Un giorno il mare.
Ci pensavo oggi.
Non riesco nemmeno più a sognarlo. O lo faccio molto molto di rado.
Forse ieri l’ho sognato, o era l’altra notte o era ieri notte.
Tutto si confonde in giornate che sembrano non finire mai.
Giornate lunghe.
Giornate difficili.

Alle volte tutto sembra insormontabile.
Come una montagna che a ogni passo diventa sempre più alta, sempre più irta di ostacoli che ci parano la via alla sua ascesa, alla conquista della vetta.

Chissà se da lassù si vede poi il mare.

Vorrei vederlo adesso, in questo momento alle 22 e 38 vorrei uscire di casa, prendere la macchina, passare a prenderti e correre verso il mare.
In quel punto dove si scende tra ulivi e muri alti che fanno vedere l’azzurro tra le fronde degli alberi.
E senti il mare.
Lo senti che sbatte contro gli scogli.
Da sempre.
Per sempre.
E allora scendiamo gli scalini, mentre la luna sorge e ci illumina la strada.
Ci fermiamo tra salmastre erbe aggrappate alla parete di roccia e pietra nera di promontorio (Granarolo) e per un attimo guardiamo il mare che si stende davanti a noi.
Le onde lunghe lo muovono come una tovaglia stesa su un tavolo per apparecchiare un pranzo di festa.
La spuma bianca è il pizzo che cade dal tavolo, sulle gambe.

Scendiamo ancora.
Sempre più in basso.
Tenendoci per mano, con le dita strette, intrecciate.
Non parliamo.
Siamo concentrati.
Siamo attenti un all’altro.
Ci prendiamo cura uno dell’altro controllando dove mettere i piedi, ci tratteniamo dal correre e buttarci in mare, vestiti.
Ci tratteniamo dal piangere adesso.
Che non siamo ancora arrivati.

E quando i piedi poggiano sugli scogli solidi a pochi metri dall’acqua color dell’ardesia, finalmente adesso possiamo lasciarci andare.
Ci abbracciamo, ci stringiamo forte, ci baciamo mentre lacrime di mare ci bagnano il viso.
Il mare che così cerchiamo lo abbiamo dentro, noi che siamo nati davanti al mare.
Possiamo stare lontani quanto vogliamo o quanto ci dicono di stare, ma il mare da dentro non ce lo toglierà mai nessuno.

E’ quella calma che arriva all’improvviso. Che ci riempie il cuore e ci fa salire le lacrime agli occhi senza motivo.
E’ quell’emozione dimenticata di quando siamo lì, seduti a cercare vetri colorati, e torniamo bambini, con le dita dei piedi arricciate sugli scogli per non cadere e le labbra viola ché non vogliamo uscire dall’acqua per tornare dalla nostra mamma che ci aspetta sempre con un asciugamano aperto e un succo di frutta e una brioche.

Ci sediamo su uno scoglio.
Le mani strette. Le dita bagnate dalle lacrime e dai baci.
Sospiriamo.
Siamo a casa.
Siamo assieme.
Siamo il mare. Sempre. Lo abbiamo dentro. Siamo legati da quest’acqua salata piena di vita. Siamo segnati dalle vie dell’acqua e dalla sua memoria.
Siamo le onde che baciano la nostra terra, giorno e notte.