Tag

, , , , , ,

Il treno va a passo d’uomo, lentamente.
E quasi non ci si pensa.
È un tragitto che ho fatto per non so quanti giorni nei mesi passati, prima di quel 14 agosto che ha stravolto completamente la vita della mia città.
E quasi non ci faccio caso a dove mi trovo, a dove sto per passare.
È la prima volta che prendo il treno da quanto hanno riaperto la tratta che passa proprio da lì.
Per prime arrivano le carcasse di due camion, uno bianco e uno rosso.
Schiacciati.
Quasi irriconoscibili.
Una portiera quasi divelta dall’abitacolo.
Poi…
Poi c’è una striscia d’asfalto adagiata sul terreno, sembra fatta di plastica da come poggia sulle rotaie della ferrovia.
Alzi gli occhi e vedi quell’assenza, quella mancanza che prima era sempre lì, quella linea che solcava il cielo quando ci passavi sotto.
Quella striscia di asfalto che univa il levante con il ponente.
Quella striscia che adesso non c’è più.
Ha lasciato un vuoto che il cielo non riesce a riempire.
Guardo tutte le finestre delle case che ormai sono abbandonate da mesi.
Vuote.
Silenziose.
Mi hanno messo una tristezza le tende sbattute da un vento autunnale, attaccate a finestre chiuse da dove nessuno si affaccerà più.
Case abbandonate che sognano ancora i loro proprietari, che li vedono muoversi, vivere tra le proprie mura e poi affacciarsi fuori a guardare un treno che passa.
Mi si è stretto il cuore per le 43 vittime.
Per tutte le persone che hanno dovuto lasciare le proprie case e le proprie cose.
Non mi ci abituerò mai a passare lì sotto per andare in centro o tornare a casa, in valle.

Prima o poi ci sarà un nuovo ponte, lassù, a riempire il cielo.

Annunci