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premetto subito che l’idea non è mia,  l’ha avuta Nana diamo a Nana quel che è di Nana.
io provo a scrivere quello che mi è apparso in testa in quel momento.
si parlava di foto e di rubare l’anima, e allora ho risposto dicendo che sarebbe stata al sicuro su ben due o tre hard disk.
per sicurezza.
non per il peso, che dicono che l’anima pesi 21 grammi.
ora posso iniziare, seguendo il flusso di pensieri che sta arrivando, prima che se ne vada in questa splendida mattina di sole.

Tempo: Avanti nel futuro di qualche anno.
Luogo: Una città grossa, indefinita.

squilla un telefono nella notte o nel giorno , sono mesi che ormai non li distingue più.
vive nel buio del suo loculo,  sempre connesso a internet; esce poche volte solo di notte o quando piove, e ormai piove sempre e quando non è acqua è una neve sporca che scende giù da un cielo grigio e piatto come l’asfalto.
esce con la sua macchina fotografica e ogni tanto scattava qualche foto se vedeva cose che lo attiravano.
ultimamente si era focalizzato o, per meglio dire, era ossessionato dagli occhi.
non da tutti però.
ora puntava gli occhi verdi.
ma a parte quelli della sua gatta non ne aveva visti molti.
Non si ricordava dove, ma aveva letto che gli occhi verdi stavano ormai sparendo, come i capelli rossi.
una storia di geni recessivi. o qualcosa del genere.
leggeva sempre un sacco di cose: libri, articoli di giornali, forum e siti web.
i monitor erano sempre accesi, ognuno trasmetteva qualcosa di diverso: canali tv giapponesi, serie tv, previsioni del tempo che tanto erano sempre uguali e nessuno sbagliava più ormai, social network con cui rimaneva in contatto con le poche decine di persone che si sentiva di poter chiamare amici.
di quelli ne conosceva la metà di persona, le altre stanno solo immagini e parole.
gli piacevano le immagini, ne era sempre stato affascinato soprattutto quelle dove si vedevano gli occhi.
gli occhi erano gli specchi dell’anima.
glielo diceva sempre sua mamma quando lo guardava fisso nelle pupille per capire se mentiva o meno.

si lasciò andare sullo schienale della poltrona e si stirò.
la gatta sonnecchiava sul calorifero perennemente acceso, si alzò per farsi un caffè bollente e poi decise che era venuto il momento di uscire.
le previsioni davano una tregua di un paio d’ore prima che la pioggia si trasformasse in neve sporca.
una volta gli piaceva la neve, era così bianca e lucente…
mentre si scaldava la tazzina si tagliò i capelli, lo faceva da solo con una macchinetta comprata per non spendere soldi dal barbiere.
gli piaceva portare i capelli corti.
il caffè lo faceva arrivare dal Brasile, lo acquistava direttamente sul sito internet del produttore.
era molto attento negli acquisti.
soprattutto per il caffè e le attrezzature elettroniche.
uscì dopo aver bevuto il caffè dall’aroma fragrante e leggermente speziato.
l’aria era fredda, quasi frizzante, lo smog era diminuito a causa dell’esaurimento dei giacimenti di combustibili fossili.
le stelle.
le stelle erano una delle cose che gli mancava di più.
aveva acquistato un proiettore olografico di stelle e galassie, lo teneva praticamente sempre acceso. quando entravi in casa passavi per la Via Lattea, era un vero spettacolo.
anche se niente era comparabile con le stelle vere. c’era parecchia gente in giro a quell’ora, anche se non sapeva bene che ora fosse di preciso, la leggeva in ogni momento su tutti gli schermi che aveva attorno, ma non gli rimaneva mai ben impressa.
fece un paio di giri per l’isolato ma non si ritenne soddisfatto e se ne andò al centro commerciale vicino a casa.
si appoggiò a una balaustra per guardare dall’alto la fiumana di gente che si muoveva: parevano tante piccole formiche.
formiche che si dannavano l’anima, per vivere un po’ meglio. per tirare avanti fino al giorno dopo.
lui aveva imparato. teneva un profilo basso e faceva due o tre lavori per sopravvivere.
gli riusciva abbastanza bene.
mentre era perso nei propri pensieri vide un paio di poco verdi in mezzo alla folla, fu un attimo.
poi li perse e fu preso come da una smania incontrollabile, come se dovesse finire il mondo.
tirò un sospiro di sollievo quando li ritrovò.
una ragazza piccolina li portava in giro con nonchalance o come cavolo si diceva.
scattò un paio di foto con lo zoom ma non fu contento del risultato.
mentre sistemava le impostazioni della macchina, a capo basso, un paio di stivali entrarono nel suo campo visivo.
– ehi –
si fermò, incapace di fare altro.
– disturbo? –
finalmente si fece forza e alzò la testa.
gli occhi verdi erano lì davanti a lui.
– uh –
– sei un fotografo o uno stalker? – le chiese lei – o tutte e due le cose – aggiunse con un sorrisino.
– no, non sono uno stalker –
– meno male –
le dita presero a muoversi da sole strappandosi la pelle, piccole stille di sangue iniziarono a uscire.
– sono un ricercatore – le rispose dopo qualche secondo di silenzio.
– che ricerchi, ragazze basse? – chiese lei divertita e un poco impertinente.
– no, no, occhi, occhi verdi – rispose subito lui.
– posso vedere? – chiese lei spostandosi al suo fianco.
– non sono venute benissimo – si scusò lui.
– é il soggetto che non va – fece lei alzando la spalle.
– no, ero solo troppo lontano – disse lui di rimando.
– non é che vuoi rubarmi l’anima, vero? –
– no, io non rubo l’anima con le mie foto, le tengo al sicuro sui miei hard disk –
– pesa così tanto o è per sicurezza? – chiese lei incuriosita dallo strano tipo.
– sicurezza, dicono che l’anima non pesi poi tanto –
– già, l’ho sentito dire anch’io –
calò il silenzio.
fuori iniziò a scendere la neve.
gli occhi verdi osservavano con attenzione ogni singolo fiocco che veniva giù.
lui prese la macchina e le fece una foto.
– ehi – fece lei – così non vale, non mi sono messa in posa –
– sono quelle che vengono meglio – ribatté lui facendole vedere la foto.
lei approvò annuendo.
– ora la salverai su tutti i tuoi hard disk? –
– certo –
– sicuro che non mi vuoi davvero rubare l’anima? –
– no, giuro –
– non sarebbe carino –
– no, non lo sarebbe –
di nuovo calò il silenzio.
uno di quelli non imbarazzante o fastidioso, come se fossero sintonizzati su una radio lontana.
– quindi farai un backup della mia anima –
– uh –
– che c’è? –
– niente, non ci avevo mai pensato –
– a cosa? – chiese lei avvicinandosi un poco.
– che sono dei backup –
– e cosa potrebbero mai essere se non quello? –
– ricordi –
lei rimase un po’ con l’aria pensierosa.
– ora devo andare – disse poi stiracchiandosi.
lui la guardò senza dire una parola.
– tieni – le porse un biglietto da visita olografico – nel caso volessi mandare anche a me una copia di backup – sorrise guardando le mani di lui che erano tutte rovinate.
– grazie – lo mise in tasca – te la manderò sicuramente –
– ci conto –
– certo, stai sicura –
la guardò allontanarsi e poi decise che era ora di andare verso casa, aveva fame e voleva mettere al sicuro quell’unica foto.

to be continued…

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