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io sono un po’ strano, non amo le vacanze classiche, quelle dei villaggi turistici. preferisco viaggiare in luoghi dove ci sono cose da vedere e da fare che non sia stare in panciolle su una spiaggia a crogiolarsi al sole.
sia ben chiaro: non ho nulla contro le persone che lo fanno, anzi le invidio per come riescono a rilassarsi.

io invece sono sempre in movimento, non mi fermo quasi mai.

e poi la sera torno a “casa”.
sì perché l’albergo lo chiamo casa.
mi viene naturale farlo. non che a casa ci stia male, ma trovo casa in ogni posto che vado.
quest’anno è toccato a Lione chiamare casa un piccolo albergo del centro.
la stanza era proprio piccola, ci stava giusto il letto, un comodino, un piccolo scrittoio sotto al televisore appeso al muro. l’armadio era una nicchia ricavata nel muro e il bagno aveva giusto lo spazio minimo per la tazza, il lavandino e la doccia era davvero microscopica, nascosta dietro una tenda bianca.

ma è stata casa…

ma quest’anno qualcosa è cambiato.
quest’anno avevo una vera casa che mi aspettava.
una casa vera, con le pareti solide e alte, coi pavimenti in legno che scricchiolavano al passaggio, con le alte finestre da cui entrava la luce del giorno, con una cucina e un sacco di stanze e armadi nascosti nel muro.
e giochi di bimbo sparsi per terra e “Shaun vita da pecora” in dvd e in tedesco.
una casa che non mi aspettavo.
una casa dal cuore caldo e accogliente.
una casa dove sentirsi bene.
una casa che faceva dimenticare di essere in vacanza.
non so come spiegarmi.
era come essere proprio a casa.
era un piccolo cuore caldo in un’altra città diversa dalla mia.
e so che quel cuore, quando si muoverà verso altri luoghi sarà sempre un porto sicuro dove fare rotta.
sarà esagerato, ma vi assicuro che la sensazione provata è stata quella e andarmene è stato davvero difficile, perché sono stato proprio bene.

“Fare la valigia al ritorno di un viaggio è sempre complicato. Non tanto per le cose che compri e non sai dove far stare… quanto per quello che hai aquisito, non acquistato. Senza nulla togliere ai viaggi precedenti questo mi ha lasciato qualcosa in un momento in cui ne avevo veramente bisogno.
Forse non sapevo di cosa avevo realmente bisogno. Forse non so nemmeno cosa mi “sono portato via” o cosa mi hanno donato, ma so che ne avevo bisogno e adesso andare via è difficile come non è mai stato.
Potrei dire di poter chiamare “casa” un posto diverso da casa mia, dove tra meno di 24 ore sarò di nuovo.
Forse è esagerato, dirà qualcuno. e forse potrei dargli ragione, in un’altra dimensione.
Sono stato accolto come un vecchio amico e come un amico me ne sono andato.
Certo di portarmi nel cuore le persone che mi hanno accolto così generosamente voglio dire che finchè non ci rivedremo serberò i minuti passati assieme con cura.
Lo prometto su Cthulhu Nadia.
grazie.”

ho scritto questo post la sera prima di partire, quando cercavo di sistemare le cose dentro la valigia.
che è sempre difficile farcele stare tutte, stavolta era impossibile farcela.
mi ha lasciato un carico di calore e umanità come non mi accadeva da tempo, tanto tempo.
non so se riuscirò a spiegarmi e a farvelo comprendere, ma ci voglio provare.
non ti conoscevo se non per la voce, che era una voce tra tante, anni addietro. una voce che poi è diventata un viso su Facebook.
su Facebook cerco di avere tra gli amici le persone che mi piacciono sul serio, persone che non riesco a vedere o sentire tutti i giorni e persone che non ho mai visto, ma che sento di avere qualcosa in comune.
quest’anno ho preso la decisione di incontrare quelle persone che non conosco dal vivo.
piano piano arriverò da loro con la mia piccola valigia e la mia macchina cattura istanti e sarò felice di averli conosciuti.
loro non so.
anche se di solito sono una persona educata e discreta, alcuni dicono fin troppo.
ma gli anni e le esperienze mi hanno reso così, forse un po’ rude e distaccato, ma vi assicuro che sotto sotto batte un cuore.
capace di emozionarsi ancora per un sorriso e una parola dolce e sincera.
giuro, ho provato a fare lo stronzo, ma non ne sono davvero capace.

meglio così.

non lo farei nemmeno bene.
ma non è di me che volevo parlare, no.
volevo parlare di te e volevo ringraziarti sul serio per tutto quello che avete fatto in questi giorni.
non mi avete fatto sentire un estraneo, mi avete accolto a braccia aperte e avrei voluto stringervi forte tutti e due prima di partire.
forse quello di cui avevo bisogno (mamma mia quante volte ho ripetuto questa parola in questo post) era sentirsi così: benvoluto.
almeno questo è quello che ho percepito; io non so che impressione posso aver fatto.
molti amici mi dicono che non sono un tipo facile, che sto sulle mie.
dicono che sono rispettoso dell’altro e che tengo la mia vita privata per me.
ho imparato a farlo con gli anni, ho imparato a lasciarmi andare poco alla volta e mai al primo incontro.
ho imparato a scriverlo qua.

però quello che mi è rimasto addosso è stata una sensazione di calore e di accettazione come mai mi era capitato.
forse mi manca questo, o meglio forse avevo bisogno di essere accolto.
davvero, se penso a voi penso a casa.
è stata una bella esperienza, tre giorni che sono parsi di più.
pastis e champagne.
zio viene.
le foto, le centinaia di foto.
la cena da Chez Abel e il vino in fondo alla via (tra l’altro l’unica cosa che sono riuscito a offrire).
sono tutte cose che serberò nel cuore, con cura.
i cappuccini al mattino che mi hanno salvato da una colazione sicuramente terribile.
insomma grazie per tutto.

davvero di cuore.
grazie.
(se sembra troppo esagerato fa lo stesso: m’importa sega).

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