Ricordo una delle prime volte che ti ho visto senza vestiti, nudo.
Eri così impacciato, imbarazzato che mi sentivo quasi in colpa a vederti così vulnerabile, disarmato.
Ma eri bellissimo e mi piaceva quando diventavi rosso per un complimento.
Mi piaceva il tuo corpo, mi piace ancora adesso, come allora.

Mi ricordo che ti tolsi la maglia da dietro, eravamo seduti sul letto, tu tirasti su le braccia come un bambino e io ti spogliai.
Tolsi quell’indumento di cotone che mi aveva sempre impedito di vedere le tue vere forme, le tue spalle che adoro.
Buttai la maglia per terra lontana.

Misi le mani tra le gambe incrociate e rimasi a guardarti.
Tu eri fermo, spalle diritte e respiravi.
Eri magro all’epoca e mi piaceva questa tua fisicità.
Credo di essermi innamorata del tuo corpo in quello stesso instante in cui lo vidi per la prima volta nudo.
Con gli occhi seguivo la forma delle spalle, seguivo la curva che scendeva lungo le tue braccia lunghe e magre.
Guardavo i tatuaggi sopra i gomiti: i doni della morte a sinistra e il capodoglio di Guida Galattica per Autostoppisti.
Li adoravo, come adoravo il teschio messicano sul tuo polpaccio sinistro, con scritto sopra “Viva la vida” in onore di Frida Khalo.

Guardavo le tue lentiggi e i tuoi nei, quelli che avrebbero formato le mie costellazioni, guardavo i peli che a te non piacevano molto, io li amavo già.
Guardavo le cicatrici numerose.
Mi chiedevo come te le eri procurate.
Se ti avessero fatto male.

Esitando un poco mi avvicinai con la mano destra alla cicatrice più profonda, a forma di mezzaluna.
La sfiorai leggermente, cone le dita.
Sussultasti.
Mi fermai.
– ti ho fatto male? –
– no, non me l’aspettavo – risposi tu girando leggermente la testa verso di me, avevi la voce calma, profonda.
Sentii un brivido.
– come te la sei fatta? – domandai accarezzando il tessuto attorno al segno dei punti.
– una ciste – portasti la tua mano sinistra dietro la schiena, passando sopra la spalla destra e incontrasti le mie dita.
– doveva essere grande… – dissi sfiorando le tue dita.
Avrei dato qualsiasi cosa perchè tu mi toccassi con le tue mani, con quelle dita.
– parecchio –
Mi raccontasti la sua storia.
Poi mi indicasti una piccola cicatrice sulla spalla sinistra, un neo tolto ma senza nessuna conseguenza.
E poi ancora una proprio al centro della schiena lungo la colonna vertebrale, che poi erano due sovrapposte perchè con il primo intervento non l’aveva rimossa ala perfezione.
Le accarezzai una a una.
Mi avvicinai un poco, volevo baciarle, volevo baciarti, riempirti di baci la schiena, volevo abbracciarti ma nello stesso tempo avevo paura di fare qualcosa di sbagliato, di esagerare.

– tutto ok? – chiedesti nel mio silenzio.
– sì, certo… – ero innamorata, persa nelle mie costellazioni che stavano prendendo forma, il mio cielo stellato era davanti a me.
Ti girasti un poco.
E sorridesti.
– hei, ciao amore –
Mi sciolsi.

Mi accarezzasti il viso e poi le tue mani scesero fino al bordo della maglietta, ti guardai incuriosita, avresti osato tanto?
Ammetto che in quel momento non mi sentivo pronta al cento per cento.
Rimasi ferma e tu lo stesso.
Non mi diede fastidio la tua mancanza di iniziativa, la presi anzi come una forma di rispetto.

Mi accarezzasti il viso, ti presi la mano destra e ti baciai il palmo.
Mi piaceva il tuo profumo, la tua pelle sotto le mie labbra, preludio di un’esperienza sessuale totalizzante.

Ci baciammo e fu bacio così profondo e lungo che mi sentii eccitata, potevo abbracciarti e sentire la tua schiena nuda contro la pelle delle mie braccia scatenava ondate di brividi che percorrevano il mio corpo e potevo sentire che anche per te era la stessa cosa.
Avrei voluto che perdessi il controllo.
Davvero.
Ma va bene così, ogni cosa a suo tempo, l’ho imparata con te.
E poi è stato tutto meraviglioso.