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– mi piaci –
– lo so –
– dico sul serio –
– lo so –
appoggio la forchetta al piatto.
mi pulisco le labbra dal sugo e bevo un sorso di vino.
e tu sorridi, mi guardi di sottecchio e sorridi.
mi piace.
e lo sai.
– e come fai a saperlo? – ti chiedo guardandoti negli occhi.
sostieni il mio sguardo e ti pulisci le labbra, bevi un sorso di vino rosso e sorridi ancora.
– non sono mica scema –
– mai pensato e mai detto –
– lo so – sorridi ancora.
appoggiai la schiena alla sedia e mi passai le mani tra i capelli incrociando le dita dietro la nuca.
sospirai.
– quindi ti piaccio – non era una domanda.
– già –
so che non si il tipo da giochetti, non ami i sotterfugi o gli inganni.
sei una ragazza sensibile e vera.
bevi un sorso di vino.
deglutisco.
sono in difficoltà.
lo sono sempre in queste situazioni.
le parole mi si inceppano, escono a pezzi, alle volte senza senso.
eppure in testa ho tutto il discorso che Leonardo Di Caprio levati, proprio.
eppure non esce nulla.
– tu? –
ma che cazzo di domanda è? tu?
– io? – fai tu appoggiandoti una mano sul petto.
deglutisco.
– diciamo che non mi piaccio molto, vorrei cambiare un po’ di cose –
sorrido.
– non lo so – aggiungi poi in tono serio.
– ah –
– non riesco a darti una risposta –
– capisco –
non voglio farmi abbattere, non voglio che questo renda una bellissima giornata con te uno schifo.
perché non lo è.
passare del tempo con te mi piace, sennò non passerei al lavoro, non troverei scuse per un caffè o un aperitivo.
– mi spiace – aggiungi tu poco dopo.
– figurati – ti sorrido.
mi sorridi anche tu.
mi piace quando sorridi.

alle volte ripenso a quel pranzo. all’imbarazzo che provai.
ripenso alle volte precedenti, a come mi pareva tu aspettassi qualcosa da me.
una parola, un discorso.
un passo avanti.
e io sempre a nascondermi, a celare (male) quello che avevo dentro.
che cosa buffa. ripensarci adesso.
allora non era così.
c’erano giorni che non sapevo cosa fare, che il tempo non passava o passava troppo velocemente.
mi venne in aiuto una frase che trovai su internet:

«Stare con te o stare senza di te è l’unico modo che ho per misurare il tempo».

– Jorge Luis Borges

ecco cosa provavo, ecco come misuravo il tempo.
era un po’ di tempo che non mi sentivo così.
la cosa mi rendeva, nello stesso tempo, euforico e triste.
vedendoti avrei voluto dirti: “mi piaci”. come se non l’avessi mai detto prima di allora.

e poi quel pranzo segnò una svolta.
mi sentivo nudo e vulnerabile.
so che lo sapevi, che era evidente.
ma un conto è dirlo dentro di me, un conto è dirlo fuori.
un conto è mettere le carte in tavola, tra i bicchieri di vino rosso e i piatti di pasta.
con la brezza leggera che muove la tovaglia e i tuoi capelli, il tuo profumo delicato che mi arriva leggero come un bouquet di fiori primaverili.

mi piaci quando sorridi, anche se adesso un po’ eviti il mio sguardo e io sento che abbiamo, anzi ho, messo una pietra a segnare il sentiero.
ancora non sapevo cosa avrebbe significato.
per una volta mi sentivo davvero bene.
come era tempo che non mi succedeva.

finimmo di pranzare in silenzio, ma era leggero e non pesava sulle spalle.
l’ultimo sorso di vino e poi ci alzammo.

– caffè? –
– uhmm –
ogni tuo sorriso, ogni tuo “uhmm”, mettevano una pietrolina dentro di me, proprio nel mezzo.
mi accorsi, guardandoti, che ce n’era già un bel mucchietto.
– gelato? –
– perfetto –

uscimmo fuori tu, io e il mio mucchietto di pietroline colorate che mi facevano sentire leggero.
erano come i piccoli vetri che si trovano al mare, levigati e trasparenti.
la cosa bella era che era impossibile farsi male.

– che gusto prendi? – ti chiesi.
– stracciatella –

per un attimo ci vidi da fuori, camminare sotto il sole, vicini.
e colorati.

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