese un attimo per decidere il da farsi e poi andò in direzione opposta.
quasi in direzione ostinata e contraria.
ai suoi desideri.
e così, alla fine, si era ritrovato a girare da solo a fare foto vedendola comparire nelle sue inquadrature, e tutte le volte abbassava la macchina fotografica per vedere se ci fosse realmente, davanti all’obiettivo.
niente.
scattò non seppe nemmeno lui quante foto; scattava a raffica cercandola tra la gente, riempiendo scheda su scheda come un soldato svuotava i suoi caricatori contro i fantasmi della notte in trincea, ad aspettare un nemico che non sarebbe mai arrivato.
un nemico che non sarebbe mai arrivato finché lui avesse continuato a vederlo in ogni ombra, in ogni cespuglio dalla notte.
e così lui, scattava foto e le immagazzinava nelle sue schede di memoria.
centinaia di foto incomplete.
la sua testa le immagazzinava così: incomplete.
ogni foto occupava uno spazio preciso all’interno della sua mente febbricitante; se avreste potuto vedere le due realtà, quella dei centimetri in avanti, e la sua, sovrapponendole le foto sarebbero state finalmente complete.
con i sorrisi di lei a renderle perfette, a renderle sensate.
riempì il suo caricatore di tutte le foto che poté e venne sera.
senza accorgersene si trovò solo, ci sarebbe stato anche abituato non fosse stato per tutti i fantasmi che si era portato dietro tutto il giorno.
la solitudine era ancora maggiore, il peso quasi insopportabile da portare.
più dello zaino con la macchina, gli obiettivi e il cavalletto che sbatacchiava sulla schiena.
non voleva tornare a casa.
fece il giro largo cercandola negli ultimi passanti che tornavano a casa per cena.
si fermò a pensare in Piazza. seduto su una panchina di legno si lasciò andare a un sospiro che si teneva dentro dal momento in cui l’aveva vista passare davanti a lui.
qualche centimetro sufficientemente lontana dal suo cuore, quanto bastava perché il suo braccio rimase fermo, lungo il corpo.
si diede dello stupido.
a voce alta che tanto era solo.
sospirò ancora una volta, come fanno alle volte i bambini quando si rassegnano.
– una birra – disse poi ad alta voce.
gli fece strano sentire la sua voce.
si accorse che non aveva parlato per tutto il giorno.
ultimamente gli capitava spesso, troppo spesso.
si alzò, raccogliendo tutte le forze che gli erano rimaste si diresse verso un locale, un pub che gli avrebbe mitigato quella sensazione di solitudine allungandola con della birra fredda e buona.

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