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si era svegliata con quella canzone in testa.
era un’aria conosciuta, ma le parole, proprio quelle che cercava non le venivano in mente.
non sapeva nemmeno bene il perché; forse l’aveva sentita alla radio o magari la sera prima mentre tornava a casa.
fatto sta che si era ritrovata a canticchiarla scendendo le scale.
usava parole a caso.
parole prese in prestito da altre canzoni, che però si adattavano perfettamente a quella giornata di sole.
era freddo quando uscì dal portone.
aveva delle commissioni da fare in centro, poi avrebbe pranzato fuori con un’amica che non vedeva da tempo e poi al lavoro.
amava il suo lavoro, ci si dedicava anima e corpo.
si pentì di non aver preso il berretto, ma aveva le cuffie dell’iPod che le riparavano le orecchie. le piaceva la sensazione di frizzantino che l’aria del primo mattino le dava sulla pelle; anche se, a dirla tutta, si pentiva di aver lasciato il caldo del letto.
nessun messaggio sul cellulare, era un po’ che lui non si faceva sentire; andava a periodi e quello era un periodo no.
giusto un messaggio ogni tanto, ma niente di che.
stava per scrivergli quando decise di non farlo, che se voleva si facesse sentire lui.
si ritrovò seduta sull’autobus e si era già dimenticata la canzone misteriosa, mise su una playlist a caso, giusto per distrarsi mentre i suoi pensieri si focalizzarono sulle cose da fare.
si perse a guardare fuori dal finestrino, gli occhi grandi e verdi fermi. immobili e fissi su qualcosa che vedeva solo lei.
li chiuse per un attimo.
le lunghe ciglia le facevano ombra sugli zigomi, si morde un labbro e alzò il volume dell’iPod.
scese al capolinea e si infilò nel flusso di gente che andava al lavoro o verso i primi negozi che avrebbero aperto a breve.
teneva lo sguardo fisso, davanti a se, le cuffie bianche ben piantate in testa camminava però lentamente.
in contrasto al suo stato d’animo.
il suo cervello le faceva brutti scherzi.
quando non voleva pensare a qualcosa iniziava a girarci intorno, come un avvoltoio intorno a una carogna.
pensava a lui.
e ci si arrabbiava e tanto. che non lo capiva, non ce l’aveva mai fatto a capirla.
non capiva come lui non potesse capirla, lui così bravo a leggere libri non riuscisse a leggere nei suoi occhi.
così limpidi e cristallini.
si arrabbiò così tanto che a un certo punto si fermò: aveva perso la strada.
si girò indietro, non capiva se doveva svoltare la prossima a destra o quella dopo ancora.
fece mente locale e poi controllò le insegne dei negozi.
si avviò a passo deciso e non prese la prima a destra, come tra l’altro avrebbe dovuto, si mise a canticchiare la canzone che la playlist passava e teneva gli occhi fissi davanti a se.
se avesse girato ci sarebbe andata a sbattere la faccia, letteralmente.
e invece proseguì.
e quando girò, decisa, si accorse di aver sbagliato.
ci rimase male e diede ancora la colpa a lui.
tornò indietro togliendosi le cuffie quasi con rabbia; lui era già sparito tra la folla.
fece tutte le sue commissioni. un po’ con scocciata.
aver sbagliato strada quella mattina l’aveva messa di cattivo umore.
si vide poi a pranzo con la sua amica che le fece un sacco di domande; era single ormai da un po’ e la sua amica si era eletta a Cupido personale.
ma era una battaglia persa con lei, era una ragazza che non si faceva condizionare dalle idee degli altri.
ragionava con la sua testa.
alle volte sbagliava, ma se lo faceva voleva che fosse tutta colpa sua.
o di lui.
andò al lavoro e finalmente la testa si mise su altri binari.
e si sentì sollevata.
non guardò il cellulare fino alla pausa che si prendeva di solito a metà turno; un caffè nella caffetteria vicina.
non c’era nessun messaggio, ci rimase male.
ogni tanto si chiedeva cosa aveva che non andava in sè.
sembrava che il suo carattere allontanasse gli uomini.
ma, si sa, gli uomini sono tutti uguali.
a parte lui.
e questo la rendeva furiosa.
finì di lavorare e tornando a casa in treno scambiò un po’ di messaggi con la sua amica.
cupido.
la fece ridere un po’ e le strappò una mezza promessa per una birra in serata.

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