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Stavi lì, seduta su uno scoglio.
Anzi, per meglio dire stavi aggrappata allo scoglio con i piedini, le dita ancorate alle sporgenze mentre l’acqua spumosa ti raggiungeva sino alle caviglie.
La pelle abbronzata e i capelli ricci e neri erano lucidi al sole.
Te ne stavi lì a guardare il mare e ogni tanto ti abbassavi, immergevi una mano in acqua e dopo qualche secondo la tiravi fuori con una patella piccola, la portavi alla bocca e la mangiavi, così come se nulla fosse.
Come fosse stata una fragolina di bosco.

Stavi lì seduta e guardavi accigliata le onde che si infrangevano a qualche metro da te, l’acqua faceva riccioli bianchi e da una certa angolazione facevano contrasto con i tuoi capelli neri.

Stavi lì su questo scoglio che sembrava un’isola da quanto era grande. Ed era bianco e grigio, cotto dal sole e dal sale.
Stavi lì a tremare di freddo, con le labbra viola e le dita grinzose.
Ammonticchiavi le patelle vuote accanto a te, e facevano una bella montagnola che brillava al sole diventando rossa come il sangue e poi si asciugava in un secondo.

E tua madre ti chiamava dalla spiaggia poco distante.
E tu, noncurante, continuavi a osservare il mare come se aspettassi qualcuno, qualcuno che ti portasse via a vedere le stelle e altri luoghi misteriosi della tua fantastia.
In quella piccola testolina riccioluta si agitavano sogni da grande.

Tua madre continuava a chiamarti e il tuo nome si confondeva tra i gabbiani in cielo e il mare davanti a te.
E così ti alzavi, le patelle cadevano come un rosario sgranato che cade a terra, finivano in mare e si perdevano nell’azzurro.
E tu le seguivi con gli occhi curiosi.
Ti mordevi le labbra salate e sorridevi.
Poi ti giravi, scendevi a passo sicuro lo scoglio, facevi i pochi metri che ti separavano dalla spiaggia quasi correndo.
E ridevi mentre tua madre preparava l’accappatoio e ti lasciavi avvolgere in quel morbido abbraccio scaldato dal sole del pomeriggio.
Ti asciugava strofinandoti la pelle abbronzata delicatamente e tu tenevi un ricciolo in bocca e lo ciucciavi come si fa con il ciuccio.

E guardavi il mare.

Un ragazzo più grande stava arrivando dalla spiaggia, aveva una rete piena di ricci e patelle e la lasciò un secondo sulla spiaggia per pulire la maschera dal sale.
A piccoli passi ti avvicinasti.
Ti accucciasti per vedere muovere gli aculei dei ricci.

– attenta che pungono – disse lui con dolcezza.
– lo so, non sono mica piccola – rispondesti piccata.
Lui sorrise.
Tirasti su lo sguardo a vedere il suo sorriso.
– non dare fastidio al ragazzo – urlò tua madre poco lontana.
– ti do fastidio? –
– nessun fastidio – rispose lui con un altro sorriso.

Allungasti un ditino per toccare gli aculei di un riccio temerario che cercava la fuga da quella rete.

– mi fai fare i tuffi? – domandasti così, dal nulla.
Ti guardò un po’ sorpreso.
– se ti da fastidio mandala via – rise tua madre avvicinandosi.
– nessun fastidio, davvero –
– visto? nessun fastidio, davvero – dissi tu – quindi? –
– decisa la piccola – disse lui.
– molto decisa – rispose per te tua madre.

Così ti porse una mano e ti fece fare tuffi per quasi tutto il pomeriggio.
Gli salivi sulle spalle esili, ma forti e ti buttavi in avanti e poi indietro riemergendo spruzzando acqua come un piccolo delfino.
I ricci stavano in acqua, al riparo dal sole in un secchio.
Alla sera li avreste mangiati tutti assieme seduti sulla terrazza di casa vostra.

E il giorno dopo lui sarebbe andato via e tu avresti aspettato il suo ritorno, estate dopo estate.

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