Stamattina alle 5 e 35 mi sono svegliato. Colpa del magazzino che ho davanti alla finestra della camera da letto; ci sono dei capannoni e tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, arrivano i camion che scaricano merci seguiti da altri che le caricano.
Il tutto inframmezzato dai suoni dei muletti che si muovono e dalle voci di chi ci lavora.
Bè stamattina era come se fosse lunedì.
Dopo giorni di sabato e domenica.
E così il mio cervello ha subito collegato i rumori al fatto di andare al lavoro.
Non come dice la canzone di Lorenzo: “Come un lunedì di vacanza dopo un anno di lavoro”, ma giusto il contrario “Come un lunedì di lavoro dopo un anno di vacanza”.
 
Sono in quarantena da Venerdì 13 marzo (ci sono persone che sono in quarantena da molto più tempo e altre che invece continuano ad andare al lavoro), sono passati appena 6 giorni e so che ce ne saranno altri davanti, non sappiamo quanti in effetti e forse al momento non voglio nemmeno saperlo.
Fatto sta che stamattina il mio cervello ha percepito quei suoni e si è subito attivato per farmi uscire dal letto e andare a prepararmi.
E no, sono rimasto a letto, a rigirarmi a scrivere messaggi con chi era già sveglio e a riaddormentarmi cullato dal ronfare della mia gatta Penny.
 
Cerco di mantenermi attivo. Di fare cose utili per me durante la giornata, quindi volevo rassicurare tutti del fatto che: faccio una buona colazione, mangio a pranzo e cena e spesso anche a merenda con un caffè. [in effetti i caffè della giornata vanno dai 2 ai 3]
Scrivo, ascolto musica, gioco alla playstation con gli amici, ogni tanto una videochiamata su skype dal cellulare in compagnia e la giornata scorre.
Alle volte è più difficile.
Alle volte meno, magari guardandosi un film leggero.
 
Mi concedo un’uscita giornaliera a buttare la spazzatura, i bidoni sono a circa un centinaio di metri da casa, faccio la strada molto molto molto lentamente; come faceva il Piccolo Principe che con quei 53 minuti di tempo risparmiati nel bere camminava lentamente verso una fontana.
 
No, non ci metto così tanto tempo, davvero. Però porto la macchina fotografica e scatto quello che vedo o uso il cellulare. Non voglio perdere il contatto con la realtà, con quello che c’è fuori.
E poi me ne torno a casa, nel mio porto sicuro.
Scrivo e penso.
Qualche volta piango, lo ammetto.
 
Ma in fin dei conti siamo tutti umani, no?