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La canzone genovese per eccellenza.
Sì c’è anche Ma se ghe pensu, ma voglio parlarvi di questa canzone adesso.

Adesso voglio parlavi di Crêuza de mä.

Questo è il testo.

Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a lûn-a a se mustra nûa
e a nuette a n’à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l’àse gh’è restou Diu
u Diàu l’è in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
a a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria.

E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià
int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l’ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun.

E a ‘ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi.

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
emigranti du rìe cu’i cioi‘nt’i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na crêuza de mä.

Crêuza. Le vie strette che si inerpicano poco fuori la città, dove tracciano confini tra campi e proprietà.
Qua sono di mare.
Che portano al mare.
E io mi immagino questi viottoli da percorrere una sera d’estate, tenendoti per mano, cantando questa canzone che ti piace così tanto quando la canto.
E così camminiamo, di sera, mentre il sole scende dietro i monti a ponente, dietro il mare.
E tutto si tinge di viola e di rosa.
I nostri passi fanno rumore sulla ghiaia bianca e impolverata.
La tua gonna nera a fiori si muove quasi danzando nella sera fresca.
La mano che stringe la mia è calda, rassicurante.
Mi da fiducia che tutto andrà bene.
Che tutto si sitemerà.

La canzone fa parte di un album molto ricercato in termini musicali, ci sono tutte lo sonorità del Mediterraneo.
E’ una musica etnica.
Che va oltre l’essere Genovese.
Si apre al mare.

Luogo di passaggio e di arrivi e partenze.
Luogo di morte e nascita.
Un luogo che negli ultimi anni è stato la tomba di migliaia di uomini e donne e bambini che cercavano un posto migliore in cui vivere.
Un posto migliore per poter ricominciare.

E così canto questa canzone per te, senza musica, con la voce bassa e roca.
E tu mi stai a sentire e mi guardi con gli occhi lucidi.
Mi accompagni con una seconda voce alta, luminosa e chiara.
Mi vengono i brividi.
Mi emozioni.

Vi lascio qua sotto la traduzione del testo.

Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov’è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dall’Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra.

E nella casa di pietra chi ci sarà
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono
che puoi guardarle senza preservativo.

E a queste pance vuote cosa gli darà
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino,
cervelli di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole.

E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.

Ascoltatela.

Io lo farò ancora una volta pensando a te, ai tuoi capelli, ai tuoi occhi scuri, alle tue labbra carnose e alla tua pelle bianca. Luminosa. Profumata.
Ripenso ai tuoi baci, alle tue carezze e al tuo sapore.
Aspetto domani per tornare a vederti.
Aspetto domani per tornare a sognare.