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Chiudo la serranda.

Piove e ho dimenticato a casa l’ombrello, o forse in libreria, ma non ho voglia di riaprire tutto quanto.
Ho voglia di arrivare a casa, farmi una doccia bollente e provare a chiamarti.

Sei partita stamattina presto per un breve viaggio.
Mi hai inviato un messaggio al tuo arrivo, ti ho risposto subito.
Avrei voluto scriverti che mi mancavi da morire.
Che stamattina non ti avrei dovuto salutare sulla porta, ma avrei dovuto insistere e venire con fino in aeroporto.
Ma alle volte facciamo le cose per stupidità, non osiamo abbastanza per chissà quali paure.

E ora mi sto bagnando come un cretino.
Di solito sei tu che mi ricordi di prendere l’ombrello prima di uscire di casa.
Sono davvero il tuo tonno, in questo caso bagnato fradicio.

Mi fermo alla panetteria sotto casa, prendo alcuni pezzi di pizza e un poco di focaccia normale.
A casa c’è del prosciutto crudo in frigo.

Fa strano non suonare al citofono.
Apro il portone, salgo le scale lentamente, ti invio un messaggio.
– hei amore, come stai? –

Apro la porta di casa.
E’ tutto buio.
Siamo a metà dicembre e fa già freddo, accendo le luci in sala, mi piace quella luce dorata che riempie gli spazi.
Si appoggia sui divani ricoperti con i plaid e poi fa risaltare le coste dei libri sugli scaffali di legno.
Mi siedo un attimo sul divano.

– tutto bene, sei arrivato a casa? –

Prendo il cellulare in mano.

– sì, appena arrivato –
– ricordati di cenare, per favore –
– certo amore –

Vado in cucina e sistemo la “cena”.
Apro il frigo e mi stappo una birra.
Poi vado a prepararmi per la doccia. Ho bisogno di staccare la testa, sul lavoro ho avuto qualche problema con dei corrieri, già non ero molto presente e mi sono arrabbiato più del dovuto.

Mi spoglio per strada, lascio tutto per terra e aspetto che l’acqua si scaldi, quando il vapore riempie il bagno apro le porte e mi infilo dentro.
E’ uno schiaffo sulla pelle fredda.
Ho brividi ovunque ma dopo qualche minuto il corpo si adatta e mi rilasso, sento i muscoli delle spalle che provano a sciogliersi.
Vorrei sciogliermi nell’acqua anch’io.
Raggiungere il mare.
Raggiungere te.

Esco dalla doccia dopo circa mezz’ora.
Ho dimenticato di accendere i caloriferi, la casa è fredda e silenziosa.
Metto su una canzone.

Accendo finalmente i caloriferi e mi aggiro per casa in accappatoio e birra in mano.
Fuori la pioggia sembra si stia trasformando in nevischio.
Asciugo i capelli e poi provo a chiamarti.

Avevo bisogno di sentirti.
Prima di chiudere la telefonata mi chiedi una cosa.
– ti ricordi gli orecchini dell’estate scorsa? –
– quelli con le teste di moro? –
– proprio quelli – pausa – pensavo di averli presi e invece potrei averli lasciati a casa nel mio cassetto… –
– controllo subito –
– grazie –

Entro in camera, accendo la luce e controllo nel tuo cassetto delle gioie.

– sono qui – ti confermo sfiorandoli con le dita.
– meno male, mi sarebbe dispiaciuto averli persi in viaggio… –
– sono al sicuro –
– ti ricordi quando li ho indossati la prima volta? –
– certo, come potrei dimenticare quell’estate? –
– già – ti sento sorridere da qua.

Eravamo in campagna da te, ci stavamo preparando per uscire e tu eri indecisa tra un vestito nero o una gonna nera coi fiori rossi e una maglietta bianca.
Ti guardavi allo specchio e io ti osservavo compiaciuto, sei sempre stata sexy quando ti provavi i vestiti davanti a uno specchio, e poi ti piaceva mentre ti guardavo.

– ti piaccio? –
– molto –
– no, dai sto dicendo sul serio, con il vestito ti piaccio? –
– assolutamente –
– o meglio maglietta e gonna? –
– perfetto –

Ti giri verso di me, con le mani poggiate sui fianchi.

– sai che non sei d’aiuto? per niente – ti rigiri.
– anche così con le mutandine sei bellissima –

Senza nemmeno girarti mi fai il dito medio riflesso nello specchio.

Ridiamo tutti e due.

Una volta scelto il vestito usciamo e andiamo in macchina verso il paese, una volta parcheggiato ci andiamo a prendere un bel calice di vino bianco freddo in un bar della piazza.
Ci portano un sacco di cose da mangiare e rimaniamo a guardare il passeggio chiacchierando.
Il vino scende giù bene e il mangiare è buonissimo, ridiamo un sacco e quando ci alziamo la testa gira un poco.

– sei brillo? – mi domandi con gli occhi che brillano.
– un pochetto… tu? –
– anch’io… –
Ridiamo.
– meglio camminare un poco prima di rimetterci in macchina – ti dico mentre mi prendi per mano.
Mi piace il calore della tua pelle, le nostre braccia sono intrecciate come le nostre dita.
Camminiamo per le vie del paese a guardare i piccoli negozi di artigianato.
A un certo punto ti fermi davanti a una vetrina di gioielleria.
Guardo sopra la tua spalla cercando di individuare qualcosa che ti possa piacere.

– è inutile che guardi, ho già visto cosa mi piace… – dici tu con un sorriso enigmatico.
– ah sì? –
– già e adesso tu vai a farti un giro fino al bar laggiù in fondo dove io ti raggiungerò per prenderci un buon caffè –
– vado capo –
Ti do un bacio sulle labbra rosse di rossetto e mi perdo per un secondo nei tuoi occhi profondi.
– su, vai –

Mi allontano continuando a girarmi, ma tu sparisci subito nel piccolo negozio.

Rallento il passo guardando altre vetrine, mi soffermo a guardare delle splendide ceramiche e cerco di capire dove potrebbero stare nel terrazzo di casa nostra.

– non ti girare e nessuno si farà niente – l’accento è marcato, ma la voce è la tua, sorrido, ma un poco mi sono scantato.
– cammino? –
– certo –
– e non mi giro –
– non capisci quando parlo? –

La gente ci guarda divertita.

Arriviamo davanti al bar.
– adesso ti copri gli occhi e ti giri, capito? –
– più o meno –

Mi giro tenendo gli occhi coperti.
Quando li scopro vedo che ai lobi porti due orecchini meravigliosi.
Sono due piccole teste di moro, un maschio e una femmina, come narra la leggenda.

– wow – riesco a dire solo quello.
Sei bellissima, coi capelli neri e lunghi e il foulard che li tiene raccolti, gli orecchini spiccano nelle luci d’oro della strada.
Piccole perle e pezzi di corallo adornano i pendenti, con alcune pietre rotonde verdi e due più grandi bianche, sembrano quasi quarzo.

– allora? ho scelto bene? –
– benissimo amore mio –

Fai un giro su te stessa e sei il ritratto della felicità.

– che bel ricordo – dici alla fine del racconto.
– vero – confermo.
– e poi siamo tornati a casa che eravamo ancora brilli… – continui.
– è stata una serata particolarmente calda e una nottata molto molto lunga… – aggiungo io.
– già –
Sorridiamo entrambi.

Mi sposto alla finestra.

– manchi –
– anche tu… –
– sta quasi per nevicare qua – ti dico guardando il cielo.
– qua fa caldo, stasera sono uscita a fare due passi e non avevo nemmeno la giacca –
– non vedo l’ora che tu sia di nuovo a casa –
– anch’io tonno –

Terminiamo la telefonata.
Io mi siedo sul bordo del letto, ancora in accappatoio.
Mi lascio andare sulla schiena e piango.
Scarico la tensione, la rabbia nei miei confronti e la tua mancanza, che è come quando stai sott’acqua e sei al limite e senti i polmoni scoppiare e cerchi di risalire in fretta.
Per tornare a respirare.

Mi addormento e ti sogno.
Fuori nevica.
Dalle finestre la città si trasforma in un presepe; le luci calde dei vicoli si riflettono sui fiocchi di neve che cadono, pesanti, e ricoprono di silenzio tutto quanto.

Ti sogno.