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una notte. 
l’orologio della cucina ticchettava i secondi, il suono rimbombava nel silenzio della notte. 

era interrotto dal vento e dai miei sospiri, che non riuscivo a prendere sonno. 

non sapevo nemmeno che ore fossero, mi rigiravo nel letto da quando mi ero messo sotto il piumone; era cominciato il freddo vero, quello che faceva ghiacciare le pozzanghere per terra e che regalava cieli azzurri e tersi come un cristallo. 

ma i cieli sopra la mia testa non erano il centro del mio pensiero. 

no, in questo momento eri di nuovo tornata tu. 

era bastata vederti la sera prima perché la fiammella riprendesse vigore, e perché riuscissi a focalizzare di nuovo i miei pensieri sui tuoi occhi e le tue spalle scoperte. 

ci eravamo incontrati per caso, avevo voglia di bermi una birra con un paio di amici di vecchissima data, roba che si torna indietro nel passato di almeno 20 anni se non di più. 

fatto sta che eravamo lì a bere e raccontarci cazzate e che succede?

la musica cambia, il proprietario conosce i miei gusti in fatto di musica e infila il disco dei Coldplay, Parachutes, nel cd e che accade?!

mi vieni in mente tu. 

sono alla seconda birra e i pensieri partono per la tangente; inizia tutta una serie di collegamenti visivi e olfattivi che manco Proust in acido avrebbe potuto immaginare – altro che madeleiene – è tutto si accentra e si concentra in una piccola luce gialla. 

arrivano agli occhi le immagini di te seduta al tavolino davanti a me. 

guardo le tue dita danzare sul calice del bicchiere di vino rosso. 

dura un attimo, ma mi pare tu sia stata con me tutta la sera. 

mi riprendo quando tiriamo fuori vecchi ricordi di scuola, o meglio dei dopo scuola a cazzeggiare giocando a D&D. 

tant’è il seme si è di nuovo svegliato, come in una primavera precoce si è messo in moto un procedimento che non so come fermare. 

usciamo dal locale che è l’una passata, il freddo è intenso e mi da una svegliata, ci fermiamo sotto casa mia a fare gli ultimi discorsi dei nottambuli, una sigaretta uno e l’altro il messaggio della buonanotte alla fidanzata che aspetta a casa, io invece gioco con le chiavi di casa in tasca: sono fredde. 

decidiamo di fare ancora due passi, abitiamo vicini adesso, ancora di più di quando frequentavamo il liceo. 

finiti i saluti e gli sbadigli torno a casa e salgo le scale senza dare un’occhiata al cellulare. 

lo faccio quando entro in casa, è calda e sa di cannella e arancia. 

nessun messaggio interessante, niente di che. 

qualche battuta ancora sul fatto che non siamo per niente invecchiati e poi spengo il telefono. 

mi faccio una doccia bollente prima di infilarmi sotto il piumone. 

spero di riuscire ad addormentarmi subito e invece il seme ha già buttato fuori i primi germogli: sono piccoli e fragili, delicati. 

dalle persiane filtra la luce della strada, c’è un neon che balla, è dell’insegna del 24 ore davanti al portone, rimango con gli occhi spalancati a guardare il soffitto come un cretino e si unisce il ticchettio dell’orologio ad aumentare il disagio di una notte d’inverno da passare da solo in un letto che, stanotte, sembra troppo grande. 

provo a tenere gli occhi chiusi fortissimo, cerco di respirare sempre più lentamente cercando di calmare i battiti cardiaci, respiro a fondo. a pieni polmoni. 

mi giro sul mio lato preferito e conto le pecore.

la testa però non sta ferma, la birra non ha ancora esaurito il suo effetto alcolico e mi tiene sul chi va là.

e intanto il seme cresce. 

a quel punto non posa più resistere e lascio che i pensieri fluiscano fuori e dentro di me. 

tanto vale pensare visto che di dormire non se ne parla. 

e così richiamo alla memoria la canzone dei Coldplay, Yellow, e poco dopo entri in scena tu. 

con delicatezza, non sei mai invadente, entri in punta di piedi e ti piazzi proprio davanti a me.

stai zitta e non dici nulla, te ne stai ferma con le mani appoggiate sul tavolo, le spalle scoperte. 

mi piace la forma delle tue spalle, della clavicola e immagino così forte il tuo profumo che mi sembra davvero di averti difronte. 

apro gli occhi e fissò i lampi del neon sul soffitto; gettano ombre morbide, gialle come la canzone che mi suona dentro. 

mi giro nel letto cercando una posizione più confortevole, che mi predisponga al sonno, ma non c’è nulla da fare, stanotte è così. 

so già che il mattino mi troverà sveglio e inquieto sul letto. 

ma intanto i minuti passano lenti, scanditi dal rumore della lancetta dell’orologio in cucina. 

lascio che i pensieri vengano sostituiti dai sogni, dalle illusioni e senza accorgermene scivolo in un sonno totalmente privo di immagini. 

un sonno che non mi da ristoro, un sonno di quelli che non servono. 

senza sogni. 

senza sapore. 

e così mi sveglio che è ancora buio; il neon continua a lampeggiare, ma senza canzone in testa non è la stessa cosa.

mi scopro e un brivido mi corre lungo il corpo, ho la gola secca e decido di alzarmi. 

il pavimento è tiepido, cammino fino in cucina a luci spente. 

apro il frigo alla ricerca di qualcosa da bere, non ho voglia di acqua ma nemmeno di alcool. 

ho del succo di frutta alla pesca e lo bevo direttamente dal cartone. 

potrebbe sembrare una scena di un film americano, dove il protagonista si alza per bere il latte dalla bottiglia nel cuore della notte. 

ma non è un film, la vita non lo è; tantomeno la mia. 

se però lo fosse vorrei Woody Allen come regista. 

un film alla Midnight in Paris. 

guardo l’orologio che fa tic tac e segna le 4:36. 

sembra passato un secolo da quando sono tornato a casa. 

e sembra che debba ancora passare un secolo per prima della sveglia. 

chiudo la porta del frigo che ha cominciato a suonare per avvisarmi che devo chiuderla. 

cala di nuovo il buio. 

ma una volta che gli occhi si sono abituati riconosco le sagome degli oggetti attorno a me. 

ora non ho voglia di tornare a letto, mi siedo per un attimo sul divano. 

guardo la TV spenta per un po’. 

l’accendo sperando in qualche film impegnato o qualche lezione di matematica avanzata.  

insomma della roba soporifera. 

faccio zapping tra pubblicità di linee hot e repliche di telefilm polizieschi. 

faccio il giro intero, da zero a 899 e niente. 

spengo e guardo il bagliore dello schermo affievolirsi. 

ho un TV un po’ vecchiotto. 

torno in camera e guardo l’impronta che ho lasciato sul materasso; qualcuno per strada sta camminando con un trolley e porta i tacchi. 

inizia il viavai timido dei viaggiatori delle prime luci dell’alba, anche se l’alba ha ancora da venire. 

apro le finestre e l’aria fredda mi investe e mi sveglia del tutto. 

la donna che camminava si è fermata giusto sotto di me, si accende una sigaretta e la fiamma dell’accendino le illumina il viso. 

aspira a pieni polmoni e poi butta fuori il fumo tirando la testa verso l’alto e i nostri occhi si incrociano. 

tenendo la sigaretta tra le labbra aspira ancora e il rosso della brace si fonde con il giallo lampeggiante. 

sorrido e lei fa lo stesso aspirando il fumo tenendo la sigaretta tra le dita della mano sinistra. 

ancora una boccata verso di me e io intanto penso a te mentre arrivano i suoni di un altro trolley. 

lei si gira, mi sorride ancora e riprende la strada verso la stazione.

rimango a guardarla sparire in fondo alla strada, nell’aria rimane il fumo che il vento porta via piano.

passa un altro viaggiatore seguito poi da un altro mentre un bagliore preannuncia l’alba che sta per giungere. 

sospiro mentre la tua immagine mi torna alla mente. 

ti vedo mentre ti allontani lungo la strada, non ti giri ma la tua camminata la riconoscerei tra mille, le tue spalle hanno una curva che nessun’altra ha. 

sparisci lentamente all’orizzonte mentre il sole sorge, giallo come la canzone dei Coldplay. 

come le tue ossa e la tua pelle chiara in questa notte che sta finendo.  

una notte in cui non ti ho veduta se non nei miei pensieri. 

una notte di sogni non fatti. 

una notte in cui avrei voluto scoprire il sapore delle tue labbra. 

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