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– 1…2…3…4…5
– che fai?
– conto.
– me ne ero accorto.
– 6…7…8…9…10
– quindi?
– quindi che cosa?
– che cosa conti, pecore?
– no.
– ah.
– ah, cosa?
– niente.
– pensi non sia importante?
– non lo so, dimmelo tu.
– non capiresti.
– potrei stupirti.
– mattoni.
– scusa?
– mattoni! sto contando mattoni.
– mattoni?
– che sei sordo?
– no.
– 11…12…13…14…15…
– mattoni…
– si.
– fai il muratore?
– una specie.
– ah.
– che c’è?
– niente.
– come niente? hai detto: ah.
– bè mi pare normale che io abbia detto: ah.
– vuoi spiegarmi, per favore? non mi è molto chiaro.
– dicevo: ah.
– fanculo.
– come sei volgare.
– ha parlato il santarellino.
– tzè.
– comunque non mi hai ancora risposto, io almeno l’ho fatto.
– mattoni, ah…
– ancora?
– mi facessi finire…
– ecco, vedi di finirla.
– mattoni, ah… decisamente strano.
– no.
– no?
– assolutamente.
– spiegami.
mi alzo.
– adesso dove te ne vai?
– a prendere una boccata d’aria.
– non c’è abbastanza aria qua?
– davvero, tu non capisci.
– allora spiegami.
– davvero vuoi capire?
– si.
mi fermo davanti a lui.
– sicuro?
– si, sicuro, siediti e spiegami tutto quanto.
– ok.
– bene.
– vedi i mattoni? quelli ammassati laggiù?
– si, li vedo, è quelli che stai contando, giusto?
– si.
sospiro. mi versa un bicchiere d’acqua; pare quasi che stavolta faccia sul serio.
che abbia davvero voglia di starmi a sentire.
– conto i mattoni che sono in quel mucchio per sapere quanti ce ne sono, per fare un muro.
– un muro?
lo guardo.
– perché vuoi costruire un muro?
– per tenere fuori le cose.
– sai che non è facile.
– cosa?
bevo mentre lui si siede difronte.
– strapparti le parole di bocca.
– già.
– comunque vuoi tenere fuori le cose.
– si, tutte, prima che tu mi chieda quali.
– perfetto.
– perfetto. l’ho sempre pensato.
– era ironico.
– ah. per un attimo ci speravo quasi.
– che ti stavo capendo?
– già, che stupido.
– vedi, ho capito cosa vuoi fare, forse l’avevo già capito quando mi hai risposto mattoni.
– e allora?
– e allora? capire quello non era difficile, il difficile sta nel comprendere perché lo vuoi fare…
– per tenere fuori le cose.
– sembri un po’ paranoico.
– forse lo sono.
– forse lo siamo tutti.
lo disse con un mezzo sorriso.
– questo dovrebbe farmi sentire meglio?
– no, penso di no.
– e allora…
– perché l’ho detto?
– già.
– perché così siamo tutti uguali.
– anche tu?
– no, in effetti io no.
– già, tu sei quello superiore, quello che andava bene a scuola e usciva con le ragazze più belle.
– già. quello sono io.
– fanculo.
– sei ostile oggi; comunque stiamo divagando.
– già.
– quindi vuoi lasciare fuori le cose?
– si.
– anche me?
– credo troveresti il modo per strisciare tra i mattoni per entrare.
– non so se prenderlo come un complimento o meno.
– fai tu.
– già. faccio io.
bevo tutta l’acqua e vorrei berne ancora, ho la gola asciutta a forza di parlare.
– allora, mi spieghi o no?
– basta.
– basta? in che senso?
– dio, alle volte sai essere davvero ottuso.
– capita anche ai migliori.
– comunque basta, voglio che tu te ne vada e mi lasci solo.
– sicuro?
– di volerlo?
– di farcela…

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