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– buonanotte, dormi bene –
– anche tu –
non chiudiamo subito la conversazione, c’è un momento di silenzio, noi due e il silenzio della notte. il telefono appoggiato alla guancia, forse una lampada a illuminare la scena, un libro appoggiato sul letto per tenerci compagnia e farci sentire meno soli.
– notte – lo dici tu, con voce bassa, mi piace pensarlo che l’hai detto tenendo gli occhi chiusi spostando una ciocca ribelle.
– notte – ripeto io sorridendo, non so perché ma ti immagino con le gambe incrociate seduta sul letto.
poi il silenzio della fine della comunicazione.
appoggio il cellulare sul comodino, non so se accendere o meno la tv, guardo il libro che ho messo sul cuscino, aperto per tenere il segno.
“Di tutte le ricchezze” di Stefano Benni.
è una rilettura, ma mi è piaciuto davvero molto che ogni tanto lo apro e ne leggo un passo o due, a caso.
sistemo il cuscino e proseguo la lettura, guardo il posto vuoto affianco al mio.
sei fuori casa da solo due giorni, ma pare un mese.
finito di leggere spengo la lampada e rimango a fissare le ombre sul soffitto e la memoria fa un balzo indietro nel tempo.
la telefonata di prima mi ha fatto venire un po’ di malinconia, mi ha fatto pensare una delle prime telefonate, di quando preferivamo usare il telefono di casa piuttosto che il cellulare.
la cornetta aveva il suo fascino retrò, mi piaceva come si adattava perfettamente all’orecchio e seguiva il viso con la curva che tenevamo stretta quasi fosse un’ancora che ci tenesse legati da lontano.
era bello sapere che le nostre voci passavano dentro un filo e correvano veloci per la città, sottoterra.
per raggiungere l’altro.
aveva un non so che di romantico, che adesso abbiamo perso.

– pronto? – non era quasi mai la tua voce la prima che sentivo.
– buonasera signora – rispondevo io, alle volte era signore, se era tuo padre a rispondere.
– te la passo subito – era quasi sempre lo stesso cliché, lo stesso cambio di battute, quasi ogni sera.
– grazie, arrivederci –
il tuo nome veniva pronunciato tenendo una mano sul microfono, arrivava alle mie orecchie ovattato, lontano.
era un rituale che mi piaceva.
io me ne stavo seduto al tavolo della cucina, tamburellavo i polpastrelli sul legno e disegnavo distrattamente su un post-it.
poi arrivava il passaggio di consegne.
– grazie – era la tua voce che ringraziava tua mamma, poi si aspettava qualche secondo.
il tempo che ti lasciasse sola.
seguivi con gli occhi tua mamma o tuo papà che sparivano in cucina lasciandoti finalmente libera di rispondere.
– ciao –
a sentire la tua voce il cuore faceva come un doppio passo. o non so cosa, forse due battiti avanti e uno indietro.
non so.
però mi piaceva l’effetto che faceva nel petto e in gola.
deglutivo. la gola secca. smettevo di muovere le dita sul tavolo.
ancora adesso, ripensandoci provo le stesse emozioni.
che cosa buffa sono i ricordi.
– ciao – finalmente la voce usciva, piano, fioca come la fiamma di una candela mossa dal vento.
– speravo passassi oggi – lo dici con tono dispiaciuto.
– speravo di riuscire a liberarmi prima, ma domani passo presto –
– davvero? – subito ti accendi, ti vedo con il sorriso illuminarti.
– promesso –
– che mi racconti? –
e così iniziavano le nostre telefonate a raccontarci quello che avevamo fatto, manco fossimo due adolescenti alla prima cotta.
ma era il bello dell’inizio, del tutto nuovo che ci faceva scoprire lati che ancora non conoscevamo.
abbiamo anche imparato, e imparato presto, che alcune cose devono rimanere nell’ombra.
non per avere dei segreti, ma per avere un angolo tutto nostro dove rifugiarsi quando anche l’altro non può aiutarci.
non mi è mai accaduto di dovervi ricorrere in tutto questo tempo.

mi è venuta sete, mi tiro su e prendo un bicchiere d’acqua.
mi verrebbe quasi voglia di uscire a fare due passi, non è tardi e si sta bene fuori.
non fa caldo e non è umido.
mi affaccio al balcone, c’è gente che passeggia con un gelato e decido di scendere.
ti mando un messaggio.
– ancora sveglia? –
intanto mi cambio e ripenso ancora alle nostre telefonate.
– stavo leggendo, non riesci a dormire? fa caldo? –
– si, il sonno non arriva, fa caldo e mi è venuta voglia di uscire a prendermi un gelato –
– che invidia –
sorrido al pensiero del tuo viso imbronciato.
aspetto a scriverti ancora.
– non provare a mandarmi una foto del gelato… –
sorrido io stavolta.
– ok –
in strada c’è più gente di quanto immaginassi, vado verso la nostra gelateria preferita.
ormai conoscono i nostri gusti a memoria.
– che gusti hai preso? –
– sono in coda, c’è un sacco di gente che ha avuto la mia stessa idea –
– immagino… –
– comunque prenderò melone, pesca e lampone, se c’è, sennò fragola –
– uhmm ancora più invidia, qua non ci sono gelaterie buone come la nostra –
– dai, ancora qualche giorno e potrai fare indigestione di gelato! –
– non vedo l’ora… –
infilo il cellulare in tasca mentre ordino il cono da 3€.
– melone, pesca e lampone –
esco e mi godo il gusto pieno della frutta, mi siedo sulla nostra panchina alla luce calda di un lampione.
– preso? –
– si –
– c’era il lampone? –
– si –
– bene, io sto per addormentarmi… buonanotte a domani –
– buonanotte anche a te, a domani –

infilo di nuovo il cellulare in tasca e mi rilasso ritornando a quella telefonata.
e così ci raccontavamo quello che ci era successo durante il giorno, descrivevamo le cose viste e provate.
– domani passi allora? –
– si e se ti va possiamo pranzare assieme, che ne dici? –
– uhm –
mi sono sempre piaciuti i tuoi “uhm”, forse per il tono e la piccola smorfia che fai quando lo dici.
– penso di essere libera –
– molto bene –
– dove mi porti? –
– uhmm – i miei non erano come i tuoi, decisamente meno affascinanti.
– ho voglia di un bel piatto freddo con vista mare –
– ok, ce l’ho! –
– dov’è? –
– ah no, sarà una sorpresa… –
– uff –
ecco, un’altra espressione che mi piace molto in te.

sorrido seduto sulla panchina finendo il gelato, faccio due passi fino a che non sento il sonno arrivare.

– da quant’è che stiamo al telefono? –
– mi pare da un’ora… –
– sarà il caso di andare prima che arrivino i miei a tagliare il filo del telefono –
– ok, non vorrei che accadesse, sennò domani come faccio a chiamarti? –
– giusto… buonanotte, dormi bene –
– buonanotte anche a te, a domattina –
– a domani –
si aspettava il click della cornetta e poi si abbassava e si restava per un attimo a guardare il telefono ora muto e mero oggetto di arredo.

vorrei avere ancora oggi quel telefono, sarebbe come la Madeleine di Proust.
mi devo accontentare di whatsapp e augurarti la buonanotte così.

– buonanotte, a domani –

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