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Spesso mi sono interrogato sulla nascita della mia passione per la fotografia.

Sono nato nell’era della pellicola e della Polaroid.
Sono sempre stato abituato ad aspettare giorni, se non settimane, per lo sviluppo delle fotografie delle vacanze.
Per sapere se fossero venute bene o se di 36 pose te ne ritrovavi solo 4 o 5 corrette.
Si faceva tutto in manuale, tutto alla “cieca”, senza una controprova immediata.

Avrò messo a fuoco?
Ci sarà stato tutto nell’inquadratura? L’orizzonte sarà diritto?
E’ venuta mossa? Ho sottoesposto o sovraesposto?

Ecco questa era una lunga serie di dubbi che ci attanagliava fino al momento in cui aprivamo la busta appena ritirata dal fotografo.

Comunque la passione che ho me l’ha trasmessa mio padre.
A casa dei miei abbiamo centinaia di fotografie, diapositive e negativi.
Quando ricordo i momenti della mia fanciullezza lo ricordo con in mano una Olympus OM10. E’ ancora a casa dei miei e fino a non molti anni fa la usavo con piacere.

Il fascino della pellicola è ancora forte in me, proprio per tutto il mistero che rimane fino alla sviluppo e al ritiro delle foto in negozio.
E’ una magia, anzi una vera e propria alchimia il processo di sviluppo (alle medie facemmo un corso di fotografia, dallo scatto all’elaborazione del negativo) il passaggio dal rullino, racchiuso nel suo guscio di plastica, alla fotografia stampata che puoi finalmente tenere in mano la rappresentazione tangibile della tua visione della realtà.
Per poi tenerla in un album oppure appenderla a un muro di casa tua dietro un vetro.

Ricordo con piacere quel misto tra ansia e curiosità di aprire la busta del negoziante e scoprire le foto che ti riportavano subito a quella vacanza o a quella gita fuori porta.

A tal proposito ricordo una brutta figura frutto della mia inesperienza e cattivo ascolto.

Ero in vacanza con mia madre e mio padre mi aveva lasciato la macchina. Ero abbastanza sicuro di me nello scatto, ma non dovevo essere stato molto attento alle spiegazioni del mio mentore.
Quando scattai l’ultima fotografia fu il momento di riavvolgere il rullino dentro il suo guscio di plastica per poi affidarlo al negozio di fiducia per lo sviluppo.
Bè, feci un casino… Come scrivevo prima, la macchina era completamente manuale, niente autofocus e niente avanzamento motorizzato della pellicola. A ogni scatto bisognava far avanzare il rullino con la levetta dietro il pulsante.
Il mio errore fu tentare di riavvolgere la pellicola senza togliere il blocco posto sul davanti del corpo macchina.
Il risultato finale? Entrammo in un negozio di fotografia e il proprietario fu molto gentile spiegandomi come avrei dovuto fare.
Quando poi aprì la macchina per cambiare il rullino c’era una marea di quadratini staccati a forza delle guide della pellicola, li avevo strappati non togliendo il blocco.
Fortunatamente non feci danni alla macchina.

Dopo quella disavventura non feci più quell’errore, certo foto sbagliate ne uscirono parecchie, ma a ogni errore cercavo di migliorare, non ci si poteva permettere di continuare a sbagliare a fare foto… lo sviluppo costava, anche se alle volte potevi chiedere di sviluppare solo le foto venute “bene”.

Continuai a scattare con la Olympus OM10 fino ai primi anni del 2000 quando il digitale entrò nella mia vita con una macchina che era poco più di un giocattolo, ma la possibilità di scattare una foto e vederla sul pc era veramente emozionante.
Fu la prima esperienza e devo dire che mi diede parecchie soddisfazioni.
La portavo ovunque, funzionava con una scheda SD da 64 mega e due batterie stilo.
Mi cadde in acqua, in un fiume in montagna, la asciugai con il phon e ritornò a funzionare. Solo i blu diventarono più saturi: chissà, forse fu merito dell’acqua.

Il vero salto lo feci però nel 2008 con l’acquisto a febbraio di una bridge Panasaonic FZ7, l’avevo comperata nel negozio dove lavoravo in previsione del mio viaggio a Sharm el Sheik.
Riportai foto davvero eccezionali.
Nello stesso anno, convinto da un collega, arrivò in casa la mia prima reflex: una Canon EOS 450D.

Fu amore a prima vista.

L’analogico mi aiutò nell’approccio del digitale.
Le impostazioni erano praticamente le stesse con il vantaggio di poter riscattare una foto se fosse venuta male; questo succede all’incirca nell’80% dei casi.
La portavo ovunque e scattavo centinaia di foto, alcune davvero inguardabili come scelta di inquadratura o soggetto (non sempre umano).
Erano scatti che cercavano di catturare quello che vedevo, ma non sempre ci riuscivo.
Non mi sono mai arreso… e ho continuato per la mia strada, confrontandomi con amici appassionati e cercando spunti e tutorial online.

Negli anni a seguire ho cercato di migliorare la mia tecnica e anche il mio parco ottiche, cercando sempre di investire in obiettivi che difficilmente avrei cambiato a breve. Spesso si cambia il corpo macchina quando ci accorgiamo che la macchina non ci da quello che vorremmo: poca sensibilità alla luce, raffica lenta, tempi di scatto non sufficientemente rapidi e così via.

E così feci una cosa strana: comprai una compatta di fascia medio alta di Canon, la G12. Scattava nello stesso formato di una reflex e aveva le stesse impostazioni.
Sentivo la necessità di avere una macchina compatta da portarmi sempre in giro e poi non avevo i soldi per comprare un nuovo corpo macchina.
Quello arrivò nel gennaio del 2012, una Canon EOS 600D.
Per il poco tempo che la usai fu una macchina che mi diede un sacco di soddisfazioni, ma sentivo che dovevo cambiare ancora, passare a una macchina che mi permettesse di avere una risoluzione e una qualità del sensore maggiore e così nel gennaio del 2014 acquistai la Canon EOS 6D: la mia prima fullframe. Per i non addetti ai lavori una fullframe è una macchina che possiede un sensore grande quanto il negativo di una macchina analogica.
Questo comporta diversi vantaggi, ma anche svantaggi. [Lo spiegherò in un post futuro]

Comprai anche un’ottica di tutto rispetto, il mio primo serie L di Canon: il 24-104 f/4 IS L.
Cambiò anche il mio modo di scattare. Diventai molto più esigente verso me stesso, più severo.
C’erano giorni in cui uscivo con la macchina e non la tiravo nemmeno fuori dallo zaino.
Un po’ per mancanza di ispirazione, molto spesso perchè quello che vedevo non era interessante.
E comunque, anche le volte che scattavo, lo facevo con parsimonia, cercando di ottimizzare gli scatti.
E devo dire che è stata la macchina che più mi ha dato soddisfazione in tutti questi anni, complice il fatto la mia maggior maturazione in campo fotografico. Sia per quanto concerne le conoscenze tecniche sia per il mio curiosare in internet per prendere spunti sia per il mio occhio capace di notare elementi e particolari che spesso non venivano visti da altri.

Negli anni ho ricevuto un sacco di attestati di stima da parte di amici per i miei scatti e questo mi ha reso orgoglioso, anche se sono un tipo molto timido e spesso non li sento miei questi complimenti.
Però sapere che ci sono scatti appesi in diverse case di amici mi fa davvero piacere.

Non vi preoccupate, siamo quasi alla fine.

Arriviamo ai giorni nostri.
Dopo anni di onorato servizio ho deciso di mandare in pensione la 6D, sentivo di avere necessità di un corpo macchina che mi potesse dare qualcosa in più, e così a furia di ricerche online e di prove in negozio, ho optato per la prima mirrorless Canon: la EOS R.
E finora, la possiedo da meno di una settimana, sono molto soddisfatto.
A breve vedrete anche degli scatti con questa nuova macchina.

Ci sono quasi, giurin giuretta.

E’ che volevo parlare di una cosa. Che mi sta molto a cuore, ne parlo adesso anche se si tratta di un evento accaduto la scorsa estate.
Era un bel po’ che non mi capitava di andare in giro con una persona che apprezzasse moltissimo i miei scatti e me, come persona.
Mi faceva sentire bene.
Un giorno mi chiese se poteva usare la macchina, voleva provarla.
Non sono mai stato geloso dei miei strumenti, anzi ho sempre cercato di prestarli a chi non li aveva e voleva provarli.

Ti ho guardato scattare la prima volta, tutto in verticale
Ti ho detto che alcune foto le avresti potute fare in orizzontale, che il fatto di scattarle così è una forma mentis. Un costrutto che ci portiamo dietro da quando abbiamo un cellulare in mano e tutti i social ci “costringono” a scattare in verticale.
Ci perdiamo una sacco di opportunità, davvero. Ogni tanto girate in orizzontale il cellulare e fregatevene dei social.
Stampate le vostre foto migliori, i vostri ricordi migliori.
Fatto sta che guardando le tue foto notai subito un occhio fuori dal comune, capace di cogliere linee e strutture particolari.
Incroci sopra le nostre teste che molto spesso non vediamo perchè stiamo con il naso incollato al cellulare o a terra.
Alziamo lo sguardo, ci perdiamo un sacco di meraviglie.
Ho amato subito i tuoi scatti a palazzi e chiese, cercavi sempre di curare la composizione, spesso lo facevi già prima di scattare.
Ti toglievi gli occhiali portavi la macchina all’occhio e scattavi.
Poi guardavi la foto nel display e si capiva subito se era un buono scatto o meno.

La tua espressione dopo uno scatto ben riuscito era impagabile.
Impagabile era la passione che ci mettevi dentro a ogni inquadratura e a ogni clic.
Avevo risvegliato qualcosa di latente in te.
Qualcosa che adesso ti rendeva felice ed entusiasta.
Una passione che ti avrei aiutato a coltivare.
Una passione che meritava e merita di essere coltivata.

Ancora adesso guardo i tuoi primi scatti e rimango stupito di quanti passi avanti tu abbia fatto in così poco tempo.
Scatti con molta più sicurezza.
Scatti molto meno.
E poi ricordo una cosa che mi dicesti: io scatto anche quando sono senza macchina, spesso mi trovo a guardare qualcosa e inquadro tutto con l’occhio e scatto, ecco come mi alleno anche quando non siamo assieme.

Sono davvero felice di aver risvegliato questa tua passione.
Quando vieni presa dal sacro fuoco è come se ti estraniassi, sparisci quasi e ti immergi nella città.
E io mi incantavo a guardarti.
Mi piace la scelta delle linee che si intrecciano, mi piace la curiosità che ci mettevi dentro quando mi chiedevi cosa potevi fare con questo o quell’obbiettivo.
E poi fu amore a prima vista con il Canon 70-200 f4 L.
Scoperto quello non ce ne fu per nessuno.
Riuscivi a vedere cose che io non vedevo e questo mi entusiasmava ancora di più, ti muovevi avanti e indietro cercando di comporre in maniera corretta la fotografia quando lo zoom non ti permetteva di includere tutto ciò che ti attirava.
E quanto ti arrabbiavi quando l’orizzonte era storto e io avevo un bel da fare per dirti che si poteva correggere in post produzione.

Sono fiero di te, dei tuoi scatti e dei passi avanti che hai fatto. Sono sicuro che potrai toglierti un sacco di soddisfazioni.

Ora ho veramente finito.
Nei prossimi post vedrò di mettere un po’ di fotografia e porterò altre tematiche a me care e spero di non avervi annoiato troppo.

buonanotte.