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Ho ancora negli occhi le immagini del ponte che crolla.
Ho ancora nelle orecchie la voce di quel testimone terrorizzato che non poteva fare altro che guardare e urlare.
Ho ancora la sua voce dentro.
Si è appiccicata dentro come qualcosa di unto, che non va via.
Scivola lungo la gola e si ferma al centro del petto.
Le parole si sono sprecate, fin troppe.
E’ il momento del silenzio. del cordoglio.
E’ il momento di stringersi uno con l’altro, farsi forza, farsi coraggio.
Su quel ponte, sotto quel ponte, poteva esserci davvero ognuno di noi.
E alla fine è come se sotto quelle macerie ci fossimi finiti tutti noi genovesi.
Non è il momento dei proclami, di cercare un colpevole.
E’ il momento per cercare quell’orgoglio e quella “superbia” che nel tempo abbiamo smarrito.
Petrarca diceva: “Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.
Piango per la mia Genova ferita, per le persone rimaste vittime di questa sciagurato ed evitabile incidente.
Prego per chi non c’è più.
Prego per chi ha perso un famigliare, un amico, uno conoscente.
Oggi siamo tutti Genovesi?
Io si di esserlo ancora di più.
Orgoglioso di esserlo soprattutto oggi, nel momento più buio della nostra storia.

Fòrsa Zena!

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