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alla fine se ne va e resto solo.
ormai sono poche le volte che sono davvero da solo.
così riprendo a contare.
dovrei anche mangiare, mi costringo a mangiare perché sennò non avrò le forze per contare, per mettere uno sull’altro quei mattoni messi in un angolo.
conto e sistemo.
sistemo e conto.
– ciao.
– oh, ciao.
cammina dietro di me, lo sento sospirare.
– che c’è?
– uh, niente, vedo che sei andato avanti…
– ma?
– non ho detto: ma.
– c’è sempre un ma, con te.
– già.
rimane in silenzio, posso quasi sentire i suoi pensieri che si muovono dentro di lui.
– ma…
– come volevasi dimostrare…
– niente finestre?
– non ci avevo fatto caso…
– quindi?
– quindi… quindi… quindi…
– butti giù tutto?
mi giro e lo incenerisco con lo sguardo.
– era per dire…
si sposta alla mia destra.
– qua ce ne starebbe bene una.
– di cosa?
– di finestra… c’è una bella vista.
mi alzo, siamo alti uguali, gli occhi vedono le cose dallo stesso punto di vista.
– già.
rispondo con poca convinzione.
– mica devi farla enorme.
– ci penso su.
– ok.
continuo il mio lavoro, un mattone dopo l’altro e mi ritrovo a tirare su un’altra parete.
quando mi giro lui non c’è più, di nuovo.
lascio lo spazio per la finestra, non troppo grande e manco piccola.
giusto per vedere il bel panorama che c’è.
continuo a lavorare anche dopo cena; mi sono dato una scadenza ben precisa.
anche perché prima è, meglio è.
poi crollo sul letto, esausto e senza la forza di togliermi i vestiti di dosso.
mi addormento che ancora conto, sento le dita che si contraggono attorno a mattoni invisibili.
non ho più niente da contare.
ho finito.
finalmente.
al mattino mi sveglia il sole che entra dalla finestra.
è caldo sul mio viso.
mi tiro su e lui, sempre lui, è seduto alla tavola della cucina.
– buongiorno.
– già.
il caffè è sul fuoco e la moka sta borbottando.
– grazie.
prendo lo zucchero, e metto le tazzine con due cucchiaini.
– io…
– si lo so, lo prendi senza zucchero.
– già.
– ho finito.
– ho visto.
– che ne dici?
– sai come la penso.
– ti ho fatto una semplice domanda, cazzo.
– non ti scaldare.
mi alzo a spegnere sotto la caffettiera.
– allora, che ne pensi?
– oh il lavoro è perfetto, non c’è uno spiffero e sembra tutto molto solido.
– già, solo che…
– bè.
– su, dai, mica ti mordo…
– vedo che hai fatto la finestra… ci sta bene, davvero.
– si, lascia entrare la luce giusta.
– solo che…
– dimmi.
non sono arrabbiato, solo stanco, spossato.
– la porta.
– c’è.
– si, ma…
– cristo! c’è sempre un ma con te!
– per forza!
sbatte le mani sul tavolo facendo saltare le tazzine, ancora vuote.
lo guardo.
– scusa, non volevo.
lo dice con sincerità, mortificato.
gli verso il caffè, gli trema leggermente la mano quando prende la tazzina.
mi guarda, è spaventato.
sa che anche per me è cominciata così.
– la porta.
dice finalmente, con un filo di voce.
– c’è.
gli rispondo.
deve appoggiare la tazzina al tavolo, gli cadono un paio di gocce che macchiano la superficie bianca, immacolata.
– si, vedo.
– ma non va bene, vero?
è a disagio, si guarda attorno come se ci fosse qualcuno che ci guarda.
ma adesso è impossibile.
– è troppo piccola, per entrare mi sono dovuto chinare.
– lo so.
– l’hai…
deglutisce.
– l’hai fatta apposta?
– si.
mi sento calmo, superiore.
– non… non capisco…
– dovresti.
si guarda le mani, tese in avanti, che tremano.
– cosa sta succedendo?
ha gli occhi pieni di terrore.
mi volto per non guardare.
sento solo il suo respiro, rotto, che si fa più veloce.
chiudo gli occhi forte.
li stringo e conto.
conto.
conto.
quando mi giro sul tavolo c’è la mia tazzina, mi guardo le mani che tremano ancora un poco, poi alzo lo sguardo.
e i miei occhi incontrano i miei.
nello specchio.

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