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ti svegli che hai 17 anni. forse è solo un sogno, questo è il primo pensiero che ti passa per il cervello. 

ma viene subito spazzato via dalla voce di tua madre che ti ricorda che tra mezz’ora hai da prendere un treno. 

è luglio. 

la sera prima hai visto la finale di Italia ’90: ha vinto la Germania Ovest contro l’Argentina con goal di Andreas Brehme. 

ma oggi vai al mare con i tuoi amici e avrai un’altra finale da giocare. 

ti butti giù dal letto e saluti i tuoi mentre ti infili in bagno per una doccia veloce. 

ti ho preparato lo zaino con il mangiare, ti dice tua mamma dall’altra parte della porta. 

ok, urli tu cercando di fare presto. 

accappatoio, costume e maglietta e sei pronto. 

espadrillas ai piedi e zaino in spalla saluti i tuoi. 

mi raccomando i tuffi, l’ultima raccomandazione di tua mamma mentre tuo padre sorride da sopra il giornale. 

prima di uscire lei ti fa scivolare in tasca 10mila lire. 

per il gelato, ti sussurra dandoti un bacio. 

grazie mamma.

arrivi in stazione che ci sono già tutti. 

ohi, visto che schifo la finale?

si, davvero. 

biglietto fatto si sale al binario numero 5. 

in treno la conversazione passa dal calcio in TV a quello di spiaggia, le ragazze fanno le parole crociate e leggono Cioè. 

ridono mentre vi guardano. 

sono anni avanti. 

e voi annaspate negli ormoni che affogate nel calcio e nei motorini truccati. 

tu intanto pensi ancora che stai sognando. che hai 43 anni e la sveglia sta per suonare e ti strapperà al sonno e al sogno dei tuoi diciassette anni. 

ohi Nico, stai ancora dormendo?

eh?

sveglia!dai che si scende. 

ci si butta giù letteralmente dal treno, fa caldo. 

si vede l’aria bollente danzare sulle rotaie roventi. 

il sudore ti imperla il labbro superiore. 

lo lecchi via stupendoti di non sentire i baffi, ti accarezzi il viso senza barba. 

correte verso il sottopasso.  

il pallone rimbalza sull’asfalto della strada mentre cercate le scalette che portano alla spiaggia. 

niente sabbia, ma piccoli sassi neri e vetri colorati vi aspettano. 

qualche scoglio da dove fare i tuffi proibiti. 

e ancora poca gente. 

via le magliette, zaini nascosti all’ombra e via in acqua. 

la crema non serve, le spalle sono già bruciate dal sole, le lentiggini sono su viso, braccia e spalle. 

ti piacciono e ogni tanto ripensi all’estate di due anni prima. le ripetizioni di francese dalla tua professoressa delle medie, te le faceva la figlia. e niente, perdesti la testa senza saperlo, instillò in te il seme di quella piccola imperfezione della pelle e dei capelli rossi. 

ancora non lo sai, ma quell’estate ti segnerà il futuro. 

ti tuffi in acqua e riemergi con i tuoi amici intorno e dopo un paio di bracciate andate alla ricerca di un posto dove giocare a calcio. 

basta una porta immaginaria nella parete a strapiombo sul mare e poi via di acrobazie. 

valgono solo tiri al volo, e si va di rovesciate e colpi che manco Van Basten li faceva. 

chi sbaglia o si fa parare il tiro va in porta, e ti capita sovente di andarci.

sei un difensore, uno all’antica. 

arcigno libero. 

quando ancora esisteva quel ruolo così affascinante. 

comandare la difesa dagli assalti degli avversari. 

il tempo passa e la stanchezza no si sente, a diciassette anni le batterie sono infinite. 

vi chiamano le ragazze per mangiare assieme. 

tutti amici.  

eppure sono carine. alcune molto carine. 

ma siete tutti amici, alla pari.

dopo pranzo vince un po’ la voglia di stare tranquilli, rimanete sdraiati a mollo mentre cantate e ridete a squarciagola. 

poco distante da voi ci sono un gruppo di sole ragazze. 

ehi, visto?

che?

quelle tre laggiù. 

uhm. 

secondo me sono carine. 

secondo me non vi calcolano nemmeno, intervengono le nostre ragazze. 

gelose. 

di voi?

si mettono a ridere e si alzano. 

noi andiamo a giocare a pallavolo. 

tu le guardi andare via, indeciso sul da farsi. 

tu non vieni?

io rimango ancora un po’ qua. 

guarda che non ti si filano quelle là, se ne vanno via ridendo facendo le smorfie. 

ma chi se ne frega? io mi metto un po’ a prendere il sole. e ti sdrai sulle pietroline nere con l’acqua che va e viene, piano. 

a un certo punto non senti più nulla, nemmeno l’acqua. 

non sai quanto tempo è passato. 

ehi.  

qualcuno urla. ma la voce è lontana. 

ehi tu. 

tiri su la testa, ti sei addormentato e ti guardi in giro con gli occhi assonati. 

il sole ti abbaglia e vedi un supertele accanto a te che va su e giù per la spiaggia. 

il pallone, ce lo tiri? urla una delle ragazze viste prima. 

per favore, aggiunge un’altra. 

ti alzi e prendi il pallone tra le mani abbronzate; ci pensi su, sai già che faresti una pessima figura a tirarlo. 

si sa che il supertele è bastardo, prende traiettorie tutte sue. è il pallone più odiato da tutti i portieri da campetto e da spiaggia del mondo. 

ti avvicini alle ragazze. 

sono carine.

avevano ragione gli altri. 

ecco. dici tu lanciandolo da una distanza di sicurezza, una distanza che non permette errori di traiettorie e nello stesso tempo mantiene un certo distacco dalle tre. 

in fin dei conti hai diciassette anni e sei timido. arrossisci sempre, non che a 43 anni tu abbia smesso. 

grazie. risponde la più carina. 

occhi verdi sotto capelli cotti dal sale e dal sole, un misto tra il biondo e il rosso. 

forse frutto di una tinta fai da te. 

prego. lo pensi solo, perché non esce che una cosa tipo …go. 

hai la gola secca. 

e sorridi. 

lei sorride e ride un poco. 

torno a giocare. 

sorridi. 

io, io torno a dormire. si ecco, bravo. 

ok, buonanotte allora…

mi chiamo Nico. 

io Giulia, piacere. 

rimanete in silenzio, lei ripete che va che le amiche già si stanno lamentando. 

ciao. 

ciao. 

torni al tuo posto e i tuoi amici ti chiamano per:

primo sapere come sono le tre ragazze. 

secondo per tuffarsi dagli scogli. 

arrivo, arrivo.

gli altri sono già in cima agli scogli, tu inizi la salita saggiando bene gli appigli. 

allora?

sono carine. 

carine e basta?

una è simpatica. 

se è simpatica non è carina…

che idiota. 

beh le hai chiesto di uscire?

ma che sei scemo…

arrivi in cima. 

guardi di sotto e tutto è più piccolo. 

le ragazze stanno in acqua a guardarvi, dal basso e controllano che non ci siano scogli o rocce sotto il pelo dell’acqua. 

dai, su che è profondo! gridano. 

tu guardi giù e poi guardi le ragazze lontane, dove ci sta Giulia. 

che l’hai appena conosciuta, ma quegli occhi verdi ti hanno fatto uno strano effetto. 

allora? ti butti o hai bisogno di un invito?

o di una spinta? fa un amico dandogli un colpetto sulla spalla. 

ohi, scemo. dici tu. 

sorridi ai tuoi amici, un sorriso serio, da grande. 

dai le spalle al mare, al sole e alle ragazze. 

senti i loro occhi addosso. 

i tuoi amici ti guardano stupiti. 

non lo farai mai. 

sta a vedere. 

sorridi ancora, apri le braccia e fai un passo indietro ancora. 

ancora uno e sei nel vuoto. 

ti spingi un poco indietro e per un attimo il tempo si ferma. 

gli amici ti guardano con un misto di stupore e ammirazione. 

ti senti grande. 

sorridi e mentre il tempo riprende a scorrere senti le urla delle tue amiche, inarchi la schiena e il mondo si capovolge e sei sicuro che gli occhi verdi di Giulia sono piantati nei tuoi. 

sorridi, unisci le mani e senti il fragore dell’acqua quando il corpo entra e tutto diventa blu e bianco. 

affiori in superficie con uno sbuffo e le tue amiche ti dicono che sei uno scemo. 

tu alzi le spalle e risali sullo scoglio. 

vi tuffate fino allo sfinimento. 

fino a quando il sole illumina tutto d’oro e bisogna tornare a casa. 

riprendete gli zaini, le spalle bruciano di sale e sole quando ci metti su la maglietta. ti attardi a salire. 

arrivano le ragazze del supertele. 

Giulia è l’ultima. 

vi fermate e vi sorridete. 

ha le spalle bruciacchiate dal sole, gli occhi sono ancora più verdi da sotto i capelli asciugati alla bene e meglio.

le guance sono rosse, per il sole e forse per te. 

ma tu non hai che occhi per i suoi occhi. 

prendi il prossimo treno pure tu?

si, verso levante. 

ah. 

qualcosa si rompe dentro. 

tu verso Genova?

già. lo dici quasi come se fosse un peccato. 

peccato. lo dice lei. 

però domani sarò di nuovo qua. 

oh. io parto per le vacanze coi miei. 

ah. 

il destino alle volte ci si mette d’impegno. 

salite le scale vicini, le spalle quasi si sfiorano e le mani pure, dorso contro dorso. 

muovi le dita contro le sue, lei ti sorride con gli occhi. 

giureresti di sentire il battito del suo cuore, ma forse è solo il tuo che batte troppo forte. 

e non è colpa delle scale. 

in stazione ci sono già tutti, vi guardano arrivare. 

sorridono. 

tutti. 

vi andate a sedere su una panchina. 

tra quanto? chiedi tu tenendo lo sguardo fisso in avanti. 

5 minuti, risponde lei con la voce bassa, come per scusarsi. 

e allora le racconti tutta la tua vita, di come diventerai un grande fotografo, di come lei sarà la tua musa, la tua modella perfetta. 

e lei ti ascolta senza perdere una parola di quello che dici. 

e sorride. 

non smette di sorridere. 

e poi arriva il treno. 

e sarebbe il momento giusto per un bacio di arrivederci.

ma preferisci guardare i suoi occhi lucidi. 

allora ci vedremo quando diventerai un fotografo. 

si, te lo prometto. 

so che manterrai la promessa. 

e guardi le sue spalle bruciacchiate dal sole, il supertele nella rete appeso allo zaino invicta. 

sarà l’estate più bella della tua vita.

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