esterno notte, interno silenzio.

Dio è morto, la gente è felice e io voglio solo dormire.
La musica non salva l’anima, la brucia tra crepitii e fiamme rosse.
Il silenzio è interrotto dal battito del mio cuore, dal mio respiro affannato.
Affamato di vita, di luce, cerco una strada nuova, non battuta, mentre mi guardo indietro e vedo la mia ombra allungarsi fino quasi a strapparsi.
Come un novello Peter cerco di volare mentre il peso mi porta giù e mi lascio andare nel silenzio e nel vuoto.
Non ho fame, bevo acqua per non annegare in quest’estate non ancora iniziata, che fa già caldo e il sudore cola lungo la schiena sotto la camicia bianca, con il colletto che stringe un collo troppo piccolo per la cravatta di mio padre che smorza il fiato.
E cammino un po’ veloce e penso, penso al domani che vorrei non arrivasse e aspetto il weekend dormendo tutta la settimana, per non pensare e non sentire.
Penso alle sere che scorrono veloci, come se il tempo non bastasse mai, vorrei fosse tutto più lento, vorrei avere la chiave per le porte che non si aprono.
La luna in cielo è quasi piena, la luna sul mare brilla sempre uguale, calante o crescente si allontana un poco alla volta.
Guardo il cielo attraverso i miei occhiali, cercando una stella di cui non ricordo il nome, perdendomi tra costellazioni e galassie lontane.

Dio è morto, la gente torna a casa tenendosi per mano e parlando piano con le teste vicine.
Il domani è già arrivato, cerco di dormire per sognare un poco.
Buonanotte.

Un treno nella notte.

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Salii sul treno che erano le 23 e 24.
Faceva freddo e mi ero preso lo scroscio improvviso di un temporale, meno male che ero vicino alla stazione, cercai il mio scompartimento camminando nel corridoio stretto trascinandomi la valigia pesante e bagnata.
Posto numero 105, così c’era scritto sul mio biglietto che stava nella tasca interna della giacca; lo trovai guardando l’elenco dei posti attraverso gli occhiali bagnati, dentro non c’era nessuno, meglio così.
Aprii la porta e il caldo era davvero piacevole, misi subito la valigia sopra il mio posto accanto al finestrino e mi tolsi la giacca appendendola sopra la griglia del riscaldamento.
Chiusi la porta e abbassai il vetro e guardai fuori, la pensilina era praticamente vuota a parte il capotreno che mi aveva salutato con un cenno del capo mentre salivo e una ragazza che stava salendo sulla mia carrozza.
Tirai su il vetro e mi lasciai andare sulla poltrona morbida, presi il libro che stavo leggendo e lo poggiai sul tavolino davanti: aveva la copertina bagnata e così lo misi di traverso sul vetro ad asciugarsi.
Alcune gocce scivolavano lungo il vetro, da piccolo facevo le scommesse su qualce goccia sarebbe arrivata in fondo alla finestra nei pomeriggi piovosi.
Ero figlio unico, non avevo molto da fare quando non c’era qualche compagno di scuola a casa.

Misi gli occhiali sul tavolino e mi rilassai appoggiando la nuca al poggiatesta con la classica veletta bianca dei treni nazionali.
Sentii un po’ di trambusto in corridoio e aprii gli occhi. Apparve la ragazza che avevo visto salire stava trascinando, letteralmente, la valigia nello stretto passaggio, si fermò a guardare i numeri fuori dallo scompartimento, poi mi sorrise e aprì la porta.
– buonasera – disse.
– buonasera – risposi.
Si tolse il cappello di lana e la sciarpa, che buttò sul posto vicino alla porta, poi si sfilò il pesante giaccone di lana che mise sulla cappelliera.
– se è bagnata conviene appenderla qua, si asciugherà velocemente – le dissi indicando la mia giacca.
– oh grazie – rispose tirando dentro la valigia: era davvero enorme – mi sa che potrebbe servirvi una mano –
– certo –
Mi alzai e notai che era alta quanto me, i capelli erano castani raccolti in uno chignon che perdeva qualche ciuffo ribelle, indossava un maglione nero a collo alto e un paio di pantaloni di velluto a zampa di elefante, sembrava uscita da un film francese sul ’68.
Assieme, a fatica, riuscimmo a mettere la valigia nel posto più in alto.
– grazie – disse – mi ero già rassegnata a tenerla a terra o nel corridoio per tutto il viaggio –
– si figuri – risposi sedendomi nuovamente.
Lei sistemò la giacca accanto al finestrino e poi controllò il numero del posto con quello del suo biglietto.
– non credo salirà nessuno – dissi cogliendo il movimento del braccio del capotreno con il fazzoletto verde per segnalare l’immininente partenza al macchinista.
– speriamo – disse sedendosi davanti a me – adoro il posto accanto al finestrino –
Mise il biglietto nella tasca interna della giacca.
– preferisce andare in senso di marcia? –
– no grazie, non ho problemi – rispose sorridendo, poi allungò la mano – piacere mi chiamo J. –
Le strinsi la mano, era calda e aveva la pelle morbida, lo smalto rosso scuro era sbeccato in più punti.
– piacere mio, N. –
Si sistemò i pantaloni passando le mani sulle cosce e poi posizionò il tavolino per metterci sopra due mandarini.
– è di origini francesi? – domandai curioso.
– no – sorrise – mio padre si era innamorato di un’attrice francese da ragazzo e decise che, se avesse avuto una figlia, il nome sarebbe stato quello dell’attrice –
Sorrisi.
Con uno scossone il treno si mosse, ci guardammo preoccupati.
– speriamo bene – dissi a mezza voce.
Quando J. iniziò a pulire uno dei due mandarini il profumo pervase tutto lo scompartimento, lei mi guardò porgendomi l’altro.
Accettai molto volentieri.
– grazie – dissi aprendolo – quando sento il profumo è come se fosse già Natale –
– concordo – disse mettendosene in bocca uno spicchio, aveva le labbra coperte da un velo di rossetto in tinta con le unghie, le guance erano arrossate per via del freddo.
Mentre stavamo gustando i frutti arrivò il controllore.
– buonasera signora – disse toccandosi il cappello, era infreddolito con il naso rosso e la voce roca, fece un cenno nella mia direzione – i biglietti per favore –
Li prendemmo dalla tasca delle rispettive giacche e li passammo al capotreno.
– potrebbero esserci dei rallentamenti sulla linea – disse restituendoci i documenti di viaggio – se volete potete aumentare un poco il riscaldamento dello scompartimento, siete i soli in questa carrozza e se vi dovessero servire delle coperte per la notte li trovate a inizio vagone –
– perfetto – risposi.
– grazie mille – disse J. – ah una cosa – lo fermò sulla porta.
– prego –
– passa il carrello delle bevande? –
– tra una decina di minuti dovrebbe arrivare –
– benissimo, ho una voglia di cioccolata calda – disse sorridendo.
Il capotreno sorrise e chiuse la porta.
– alzo un poco la temperatura? – domandai guardando la stazione sparire sotto la pioggia mista a neve.
– sì – rispose fregandosi le mani – mi sa che sarà una lunga notte –
Girai la rotella sopra la porta verso il rosso, accanto c’era la luce notturna blu pronta ad accendersi quando avremmo spento le luci dello scompartimento.
– scende anche lei a T.? –
– sì – rispose guardando un attimo fuori, gli occhi erano castani con venature verdi – cambio città – aggiunse indicando la valigia sopra la sua testa.
– per lavoro o per amore? –
Che domanda da impiccione.
– scusi la domanda forse innoportuna –
– non si preoccupi N. – disse lei accavallando le gambe – vado per lavoro e che ne dice se ci diamo del tu? –
– mi sembra un’ottima idea visto che saremo compagni di viaggio fino al mattino –
– bene –
– e che lavoro fai? –
– secondo te? – mi sfidò J.
La guardai attentamente: nell’insieme me la immaginavo a fare l’attrice di teatro, un po’ ricercato e sperimentale, anche se avrebbe potuto benissimo fare la cantante in un locale molto chic.
– sono indeciso tra attrice e cantante –
Rise di gusto coprendosi la bocca con una mano, gli occhi chiusi.
– niente del genere – rispose divertita – però mi ci vedrei a cantare in qualche locale con le luci basse e il fumo che sale lento dai tavoli mentre i clienti sorseggiano cocktails –
– in effetti ti ci vedrei –
– ho una pessima voce – rispose abbassando il tono – riprova –
Guardai le sue mani: erano sottili e curate a parte lo smalto.
– ballerina classica? –
– no – rispose secca – ho un pessimo senso del movimento –
Stavo terminando le idee.
– tu per esempio sei uno scrittore o un professore… – disse guardandomi.
Credo feci una faccia davvero stupita.
– ci ho preso? –
La guardai negli occhi e per un attimo era come se fossi da un’altra parte.
– è colpa del mio maglione con le toppe sui gomiti, vero? –
– un poco sì – fece lei candidamente – però hai proprio il viso e l’espressione di uno che potrebbe insegnare all’università –
– ok a questo punto tu fai la veggente – sparai io.
– chi può dirlo? –
Si sciolse lo chignon e lunghi capelli mossi scesero lungo le spalle arrivando quasi la gomito.
– no, scherzo – si affrettò a dire, come rassicurarami – mi sono appena laureata in lingue e sto andando a T. per un lavoro in una scuola media dopo le vacanze natalizie –
– complimenti – le dissi sincero.
– grazie – fece raccogliendo nuovamente i capelli e fermandoli con un nastro nero – in effetti è stata una bella botta di fortuna, conosco una delle insegnanti e ha fatto il mio nome, certo è solo una supplenza, ma meglio che niente e poi l’importante è iniziare, giusto? –
– giustissimo –
Nel frattempo il treno stava percorrendo la città con le vie illuminate dalle colorati luci natalizie, e la pioggia lentamente si trasformò in neve.
– nevica – dissi indicando fuori.
– che meraviglia – i suoi occhi si accesero di riflessi multicolore – ho sempre amato il Natale –
Per un po’ guardammo fuori mentre la città lasciava spazio al vuoto e il nero era intervallato da evanescenti coni di luce che mostravano fiocchi sempre più grandi e un mare che gonfiava i muscoli infrangendosi sulle spiagge nere e fredde.
– quindi tu che insegni? – chiese riportandomi dentro lo scompartimento.
– etologia –
– interessante – fece lei – e leggi Simenon – fece guardando la costa del libro che era rivolto verso di lei.
– lo adoro –
– anch’io – poggiando lo sguardo sul libro curiosa – posso? –
– certo –
Lo prese con delicatezza, la copertina era un poco sgualcita, il verde era sbiadito e il bianco era ingiallito, era un libro di seconda o forse terza mano comprato in una bancarella quello stesso autunno.
– la neve era sporca – lesse il titolo a voce alta – questo non l’ho mai letto – aggiunse restituendomelo.
– se vuoi posso prestartelo –
– e come faccio a ridartelo? – domandò appoggiandosi al sedile.
– sto andando anch’io per lavoro a T. – iniziai – dopodomani ho un incontro con il rettore dell’università per stabilire una serie di incontri e poi dovrei subentrare a un collega che il prossimo anno andrà in pensione –
– è una bella notizia –
– che il professore in questione vada in pensione? –
– anche, ma lui non lo conosco – rispose socchiudendo gli occhi – ma il fatto di conoscere un’altra persona in una nuova città mi mette di buon umore –
– hai perfettamente ragione –
Ci interruppe il suono del carrello delle bevande, si fermò davanti allo scompartimento e un ragazzo aprì la porta.
– buonasera – disse – desiderate qualcosa? –
Ci guardammo e all’unisono rispondemmo: una cioccolata, grazie.
Ognuno pagò la sua quando ci passò il bicchiere fumante e pesante, se ne andò dicendoci che sarebbe ripassato la mattina alle 7 per la colazione, ma se volevamo sarebbe stato aperto anche il vagone ristorante a quell’ora.
Ringraziammo in coro; J. unì le mani attorno alla tazza e gli occhi le si illuminarono, il vapore saliva dalla bevanda bollente.
– sembra davvero molto buona – disse guardandomi.
– ci vuole proprio – dissi guardando fuori i coni di luce susseguirsi con pause di nero e vuoto.
– fai attenzione che è davvero bollente – fece socchiudendo gli occhi mentre avvicinava le labbra al bicchiere.
Così sorseggiando scoprii che aveva lasciato amici e famiglia ed era partita per venire a studiare qui e adesso aveva impachettato nuovamente la propria vita per partire nuovamente.
– una vita in viaggio – le dissi appoggiando il bicchiere sul tavolino, accanto al libro.
– davvero – rispose bevendo ancora la sua cioccolata – meno male che adoro viaggiare, specie in treno –
Ci fu un rumore sinistro e sentimmo i freni mettersi in funzione; il suo sguardo andò al mio bicchiere che tenni con una mano mentre il mio correva alla sua valigia che decise di rimanere al suo posto nel porta bagagli in alto.
– che sarà successo? – domandò guardandomi.
Una luce rossa illuminava il nostro finestrino, la neve scendeva rossa ed era un poco inquietante.
– c’è il semaforo rosso –
– speriamo non ci sia un’interruzione sulla linea –
– davvero – risposi cercando di mantenere un tono neutro.
Per un attimo il tempo sembrò fermarsi, come cristallizzato in quella che pareva una sfera di neve al contrario, la neve che si agitava fuori e dentro due piccole figure che si guardavano intorno cercando di capire cosa stesse succedendo.
Poi piano piano il treno si mosse e la luce tornò verde, rassicurante.
– meno male – fece J. sottovoce, come per evitare che il treno potesse nuovamente fermarsi.
Annuii.
Parlammo un po’ di Simenon e di libri, di alcuni film usciti da poco al cinema e di come lei stesse cercando di smettere di fumare.
– ho ridotto ormai il consumo di sigarette a tre al giorno –
– bè da un pacchetto che mi hai detto direi che non è male –
– da Gennaio voglio smettere – fece una pausa portando la mano alla giacca – sul serio –
Poi guardò l’orologio, era quasi l’una e mezza e noi eravamo perfettamente svegli, ma forse era il caso di dormire un poco, mi proposi per andare a prendere una paio di coperte.
– se trovi anche un paio di cuscini ti offrirò una cena con il mio primo stipendio –
– andata – dissi uscendo nel freddo del corridoio, arrivai in testa al vagone e nell’armadio trovai le coperte e la mia cena.
Mi voltai a guardare la carozza, c’era una sola luce accesa, un piccolo rettangolo di luce dorata che illuminava un pezzo di corridoio, sembrava che provenisse da un camino acceso, faceva sembrare quello scompartimento un luogo accogliente a cui tornare in una notte fredda e nevosa.
Aprii la porta con il mio bottino.
– coperta e cena – dissi porgendole il tutto.
– perfetto –
– spengo la luce? –
– sì, però posso leggere un poco del libro che ti sei gentilmente offerto di prestarmi? –
– certo –
– non ti da noia la luce? – domandò accendendo la lampadina sopra il suo posto.
– non si vede nemmeno – risposi spegnendo la luce centrale: la penombra calò azzurra nello spazio che sembrò rimpicciolire.
– è vero – disse J. sistemandosi il cuscino sul finestrino, mi sedetti e le passai il libro, si tolse le scarpe e si avvolse nella coperta facendosi piccina sul sedile davanti a me.
Non ci fosse stata la luce a illuminarle il viso in maniera teatrale era come se fossi solo, meno male che invece c’era lei.
Allungai le gambe facendo scivolare il sedile in avanti, misi la coperta sui pantaloni consunti e me la tirai su, fino al petto.
In quella penombra illuminata dai lampioni sporadici, ma cadenzati, la potevo osservare bene: le lunghe ciglia formavano ombre lunghe sugli zigomi e le labbra si muovevano mentre leggeva, gli occhi seguivano le righe e divorava le pagine una dopo l’altra.
Era rilassante vederla leggere.
Chiusi gli occhi un attimo, quando li riaprii lei era ancora intenta a leggere, le pagine alla sua sinistra erano aumentate, mi aveva quasi raggiunto, vedevo il mio segnalibro sempre più vicino.
Tirò su gli occhi e si allungò la testa per vedere se fossi sveglio.
– ti ho svegliato N.? – chiese a bassa voce.
. no, credevo fossimo già arrivati – risposi sorridendo.
– no, manca ancora un bel pò di tempo – disse J. – fuori continua a nevicare sempre più forte, poco fa siamo passati davanti a una stazione ma, i cartelli erano coperti dalla neve – abbassò il libro e spense la luce.
– vuoi dormire? – le chiesi.
– tu? –
– mi piace avere qualcuno con cui parlare nella notte –
– anche a me –
E così mentre il treno scorreva piano lungo il suo tragitto obbligato noi ci raccontavamo tutto quanto: la vita e i sogni, le delusioni, le speranze che riponevamo in noi stessi e negli altri.
Il treno iniziò a rallentare.
– un altro semaforo? – domandò senza spostare la testa dal cuscino; gli occhi si erano abituati alla luce e potevo vedere il suo volto dalla pelle chiara stagliarsi nella penombra, i capelli che aveva sciolto si spandevano sul cuscino e le incorniciavano il viso.
– pare di sì – dissi avvistando la luce rossa.
Quando si fermò del tutto vidi degli uomini sulla massicciata con delle lampade.
– c’è gente fuori – dissi tirandomi su, lei si girò allarmata a guardare le luci che si muovevano nella tormenta di neve, non si capiva cosa stesse succedendo.
Dopo qualche minuto si accese la luce nel corridoio ed entrambi guardammo verso la porta dove si materializzò il capotreno.
– scusate – disse aprendo – c’è un problema sulla linea che stanno cercando di risolvere –
– ah – fece J. visibilmente preoccupata, la voce tremava un poco.
– siamo lontani da un albergo e le strade intorno sono interrotte dalla fitta nevicata, il treno manterrà il riscaldamento anche da fermo, quindi non c’è problema –
– sa per quanto staremo fermi? – domandai ansioso.
– non lo so – disse lui voltandosi alla sua destra – ora vado, tornerò presto a darvi notizie, scusate ancora a nome delle ferrovie, se può farvi piacere il vagone ristorante è aperto per bere qualcosa di caldo –
– perchè no? – disse J. sveglia.
– logicamente offerto – aggiunse sorridendo – ora vado a più tardi –
Chiuse la porta e J. si tirò su stirandosi, mi alzai e adesso così vicini potevo sentire il profumo che aveva addosso oltre a una nota leggera di sudore.
– caffè? – proposi.
– almeno tre – rispose ridendo – a questo punto voglio stare sveglia per tre giorni –
Si avvolse nella sciarpa e uscimmo nel corridoio di nuovo buio, attraversammo il passaggio tra le due carrozze e arrivammo al ristorante stavolta deserto e decisamente meno illuminato.
– buonasera – disse una voce dietro il bancone – cosa possiamo offrirvi? –
– direi un paio di caffè – risposi.
– lunghi – aggiunse J.
– subito, accomodatevi pure dove desiderate, volete che accenda le luci? –
– no grazie – rispose lei – la lampada del tavolo andrà più che bene.
Ci andammo a sedere e davanti a due caffè continuammo il discorso interrotto, andando indietro nel tempo finchè la memoria lo permetteva.

FINE PRIMA PARTE

Lo sguardo di un cane.

Mi guardi con uno sguardo incredibile, di una profondità che mi lacera l’anima.

Ti guardo anch’io di rimando, e mi chiedo se vedi anche tu la stessa cosa che io vedo nei tuoi occhi profondi e scuri; mi cerchi girando la testa mentre camminiamo sotto la pioggia e lì sono sicuro che un poco mi stai odiando perchè so quanto odi uscire quando piove.

Era un giorno di pioggia forte quando sono entrato al canile; stavo cercando un cane anziano per fargli passare in una casa i suoi ultimi anni.
Mi aggiravo tra le gabbie sporche e così tristi quando sentii uggiolare. In una gabbia troppo grande c’eri tu, un piccolo fagotto nascosto in una coperta rossa.

Mi innamorai, subito.

Piove e tu mi precedi e ti giri ogni cinque passi, come se avessi paura di perdermi. Controlli che ti segua e quando rallento mi aspetti e abbai.

Ho sempre amato quel tuo latrare improvviso, certo quando eri piccola e mi svegliavi nel cuore della notte ti avevo mandato amabilmente a quel paese, ma mi teneva compagnia nelle passeggiate serali, come era questa.

Amavo il tuo modo di avvicinarti quando stavo sedutoa leggere sul divano, salivi accanto a me e ti facevi piccola piccola attaccata alla mia coscia, appoggiavi la testa su di me e ti facevi accarezzare finché iniziavi a russare sommessamente; allora ti coprivo con la tua coperta rossa, adesso un poco scolorita, e ti guardavo lasciando il libro aperto sul bracciolo del divano.
Ti guardavo e stavo bene. Giocavo piano con le tue orecchie calde e sfioravo la tua fronte seguendo la linea degli occhi grandi. Qualche volta mi guardavi sonnecchiante e allora ti sorridevo e ti dicevo di dormire ancora un poco, che l’alba era lontana, altre volte invece ti accoccolavi ancora di più e sentivo il tuo peso farsi ancora più presente ed ero io a lasciarmi scivolare nel sonno.

Nei tuoi occhi vedevo tutto questo, vedevo l’amore incondizionato che avevi per me, la tua totale fiducia che mi faceva capire quanto io fossi fortunato.
E così camminavamo ora uno accanto all’altra ora uno avanti e una indietro e ancora tu a precedermi come per aprirmi la strada.

E io ti guardavo scondizolare davanti ai miei passi, seguendo una traccia che sentivi solo tu e vedevo la tua fronte aggrottarsi trovando odori interessanti. E sorridevo.

Quanti sorrisi mi avevi dato in tutti questi anni.
E chissà se io ti avevo restituito almeno un decimo di tutto l’amore che mi avevi donato.

Ancora una volta ti giri a guardarmi: mi abbai e scondinzoli.
I nostri occhi si incrociano e inizio a correre, tu mi corri dietro felice, con la lingua a penzoloni e i tuoi latrati che riempiono il tunnel della metropolitana.

Chi ci vede da fuori pensa che siamo pazzi: un vecchio dai capelli grigi e gli occhiali troppo grandi su un viso magro e una semi segugia dal muso bianco e gli occhi velati che corrono felici come due amici che non hanno mai smesso di amarsi.

Il peso di (in) una vita.

Oggi pensavo al peso della tua vita nella mia vita.
A tutto quello che rappresenta la tua distanza, al vuoto che lascia quando non ci sei.
Quando, alle volte, tutto sembra sommergermi e mi trovo senza fiato.
Alle volte annaspo come un bimbo che sta imparando a nuotare, alle volte mi lascio andare e affondo lentamente.

E tutto ciò succede quando non ci sei, o meglio quando penso che tu non ci sia.
La tua mancanza mi fa andare giù.

Il vuoto che lasci è inversamente proporzionale al peso che rappresenti e hai nella mia vita.

Sei quella parte che mi permette di sognare tenendomi ancorato al terreno.
Sei quell’ancora che mi tiene qui dal centro del petto fino a terra.
Sei una forza che mi ha risvoltato come un calzino e mi ha fatto scoprire cose nuove: fuori e dentro di me.

Ogni tanto mi succede di perdermi, di sentire che le cose non andranno bene. Poi ti guardo, sorrido, respiro e ritrovo la forza e vedo le cose nella giusta prospettiva.
Il tuo peso è magico, riempie i vuoti e fa parte di me, il tuo peso mi rende leggero, mi fa sognare più forte, mi fa immaginare cose incredibili e poi quelle cose si avverano; giorno dopo giorno tutto diventa più reale, più forte e più vero.

Sono felice di averti nella mia vita.
Sono felice di poter esaudire un tuo sogno.
Sono felice di poter esaudire un mio sogno.

So che ci sei, sempre, anche quando siamo lontani, anche quando non ci sentiamo; sei qui con il tuo peso e la tua forza.

Sei il mio baricentro, la mia ancora e la mia vela nello stesso tempo.
Sei tu e io sono felice.

sei madonna mia.

Mi ricordo ogni singola volta che ho detto madonna mia da quando ti conosco.
Basta contare i granelli di sabbia sulle spiagge della tua terra.
L’ho detto quando ti vedevo le prime volte, truccata, con il rossetto rosso rosso e quello sguardo magnetico.
E il tuo sorriso, madonna mia, che splendore.
Quando sorridevi e quando scoppiavi a ridere mi si riempiva il cuore di gioia, e poi il tuo corpo nudo la prima volta, la prima volta che abbiamo fatto l’amore, come l’ultima ieri notte.
Accompagnati da una pioggia estiva che sembrava far cadere tutta l’acqua del cielo.

E poi le tue fotografie.
La tua delicatezza, la tua empatia nel ritrarre le persone.
Mai sopra le righe.
Mai a ledere la dignità di chi ritraevi.
Anche fossero persone in difficoltà.

Ogni foto è un’opera d’arte per la cura che ci metti da quando scatti a quando la modifichi e poi la stampi.
Le madonne si sprecano per la bellezza che mi hai sempre mostrato.
Ho sempre amato parlare con te di qualsiasi cosa e ancora adesso ci capita spesso di stare seduti sul divano a parlare per ore.
E quante volte mi hai stupito aprendomi la mente con ragionamenti differenti, spesso facendomi arrivare a capire le cose quando non le conoscevo.

E quante madonne ancora adesso dico per quanto sei bella la mattina, o il pomeriggio, o la sera o la notte.
Quando sei in giro per lavoro e ti capita di mandarmi qualche tua foto o qualcosa che hai fotografato mi stupisci sempre.
Migliori sempre di più, madonna mia.

Grazie per la bellezza che mi doni.
Buonanotte madonna mia.

BELLA.

E gira gira il mondo
E gira il mondo e giro te
Mi guardi e non rispondo
Perché risposta non s’è
Nelle parole
Bella come una mattina d’acqua cristallina
Come una finestra che mi illumina il cuscino
Calda come il pane
Ombra sotto un pino
Mentre t’allontani stai con me forever
Lavoro tutto il giorno
E tutto il giorno penso a te
E quando il pane sforno
Lo tengo caldo per te
Chiara come un abc
Come un lunedì di vacanza dopo un anno di lavoro
Bella forte come un fiore
Dolce di dolore
Bella come il vento che t’ha fatto bell’amore
Gioia primitiva
Di saperti viva
Vita piena giorni e ore
Batticuore pura dolce mariposa
Nuda come sposa mentre t’allontani stai con me forever
Bella come una mattina d’acqua cristallina
Come una finestra che mi illumina il cuscino
Calda come il pane ombra sotto un pino
Come un passaporto con la foto di un bambino
Bella come un tondo
Grande come il mondo
Calda di scirocco e fresca come tramontana
Tu come la fortuna
Tu così opportuna
Mentre t’allontani stai con me forever
Bella come un armonia
Come l’allegria
Come la mia nonna in una foto da ragazza
Come una poesia o madonna mia
Come la realtà che incontra la mia fantasia

buonanotte.

In silenzio ti guardo mentre lentamente scivoli nel sonno, sei cotta dal sole e dal mare.
Guardo la tua figura nella tua parte di letto, tutta stretta attorno al cuscino, la luce della luna che rende tutto etereo e il rumore del mare che accompagna i nostri sogni.

Ti guardo mentre il viso di distende, le labbra leggermente aperte e il seno nudo che si alza e si abbassa.

Amo il tuo corpo, anche nel sonno.

Accarezzo un tuo riccio ribelle e mi sdraio accanto a te.
Il tuo respiro diventa la mia barca verso il sonno, piano gli occhi si chiudono e la mia mano destra si appoggia sul tuo fianco.

Mi aggrappo a te per non perdermi nel sonno, voglio ritrovarti nei miei sogni e al mattino quando ci sveglieremo saremo ancora qua, nel nostro letto, l’una accanto all’altro.

Buonanotte amore mio. A presto.

Nel silenzio della sera.

Nel silenzio della sera me ne sto nuda sul letto sfatto.
Le lenzuola buttate da un lato, ammucchiate a formare una sagoma che nel buio sembri tu.
Mi giro e guardo il posto vuoto e mi chiedo quante volte tu abbia fatto la stessa cosa quando abbiamo deciso di portare la nostra reiezione a un altro livello.
Quanto deve averti fatto male quell’assenza?

Non che a me non abbia fatto male in egual misura, solo che io non ero più lì e il buco che a me mancava era lì con te.

Chiudo gli occhi.
Aspetto il sonno, ma è ancora troppo presto, l’aria calda dell’estate entra in casa portando il vociare di chi cammina sotto casa.

Mi allargo sul letto, come una stella marina protendo le mie gambe e le mie braccia a riempire tutto lo spazio, allargo le dita delle mani, stringo le lenzuola che sanno di te.

Chiudo gli occhi e ti penso fortissimo.
Voglio che tu sappia che in questo momento ti sto pensando.
Voglio che tu smetta di fare quello che stai facendo e venga da me, subito.

Nel silenzio della sera aspetto il rumore della chiave che gira nella toppa e tu che mi chiami per dirmi che sei arrivato.
Mi si chiudono gli occhi lentamente, il corpo scivola piano nel sonno come una barca che affonda in un mare calmo e caldo.
Le lenzuola sono profumate di te e di me, sono calde e umide di me, del mio sudore.

Mi lecco le labbra e sono salate.

Mi addormento.

Nel silenzio della sera guardo le finestre di casa, è tutto buio, non vedo l’ora di essere lì da te.
Chiudo il portone piano e salgo le scale a due a due.
Giro la chiave nella serratura ed entro.
Non dico nulla.

Mi tolgo le scarpe e arrivo in camera; la luce della luna ti illumina.
Il tuo corpo abbandonato nel sonno è il mio porto sicuro, la mia ancora di salvezza.
Ti guardo.
Le curve morbide del tuo corpo lasciano ombre sul letto, i capelli neri sparsi sul cuscino sembrano fatti d’inchiostro.

Dormi serena nel silenzio della sera.
Un poco di aria fresca, la brezza che viene dal mare di notte rinfresca la stanza e tu hai un brivido.
Mi spoglio, vado in bagno e quando torno sei rannicchiata su un fianco, la tua schiena curva è uno dei posti migliori dove addormentarsi.

Ti ho sentito vagamente, ma aspettavo entrassi in camera e ti andassi a cambiare e tu invece ti fermi a osservarmi.
Madonna quanto mi piace quando lo fai.
Il tuo sguardo scivola su di me, segue il contorno del mio corpo, ogni curva, ogni avvallamento e fessura.

Poi ti perdo, mi addormento, mi costringo a risvegliarmi, ti voglio dare la buonanotte, ti voglio baciare prima di andare a dormire.

E così apro gli occhi e tu ti sdrai accanto a me, proprio dietro la mia schiena e mi pare quasi di vederti così magro a nasconderti perfettamente nella mia ombra.
Il tuo respiro sul mio collo.
Un brivido mi percorre la schiena.
Mi accarezzi piano la spalla destra.

– buonanotte amore mio – sussurri.
– buonanotte amore mio – rispondo girandomi.
Ci guardiamo nel silenzio della sera.
Ci baciamo nel vento fresco che riempie casa e facciamo l’amore prima di abbandonarci al sonno tranquillo io accanto a te.

Buonanotte.

Di notti insonni.

– vado a letto intanto – ti dico affacciandomi alla porta dello studio.
– ok amore, finisco di sistemare ancora un paio di foto e ti raggiungo –
– vuoi mica che ti preparo un caffè? –
– molto volentieri –

Accendo la macchina del caffè e intanto vado a lavarmi i denti.
Dopo qualche minuto ti porto il caffè bello caldo, so che lo berrai freddo.
Mi soffermo alle tue spalle per osservare il tuo lavoro: è davvero certosina la pazienza e la cura che metti nel sistemare le tue foto, i colpi di penna sullo schermo dell’ipad paiono pennellate e di colpo la luce si fa spazio tra le ombre e tira fuori la bellezza dei tuoi soggetti.

– non sbirciare – mi ammonisci con gentilezza.
– ok, ma sai quanto sono curioso dei risultati… –
Sollevi la testa, mi stampi un bacio sulle labbra e sorridi.
– e dovrai aspettare fino a domani mattina scimmietta curiosa –

Sai di tabacco e vino rosso bevuto a cena, vorrei baciarti profondamente e poi portarti a letto.

– agli ordini mia signora –
– fai poco il furbino, sennò stasera dormi sul divano –
– vado vado –
– non mi aspettare sveglio… – mi avverti.
– cerco di resistere un poco –

Vado in camera, mi spoglio e mi infilo sotto il piumone, fuori il vento di mare spinge forte contro i vetri, si appoggia alla casa e sembra volerla spingere via, come una nave in mezzo a una tempesta.
Ogni tanto mi capita di immaginare casa nostra come una nave, attraversata dal vento e bagnata dalle onde.

Leggo un poco di Lolita, ma gli occhi si fanno subito pesanti e senza quasi accorgermene scivolo nel sonno.

Apro gli occhi piano, la luce dell’abat-jour è accesa, il libro è scivolato sul letto e tu non ci sei.
Il vento continua a spingere.
Guardo l’ora: sono le 2 e 34.
Mi stropiccio la faccia e mi alzo, i caloriferi sono spenti e un brivido mi percorre la schiena.
La luce dallo studio di espande nel corridoio e lo immerge in una tazza di latte.
Mi avvicino piano e sento la penna scivolare sul vetro dell’ipad.
Ogni tanto si sente anche un tuo sospiro di approvazione.
Ogni tanto un no sibila tra i denti.

Mi affaccio.
Tu sei china sul tavolo, sei piccola piccola su quella sedia intenta a lavorare senza sosta.
Non voglio interromperti.

Ma tu mi vedi.
Ti fermi e mi inviti a sedermi accanto a te.
– mi serve un occhio esterno – mi dici mettendomi davanti al viso lo schermo.
Controllo la tazza: è vuota.
– faccio un caffè doppio per tutti e due? –
– sì, ti prego –

Vado a fare il caffè, guardo fuori dalla finestra e gli alberi si piegano sotto il vento, controllo le finestre.
Reggono ancora bene la furia dei venti di mare.

Mi siedo accanto a te, ti metto una coperta sulle spalle e inizio a guardare il tuo lavoro.

– allora? – chiedi impaziente.
– verrà una mostra bellissima, ne sono certo al 100% –
– davvero? –
– certo –

Ti mordi il labbro inferiore.

– sono pazza se ti chiedo di ricontrollarle di nuovo tutte con me? –
– assolutamente no, non lo sei, amo questa parte di te –
– grazie amore mio, è davvero importante il tuo parere –

E così la notte passa davanti a un piccolo schermo a suon di caffè e baci fino a che l’alba ci sorprende e finalmente possiamo andare a letto.
Soddisfatti.

Ci addormentiamo schiena contro schiena con i nostri gatti infondo ai piedi.
Felici.