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Questa categoria comprenderà diversi artisti, da attori a pittori, fotografi e scultori, poeti e scrittori. Insomma tutto ciò che per me è arte.

E inizio subito con un’immagine.
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E’ la copertina del mio regalo di compleanno dello scorso anno: mai regalo fu più gradito e sentito, davvero, ancora grazie. (Hei… c’è ancora il tuo profumo sul biglietto d’auguri).
Fatti i giusti ringraziamenti passiamo a Edward.

Ricordo bene come è nato il mio amore per lui, con il suo quadro più famoso:
I Nottambuli [Nighthawks in lingua originale].

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Uno dei suoi quadri più famosi ed emblematici.
Nel libro quest’opera si trova al capitolo intitolato: Isole rifugio. Mai titolo fu più azzeccato in questo momento particolare della vita di tutti noi, nessuno escluso.

Quello che riporto qua sotto è tratto liberamente dal libro scritto da Walter Wells, io non sono per niente un critico d’arte: o mi piace o non mi piace, punto.

Hopper rappresentava il male di vivere dell’uomo del ‘900, nei suoi quadri c’è il pessimismo esistenziale che è una costante dominante.
Ma ci sono quadri che vanno a bilanciare questa natura, e si possono trovare nei fari “che sfidano la notte e sono una fonte di luce per coloro che affrontano i pericoli del mare, assumendo quindi un che di inequivocabilmente nobile. La loro missione non è diversa da quella dell’artista…“, e tra questi possiamo trovare alcuni tra i suoi più celebri capolavori, tra cui: Nighthawks.

Hopper conosceva molto bene l’opera di Hemingway e il suo quadro (di cui la foto sopra) si dice fosse ispirato a un racconto apparso su Scribner’s nel marzo del 1927 (quasi 100 anni fa) il cui titolo era: “Gli uccisori“. [che devo recuperare da qualche parte].

Secondo Gail Levin Nighthawks e “Gli uccisori” hanno molto in comune, sia per l’atmosfera che per l’ambientazione. […] ma a me pare che tra i primi, magnifici racconti di Hemingway ce ne sia un altro, con radici ancora  più profonde nella genesi del dipinto: si tratta di “Un posto pulito, illuminato bene”. […] Il suo caffè è il suo unico baluardo contro la notte, gli fornisce riparo  dalla notte infinita in un mondo senza Dio nè sollievo spirituale.

Direi che ho un altro racconto da recuperare. Ma va bene, anche perchè Hemingway è un altro mio “artista” preferito, parlerò di lui e Fiesta Mobile in un prossimo post.

Comunque amo Hopper per il suo rappresentare la realtà come la vedeva lui, con gli occhi di chi analizza quello che ha davanti e lo riporta senza filtri, nudo e crudo come la luce del sole che spesso taglia i suoi dipinti.

Cosa che spesso cerco di riprodurre nelle mie fotografie.

Amo quella solitudine e quel vuoto esistenziale che pervade nelle figure umane che appaiono nei suoi quadri. Donne che leggono, donne che guardano fuori dalla finestra, donne seduto sul letto in costume che leggono un libro.

Sembrano tutti in attesa di qualcosa, come dice Wells: dell’ineluttabilità della morte.

C’è questo senso di attesa, ma senza aspettative, come in questo quadro: Persone al sole (People in the sun).

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La prima cosa che mi è venuta in mente guardandolo è vedere alcune persone che aspettano una catastrofe, come in un film apocalittico dove un asteroide sta per colpire la terra. E lo fanno con una flemma incredibile. Ma forse è solo davvero lasciarsi andare a qualcosa a cui non possiamo opporci.

Comunque l’aria di ineluttabilità è quello che mi ha attirato nei quadri di Hopper, ma anche e soprattutto la sua visione della luce, come taglia ombre nette e ci siano colori pieni e contrasti incredibili. Ecco perchè mi fermo a guardare queste opere con ammirazione e ispirazione.
Magari un giorno ne nascerà un progetto fotografico, che prenda spunto dai suoi lavori.