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come dicevo, un anno fa presi la decisione più importante della mia vita.
il mio corpo stava relativamente bene, non era più quello di una volta, ma la medicina e la tecnologia lo stavano tenendo su e la testa, quella c’era.
ancora.
e ormai avevo capito una cosa: l’amore non sta nel cuore che batte secondo dopo secondo nel nostro petto.
no.
io un cuore così non ce l’ho più da ormai 5 anni.
ho un cuore in parte meccanico e in parte animale, ma non c’è nulla di mio lì dentro.
nulla di poetico.
è una macchina.
e una macchina non ha niente di poetico.
qualche settimana prima del mio 99° compleanno chiamai il medico che mi aveva in cura.
dovevamo parlare.
con urgenza.
si preoccupò per la mia salute.
– sto bene, dottore, ma non credo arriverò al mio prossimo compleanno –
– non dire così, Emanuele –
sospirai.
lui mi dava del tu, io del lei.
poteva essere mio nipote.
ma restava comunque un dottore, uno che aveva studiato.
– si fidi – risi pensando alla battuta di un vecchio telefilm – me lo sento nelle ossa – fui più delicato.
– la medicina sta facendo passi enormi per allungare la vita… –
– forse per chi è nato cinquant’anni fa – lo interruppi.
– uhm –
– voglio fare l’upload, accedere al trail –
dall’altra parte il silenzio.
sapevo che era contrario, era un buon cattolico e come tale non concepiva che l’uomo piegasse la natura ai propri desideri.
– Emanuele, sai come la penso… –
– ma sei tu, con la tua equipe che mi hai tolto dal petto il mio vecchio cuore malandato per sostituirlo con un ibrido tra macchina e carne… –
– ma quello non è per sempre, lo sai, ne abbiamo già parlato –
il silenzio questa volta era dalla mia parte del telefono.
– prima o poi il resto del corpo cederà, le cellule non avranno più l’energia per rinnovarsi –
ancora silenzio.
– questo non posso accettarlo – dissi con un filo di voce.
– Dio… – si fermò, lo immaginai stringere nervosamente il rosario di titanio che portava sempre al collo, proprio sotto lo stetoscopio.
– no – rispose pochi secondi dopo, con fermezza – non posso aiutarti a fare quello che mi chiedi –
– ma il tuo Dio non ti permette nemmeno di lasciarmi solo, così senza speranze –
– la speranza è nella vita eter… –
– oh, basta – persi le staffe – il suo Dio dov’era quando il nuovo AIDS mieteva uomini, donne e bambini come se fossero spighe di grano mature? dov’era? –
– Emanuele, sai come la penso e ne abbiamo già parlato in passato, non serve farlo adesso per convincermi che sei dalla parte della ragione –
– quindi? mi vuole aiutare o no? –
ci fu un lungo silenzio, potevo sentire il suo respiro e riuscivo a vedere le sue labbra fremere recitando una preghiera.
– no, non posso –
picchiai il palmo della mano sul tavolo della cucina, respirai a fondo per evitare di straparlare.
– Emanuele… –
– ok – avevo recuperato un minimo di calma, giusto per terminare la telefonata in maniera civile.
– non si può vivere in eterno –
– io… – presi un respiro profondo – io, non voglio che il mio corpo marcisca sotto terra o venga reso cenere –
– ma è il destino di tutti noi umani –
– non sarà il mio – ribattei – io voglio esplorare l’universo, arrivare ai confini del mondo conosciuto e oltre –
– adesso parli come un personaggio di Star Trek –
– o un cartone animato… verso l’infinito e oltre –
risi.
– mi dispiace non poterti aiutare –
– già –
ci fu un lungo silenzio.
– aspetta… –
aspetta, in silenzio.
il cuore batteva sempre allo stesso ritmo, ma sentivo l’eccitazione crescere.
– ecco, questo è il numero di telefono di un amico di un amico… –
– uhm –
– lui potrà aiutarti –
– grazie, di cuore… –
– già, anche se spero tu possa cambiare idea –
– chissà… –
ci salutammo così, in silenzio.

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