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porto un anello d’argento da molti anni.
non esco mai di casa senza, è parte di me.
lo comprai in un piccolo negozio nei vicoli di Genova, un negozio che ormai non esiste più.
si chiamava: Cinquecento nazioni.
e vendeva prodotti importati dalle tribù dei Nativi Americani.

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l’anello in questione è questo qua sopra. la mano è la mia.
quest’anello arriva dalla tribù degli Hopi ed è venuto con me in tutti i miei viaggi (non sono poi tantissimi) ha accarezzato con me visi che avevano bisogno di essere consolati, ha stretto mani, alcune non avrei voluto stringerle, ha assaggiato il sapore delle mie lacrime, ma è stato anche sfiorato da dita amorevoli e dolci.

insomma ha avuto i suoi momenti no, ma anche i suoi momenti sì!

tutto questo per dire che una mattina di qualche giorno fa entra in negozio una signora, bionda, piccolina con il suo carrello della spesa.
mi vede e mi chiede se posso darle una mano con la sua macchina fotografica, che il figlio non aveva tempo per spiegarle come funzionava…
le rispondo che non c’è problema.
sei un angelo, mi dice.

è bello quando lo pensano sul serio.
così ci avviciniamo al banco e mi porge la borsa con la macchina dentro.
fa un sacco di scatti di seguito, mi dice.
la proviamo subito, rispondo.
controllo che non abbia selezionato lo scatto multiplo, ma no, non è così.
lo fa di sera, dice dopo un po’.
uhm capisco, allora mi chino dietro il banco e provo a scattare tenendo la macchina dove c’è più buio.

e fa quattro scatti.

capito, dico tirandomi su.
mi sorride.
lo fa quando c’è poca luce e permette di ottenere uno scatto il più fermo possibile.
però fa una foto sola, giusto? domanda lei mentre le ripasso la macchina.
sì, salva una foto sola.
oh bene, e il flash scatta solo quando serve? domanda ancora.
sì, quando è in questa modalità la macchina scatta al meglio.

mi sorride, poi mi guarda la mano e mi dice: mi fai il disegno dell’anello che quando vado in India te ne porto uno?

la guardo.
sorrido imbarazzato, probabilmente arrossisco.

sul serio? domando.
certo, ho visto che porti un bell’anello e in India ne fanno altrettanto belli d’argento, gliene porto uno quando torno dal mio viaggio.

prendo un foglio di carta e traccio il cerchio del mio anello sopra.
glielo porgo.
lo mette in borsa e mi sorride.

poi mi chiede del mio anello.
l’ho comprato in un negozio che non c’è più, nei vicoli della città vecchia.
è di una tribù di indiani d’america.

allora mi racconta di quando è andata in America ed è andata, con il figlio, a visitare una Riserva Navajo.

tra di loro, mi dice, si chiamano Dinè (il popolo) e ha visto tanta tristezza.
mi racconta un episodio di una donna Navajo che da un bacino a una bimba e la piccola si pulisce la guancia con la terra rossa.
c’è tanta tristezza, mi dice.

poi, continua, la guida ci dice che adesso sono di più (nella Riserva).
per forza, le rispondo, dopo la sforbiciata che gli avete dato…
mio figlio mi dice: shh cosa dici mamma!
e io: sono nata in un’epoca in cui non si stava zitti!

e me la sono immaginata nel ’68 ad affrontare i poliziotti nei cortei…

sistema la macchina dentro la borsa e riprende il carrello, da uno sguardo al mio cartellino.
Emanuele, come il nome di un angelo, dice andando via (finisce che ci credo davvero).

e mi manda un bacio con la mano.

e io sto bene. davvero.

la signora, di cui non conosco nemmeno il nome, partirà il 25 per il suo viaggio e io aspetto che torni come un bambino aspetta il Natale.

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