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Camminavo solo, una mattina di agosto, in giro per la città.
Camminavo a testa in su, guardando i palazzi antichi.
Mi meravigliavo di ogni cornicione o fregio che vedevo, come se fossero la prima volta che li notavo.
Il cielo blu quasi mi feriva gli occhi mentre camminavo tra i vicoli stretti della mia la città.
Il nero e il bianco facevano contrasto con quel blu denso come una tempera poco diluita.
Poi un tuono mi fece rinsavire e tornare alla realtà.
Non avevo preso l’ombrello, quando ci eravamo svegliati all’alba c’era un cielo tra il rosa e il viola. Tu andavi al lavoro io invece in giro alla ricerca di libri usati e dischi da mettere su in libreria.

Il cielo da che era blu iniziò a oscurarsi, un vento caldo arrivava dal mare.
Saliva lungo i vicoli della città vecchia, dove c’era il cuore pulsante di Genova.
Un odore di mare invase le creuza portando il salmastro delle onde e il profumo di basilico e rosmarino della costa.
Respirai a fondo quasi inebriandomi, avrei desiderato fossi qui con me per goderne assieme, avrei voluto inscatolare questo aroma per fartelo sentire la sera, prima di addormentarci.

Il cielo si fece nero, grigio scuro e basso, una cupola nera che oppresse la città.
Poi il vento cessò, all’improvviso, come era iniziato.
Un altro tuono molto più forte e lungo fece zittire i gabbiani del porto.
Un brivido mi percorse la schiena.

Poi sentii il profumo della pioggia che stava per arrivare, quella carica di ozono e poi quell’aroma di terra bagnata dopo tanto tempo.
Il petricore: il profumo della pioggia sulla terra asciutta.

E poi, guardando il cielo, iniziarono a cadere gocce grosse, enormi.
Erano calde e mi lasciai bagnare completamente, sorridevo.
Sorridevo pensando a te che stavi guardando la pioggia dalla bella finestra del tuo studio.

Continuai a camminare, piano, per i vicoli dove la gente correva cercando riparo dentro i portoni o sotto le tende dei fruttivendoli.
I profumi si spandevano per tutta la città vecchia, le gocce bagnavano i palazzi antichi, le statue e le facciate bianche e nere delle chiese.
Ombrelli multicolori fiorivano per la strada e c’era chi si fermava per scattare qualche foto approfittando del riparo previdenziale.

Io camminavo piano.
Pensavo a te, ai primi giorni in cui la pioggia ci sorprendeva mentre eravamo in spiaggia o mentre stavamo camminando abbracciati in passeggiata godendoci il fresco della sera.

All’improvviso sentii un vuoto nel petto, mi mancavi così tanto e così all’improvviso che mi dovetti fermare per prendere fiato, nemmeno avessi corso i 100 metri.
Mi guardai in giro, non ero molto lontano dal tuo studio, presi fiato e mi incamminai con passo incerto fino al tuo palazzo.

Suonai al citofono.
– chi è? – la tua voce mi fece già stare meglio.
– sono io –
– hei, tutto ok? hai una voce… –
– puoi scendere? –
– mi porti a prendere un caffè? –
– certo – sorrisi.

Ti aspettai al riparo.
Ti venne quasi un colpo quando, vedesti.
– amore mio – mi togliesti i capelli dalla fronte, mi baciasti le labbra.
– ciao amore –
– non hai freddo? –
Avevo la maglietta appiccicata addosso, come una seconda pelle.
– sei fradicio –
– non ho freddo, solo un po’ umido –
– che scemo – lo dicesti in tono dolce – sei proprio un tonno, al naturale –
Ridemmo assieme.
– allora questo caffè? –
– andiamo –
Stavi per aprire l’ombrello, invece ti sistemasti i capelli sotto un foulard e uscimmo sotto la pioggia, che adesso cadeva piano piano.

Ci allontanammo sotto le gocce leggere, innamorati di noi, della nostra città e della pioggia.