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un po’ come il carosello. dopo, tutti a nanna.

vi lascio il link di un blog fresco di stampa. un blog dove si parla di libri; da chi, i libri, li vende.

fateci un giro. saprà stupirvi con le recensioni.

benvenuta Giorgiona! già solo per il nome bisognerebbe seguirla, il sottotitolo è ancora meglio “Mangio, bevo e leggo in pari (e larga) misura.”

Su, non fatevi pregare!

 

grazie mille dell’attenzione. ora tutti a nanna!

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Come diventare un lupo mannaro.

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Contiene i segreti dell’acqua licantropica”

Non potevo lasciarmi sfuggire un libro con un titolo simile e con un “avviso” così invitante.
Come diventare un lupo mannaro” è un compendio di episodi, narrati con dovizia di particolari, di come i Lupi Mannari prendono vita in tutto il mondo, con una predilezione per il vecchio continente.
L’autore, Elliott O’Donnell, Irlandese nato nel 1872 ci propone una serie di racconti e, come riporta la postfazione: “Come diventare un lupo mannaro è sicuramente un buon manuale su come si costruisce un racconto dell’orrore, che (forse libri come Twilight e simili lo stanno facendo dimenticare) è un genere popolare, proletario e, in fin dei conti, ottimista.”

Non mancano formule magiche, che sono vere e proprie invocazioni a spiriti maligni, creature soprannaturali, che possono permettere all’aspirante licantropo di poter acquisire questi poteri. Così come, ho scoperto con vero interesse, esistono fiori e ruscelli che permettono la trasformazione in questo essere dalle sembianze di lupo.

Il libro, come dicevo, è una raccolta di racconti popolari scritti bene e senza essere un capolavoro ti tiene comunque attaccato alle sue pagine.
I casi di licantropia sono tutti descritti e i personaggi hanno nomi e cognomi, una storia alle spalle e sono in alcuni casi anche a lieto fine

O’Donnell fa una disamina sui vari casi e sulle differenze che esistono nei lupi mannari a seconda della zona del mondo in cui ci troviamo.
Si va da Orissa, in India, dove invece del lupo troviamo la tigre.
Anche se in questo caso l’autore tiene a precisare che le metamorfosi sono differenti, in quanto la licantropia dell’uomo-tigre vi è la presenza di una divinità che sottoforma di tigre è responsabile della trasformazione.

Fino ad arrivare alla vasta Russia, con le lande desolate e ricche di stranezze immaginabili.

E’ un vero manuale che ci conduce attraverso paesi e foreste oscure dove si possono incontrare creature malvagie assetate del sangue e della carne umana.
La trasformazione avviene quindi in modi differenti: magia nera, bere da un ruscello dai suoni sinistri e dallo strano luccichio, indossare un fiore raccolto in una zona buia e paludosa, invocazione tramite rituali magici o anche ereditarietà.

Spesso anche per vendicarsi come nel caso dei bersekir d’Islanda.

Se siete interessati al tema lo consiglio davvero, è una buona lettura per le sere d’inverno davanti a un caminetto mentre fuori imperversa una bufera di neve e qualcuno bussa non troppo delicatamente alla vostra porta…

Bevanda consigliata? meglio non acqua di fonte, non si sa mai. Magari un caffè, forte e nero per tenersi svegli e non farsi cogliere impreparati.

 

cof

2073 – parte tre.

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Andai alla finestra a guardare il mare.
Mi aveva sempre calmato, con la sua immensità.
Feci la telefonata all’amico di quell’amico e mi disse che mi avrebbero richiamato loro entro sera per darmi un appuntamento.
Poi chiamai Diana, mia nipote, figlia del mio primogenito, Marco.
– ciao nonno, ancora tanti auguri! – esclamò rispondendo.
– grazie tesoro, come stai? –
– Un po’ impegnata con gli studi, ma bene, pronto per la festa di stasera? –
faceva l’università, studiava bioingegneria con ottimi risultati.
– abbastanza pronto… – risposi sospirando.
– uhm che succede? –
– pensieri –
– io ho una lezione tra poco, ma possiamo pranzare assieme se ti va –
– se hai voglia di farti vedere con un vecchio in giro –
rise.
– con te faccio un figurone – disse con affetto.
– grazie Diana, ci vediamo in università? –
– sì, alle 12 davanti alle scale e poi ti porto in un bel ristorantino –
– niente insetti o cibo sintetico –
– non ti preoccupare, per il mio nonno preferito solo del buon cibo, vero –
– bene, a più tardi e buona lezione –
– grazie! a dopo! –
Mi preparai e uscii.
Il mio bastone mi permetteva di camminare abbastanza velocemente per un uomo di quasi cent’anni, meno male che con gli anni era cambiata la mentalità e in giro c’erano solo veicoli elettrici.
L’aria era più respirabile e avevamo dato qualche anno in più, di vita, alla nostra amata terra.
Mi sedetti su di una panchina nel parco davanti all’università di Bioingegneria.
Diana uscì in perfetto orario e appena mi vide sorrise e mi venne incontro quasi correndo, mi alzai piano.
– stai seduto nonno! – mi disse raggiungendomi.
– sono stato fin troppo seduto – risi.
Mi abbracciò forte.
– grazie di sopportarmi – le dissi guardandola negli occhi.
– ma che dici? sei tu che sopporti me e soprattutto supporti le mie pazzie… –
Le offro il braccio e me lo stringe con delicatezza.
– dove mi porti a mangiare? –
– c’è un piccolo locale qua vicino, fanno dell’ottimo risotto… – si ferma a guardarmi.
– cioè – aggiunge subito – il tuo è: il Risotto, però quello non è da buttare… –
– uhm staremo a vedere, mi fido del tuo giudizio –
– vedrai –

Ricordo quel giorno, quando a tavola le dissi che avrei voluto fare l’upload.
Mi guardò come si guarda un pazzo che sta per buttarsi da un ponte senza elastico.
Le si riempirono gli occhi di lacrime, gli occhi così uguali per colore e forma a quelli di sua nonna, che mi si strinse il cuore.
Che effetto dire stringere quando il mio cuore aveva sempre la stessa forma, non batteva realmente e non poteva farsi piccolo vedendo la paura e la sorpresa negli occhi di mia nipote.
Glielo dissi a fine pasto, quando ormai ci stavano per portare il caffè.
Quello è un lusso che posso concedermi ancora senza nessun risentimento per il mio cuore meccanico.

– cosa?! – esclamò mettendosi le mani davanti alla bocca.
Annuii.
Diana fece cadere le mani sulla tavola facendo tremare bicchieri e posate.
Cercai di prenderle, ma la sua prima reazione fu di allontanarsi.
Quel gesto, seppur involontario e dettato dalla notizia, mi fecero stare male e di nuovo pensai all’organo che stava nel mio petto di vecchio novantanovenne.
So che le feci male, le posi sulle spalle un peso enorme, troppo grande per i suoi vent’anni.
– scusami – sussurrai.
Lei prese un respiro che parve infinito.
Si asciugò gli occhi dalle lacrime, che mai avrei voluto veder versare per me.
Respirò ancora.
Poi buttò fuori l’aria come per immergersi e si calmò.
Tese le mani per prendere le mie.
– scusami tu – disse.
Poi sorrise.
Mi vergognai di me stesso.
Mi stava consolando e mi stava perdonando.
– wow – disse poi alzando gli occhi al cielo.
Lo faceva anche lei, quando la facevo impazzire.
E dio sa quante volte capitava in una giornata.
Ma mi amava.
– già – dissi – wow –
– so come funziona la cosa – mi disse cambiando tono di voce, ora pareva un docente dietro una scrivania – ma sapere che tu stai per compiere questo passo mi lascia senza parole –
– ed è difficile farlo con te –
– già –
Arrivarono i caffè e ci fu un attimo di tregua.
– hai preso in considerazione tutto quanto? – mi domandò mettendo giù la tazzina.
– no – risposi sinceramente.
– e su cosa si basa questa decisione? –
– ho deciso che tra la morte e la vita preferisco vivere… –
– ma sarebbe vivere? –
– se sono libero di esprimere i miei pensieri, le mie volontà, i miei desideri, credo di potermi definire vivo –
– ma non potresti toccare le persone che ti vogliono bene, non potresti assaporare un buon vino o il caffè o sentire il profumo dei fiori che hai sul terrazzo… –
– non sarebbe per sempre – risposi.
– vorresti vivere per sempre? –
– non lo so, probabilmente sì, mi piacerebbe vivere per sempre, poter viaggiare e vedere tutta la Terra e, perchè no, tutto l’Universo –
– mi pare un progetto un tantino esagerato… –
– dici? –
Sospirò.
– guarda quanti passi in avanti, verso una vita migliore, l’uomo ha fatto in questi ultimi anni –
– sì, ma tu parli di immortalità… –
– eccessivo? – le domando.
– diamine sì! – esclama.
Adoro mia nipote, un vulcano in eruzione, un fiume in piena in tutto quello che fa, in tutto quello in cui mette il cuore.
– comunque ho preso la mia decisione –
– non c’è niente che possa farti cambiare idea? –
– no… oggi compio 99 anni –
– e il prossimo anno 100 – ribattè Diana – un bel traguardo –
– io non voglio che sia un traguardo – la guardai negli occhi profondi – voglio che diventino un nuovo inizio… –

quasi…

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Il treno va a passo d’uomo, lentamente.
E quasi non ci si pensa.
È un tragitto che ho fatto per non so quanti giorni nei mesi passati, prima di quel 14 agosto che ha stravolto completamente la vita della mia città.
E quasi non ci faccio caso a dove mi trovo, a dove sto per passare.
È la prima volta che prendo il treno da quanto hanno riaperto la tratta che passa proprio da lì.
Per prime arrivano le carcasse di due camion, uno bianco e uno rosso.
Schiacciati.
Quasi irriconoscibili.
Una portiera quasi divelta dall’abitacolo.
Poi…
Poi c’è una striscia d’asfalto adagiata sul terreno, sembra fatta di plastica da come poggia sulle rotaie della ferrovia.
Alzi gli occhi e vedi quell’assenza, quella mancanza che prima era sempre lì, quella linea che solcava il cielo quando ci passavi sotto.
Quella striscia di asfalto che univa il levante con il ponente.
Quella striscia che adesso non c’è più.
Ha lasciato un vuoto che il cielo non riesce a riempire.
Guardo tutte le finestre delle case che ormai sono abbandonate da mesi.
Vuote.
Silenziose.
Mi hanno messo una tristezza le tende sbattute da un vento autunnale, attaccate a finestre chiuse da dove nessuno si affaccerà più.
Case abbandonate che sognano ancora i loro proprietari, che li vedono muoversi, vivere tra le proprie mura e poi affacciarsi fuori a guardare un treno che passa.
Mi si è stretto il cuore per le 43 vittime.
Per tutte le persone che hanno dovuto lasciare le proprie case e le proprie cose.
Non mi ci abituerò mai a passare lì sotto per andare in centro o tornare a casa, in valle.

Prima o poi ci sarà un nuovo ponte, lassù, a riempire il cielo.

Verrà la morte…

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

 

Mi è capitata tra le mani una copia di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese, una raccolta edita da Einaudi. La mia copia è tra l’altro fallata: al posto del “che sei la vita” riporta: “che se la vita”.
Ho deciso di postarla qua, perchè in tutto questo parlare di transumanesimo, di cercare di allontanare la morte sempre di più mi pareva azzeccata.

Non sto diventando un transumanista, ma lo spunto che mi ha dato la lettura del libro di O’Connell mi sta facendo scrivere, e questo è sempre positivo.

Recensione: Essere una macchina.

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Ieri ho terminato di leggere il libro edito da Adelphi: Essere una macchina. Scritto da Mark O’Connell, giornalista freelance che scrive per “Slate”, “The Millions”, “The Guardian” e “New Yorker”.

Avevo già iniziato a parlarne in un post di qualche giorno fa, dove scrivevo che mi stava sollevando un sacco di dubbi e portava un sacco di domande sul futuro, sulla fine che farò e sulla possibilità (reale) di allontanare la morte sempre di più fino a raggiungere la “velocità di fuga della longevità“.

Questo concetto è stato presentato dal biogerontologo Aubrey de Grey e punta alla possibilità di estendere la vita umana in buona salute di una decina di anni; in questo modo si dà la possibilità, in questo lasso di tempo, di progredire nella ricerca medica e di aggiungere altri 10 anni di vita all’uomo, e così via fino a un tempo indefinito.

Come ho già scritto alla fine dell’articolo (post) in cui parlavo del libro non ho basi scientifiche per parlare del transumanesimo e di tutte le tecnologie che ne prevedono la messa in opera da qui a trent’anni o forse meno; quindi non posso fare un’analisi del fenomeno che è molto più vasto e conosciuto di quanto io potessi pensare.

Mark O’Connell è un giornalista freelance che decide di esplorare questo mondo con interviste a diversi membri del “movimento transumanista” in modo capillare, esaminandone le diverse sfaccettature.
Dalla tecnologia alla fede.

Il tutto è scritto molto bene, ci sono alcuni passaggi decisamente ostici che hanno richiesto una seconda rilettura, delle serie:

– ok, ho letto tutto sto pezzone incredibile… ehm, non ho capito una beata mazza, gira pagina e ricomincia a leggere, con più calma e con un dizionario alla mano.

Ho imparato termini nuovi, che poi nuovi non sono tipo: prelapsario. Termine usato in studi specialistici quali religione e storia delle religioni.
Dal latino lapsus che significa caduta. Quindi un questo caso significa “prima della caduta” in riferimento al peccato originale.

A parte l’ampliamento delle mie conoscenze linguistiche, questo libro mi ha mostrato nuovi orizzonti che prima erano relegati alla fantascienza dei libri (Asimov – L’uomo bicentenario), certe cose possono diventare realtà nel giro di venti, trent’anni.

Cambieranno il nostro modo di vedere la vita, sperando di non ammazzarci prima.

La parte che ho meno apprezzato, ma non per la scrittura, è stata la parte finale dove si presenta la parte “politica” del movimento attraverso la persona di Zoltan Istvan, che viene disconosciuto dagli scienziati che realmente portano avanti la ricerca di un miglioramento della vita umana andando oltre l’umanità, con metodo.

Credo lo rileggerò, magari tra un anno.
C’è da dire che ora trovo elementi di transumanesimo ovunque, ieri per esempio mi trovavo al Book Pride di Genova e passando vicino a uno stand di Future Fiction mi è saltato all’orecchio il termine transumanesimo.

Credo che la lettura di questo libro mi abbia “settato” il cervello su questa nuova (almeno per me) realtà.

Consiglio questo libro a chi voglia approfondire la conoscenza di questo movimento, anche se poi il vero approfondimento sarebbe quello di prendere i titoli delle opere consultate dall’autore e allargare ulteriormente i propri orizzonti.

Bevanda consigliata: una birra, fredda e con tanta schiuma sopra.

 

2073 – parte due.

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come dicevo, un anno fa presi la decisione più importante della mia vita.
il mio corpo stava relativamente bene, non era più quello di una volta, ma la medicina e la tecnologia lo stavano tenendo su e la testa, quella c’era.
ancora.
e ormai avevo capito una cosa: l’amore non sta nel cuore che batte secondo dopo secondo nel nostro petto.
no.
io un cuore così non ce l’ho più da ormai 5 anni.
ho un cuore in parte meccanico e in parte animale, ma non c’è nulla di mio lì dentro.
nulla di poetico.
è una macchina.
e una macchina non ha niente di poetico.
qualche settimana prima del mio 99° compleanno chiamai il medico che mi aveva in cura.
dovevamo parlare.
con urgenza.
si preoccupò per la mia salute.
– sto bene, dottore, ma non credo arriverò al mio prossimo compleanno –
– non dire così, Emanuele –
sospirai.
lui mi dava del tu, io del lei.
poteva essere mio nipote.
ma restava comunque un dottore, uno che aveva studiato.
– si fidi – risi pensando alla battuta di un vecchio telefilm – me lo sento nelle ossa – fui più delicato.
– la medicina sta facendo passi enormi per allungare la vita… –
– forse per chi è nato cinquant’anni fa – lo interruppi.
– uhm –
– voglio fare l’upload, accedere al trail –
dall’altra parte il silenzio.
sapevo che era contrario, era un buon cattolico e come tale non concepiva che l’uomo piegasse la natura ai propri desideri.
– Emanuele, sai come la penso… –
– ma sei tu, con la tua equipe che mi hai tolto dal petto il mio vecchio cuore malandato per sostituirlo con un ibrido tra macchina e carne… –
– ma quello non è per sempre, lo sai, ne abbiamo già parlato –
il silenzio questa volta era dalla mia parte del telefono.
– prima o poi il resto del corpo cederà, le cellule non avranno più l’energia per rinnovarsi –
ancora silenzio.
– questo non posso accettarlo – dissi con un filo di voce.
– Dio… – si fermò, lo immaginai stringere nervosamente il rosario di titanio che portava sempre al collo, proprio sotto lo stetoscopio.
– no – rispose pochi secondi dopo, con fermezza – non posso aiutarti a fare quello che mi chiedi –
– ma il tuo Dio non ti permette nemmeno di lasciarmi solo, così senza speranze –
– la speranza è nella vita eter… –
– oh, basta – persi le staffe – il suo Dio dov’era quando il nuovo AIDS mieteva uomini, donne e bambini come se fossero spighe di grano mature? dov’era? –
– Emanuele, sai come la penso e ne abbiamo già parlato in passato, non serve farlo adesso per convincermi che sei dalla parte della ragione –
– quindi? mi vuole aiutare o no? –
ci fu un lungo silenzio, potevo sentire il suo respiro e riuscivo a vedere le sue labbra fremere recitando una preghiera.
– no, non posso –
picchiai il palmo della mano sul tavolo della cucina, respirai a fondo per evitare di straparlare.
– Emanuele… –
– ok – avevo recuperato un minimo di calma, giusto per terminare la telefonata in maniera civile.
– non si può vivere in eterno –
– io… – presi un respiro profondo – io, non voglio che il mio corpo marcisca sotto terra o venga reso cenere –
– ma è il destino di tutti noi umani –
– non sarà il mio – ribattei – io voglio esplorare l’universo, arrivare ai confini del mondo conosciuto e oltre –
– adesso parli come un personaggio di Star Trek –
– o un cartone animato… verso l’infinito e oltre –
risi.
– mi dispiace non poterti aiutare –
– già –
ci fu un lungo silenzio.
– aspetta… –
aspetta, in silenzio.
il cuore batteva sempre allo stesso ritmo, ma sentivo l’eccitazione crescere.
– ecco, questo è il numero di telefono di un amico di un amico… –
– uhm –
– lui potrà aiutarti –
– grazie, di cuore… –
– già, anche se spero tu possa cambiare idea –
– chissà… –
ci salutammo così, in silenzio.

2073 – parte uno.

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tanti auguri a me.
oggi compio 100 anni.
ieri sera ho festeggiato con i miei figli, nipoti e pronipoti; sì, lo so che non si festeggia in anticipo, ma oggi sarebbe stata una giornata importante.
devo dire un enorme grazie al progresso medico e tecnologico.
ma nelle ultime settimane il mio corpo ha cominciato a cedere.
a morire.
ad arrendersi.
io no, non avevo voglia di arrendermi.
che poi moriamo dal primo secondo in cui veniamo al mondo, con il nostro primo vagito che è una testimonianza che siamo vivi, che siamo arrivati su questo pianeta e vogliamo lasciare un segno.
tutti vogliono lasciare un segno della nostra esistenza.
il solo pensiero di essere di passaggio come le impronte sulla sabbia ci deve infastidire.
in cento anni uno penserebbe di averne lasciati di segni, di impronte, ma poi guardandosi indietro ti accorgi di quanto avresti voluto fare di più.
e così quando il tuo cuore inizia a fare le bizze, cambiare una valvola è ormai un’operazione di routine, da day hospital.
cerchi di fare una vita sana, tranquilla.
ma i pensieri ci sono sempre.
come gli amori che vanno e vengono, e quelli sì che ne lasciano di segni.
poi arriva il grande amore.
prima o poi arriva nelle vite di tutti quanti.
può avere forme differenti.
un cane, un gatto.
il vicino di casa che non avevi mai considerato.
la cameriera che ti serve il caffè tutte le mattine o il cliente che non sorride mai se non lo servi tu.
o Dio. in tutte le sue declinazioni.
nella mia vita avevo avuto diversi amori, più o meno voluminosi.
poi è arrivata lei.
e ha sconvolto tutti i miei piani.
un terremoto emotivo e fisico come mai mi era capitato prima.
tutto meraviglioso.
nella somma di tutte le cose, di tutti gli eventi che ci hanno visti coinvolti, il bilancio è positivo.
sempre.
solo di due fatti non sono per niente contento.
averla conosciuta tardi e averla persa troppo presto.
quando ancora tutto ciò che mi circonda e che mi permette di raccontare questa storia era ancora un embrione nella testa di uno scienziato che era appena nato.
che disdetta il tempo.
che maledetto imprevisto.
sarebbe stato tutto così perfetto.
forse troppo.
forse la natura non ama la perfezione, chissà.
però ho ancora il suo ricordo.
ho i nostri figli e i nostri nipoti e tra i pronipoti c’è lei.
è uguale alle tue foto da piccola che mi mostravi con orgoglio seduti sul divano.
la tua copia sputata.
che ancora mi chiedo da dove sia spuntata in tutto il mix genetico che è diventata la nostra progenie.
la natura non amerà la perfezione, ma sicuramente si diverte un sacco con il nostro DNA.

ma torniamo a noi.
ieri sera erano tutti qui, in clinica.
hanno portato la torta con due tre candeline: una per ogni numero.
100.
sul comodino, accanto a me, c’è una cornice vecchio stile con la foto della festa.
io, un vecchio piccolo piccolo, con dei grandi occhiali, sprofondato nel letto circondato dai pronipoti più piccoli e via via quelli più grandi fino ad arrivare ai miei tre figli con i loro consorti.
sono loro il mio segno su questa terra.
eppure.
eppure voglio, desidero, di più.
voglio più tempo.
voglio andare ai confini dell’universo.
arrivare dove tutto è iniziato.
voglio più tempo per esplorare, per leggere, per imparare.
per amare invece no.
per quello ho amato abbastanza e sono circondato dall’amore.
e in merito a tutto ciò un anno fa, nel giorno del mio novantanovesimo compleanno ho preso la decisione più importante della mia vita.

transumanesimo.

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Ho iniziato da poco a leggere “Essere una macchina” di Mark O’Connell edito da Adelphi.

La lettura mi risulta facile, ma solleva un sacco di domande alle quali non so dare una risposta al momento.
Ma è decisamente affascinante l’idea di poter, un giorno, fare un upload del proprio cervello e creare un IO digitale.

Solo che si stanno sollevando in me un sacco di dubbi a proposito del trasferimento all’interno di un supporto non a base di carbonio (giusto per rimanere in tema dell’ultimo libro letto).
Se il mio cervello (in tutta la sua interezza e molto accuratamente) fosse trasferito all’interno di un calcolatore e poi messo a capo di androide sarei ancora me stesso?

Il cervello manderebbe ancora l’impulso di portarti le dita alla bocca per strapparsi le pellicine? Cercherei ancora di mordermi l’interno delle labbra quando sono nervoso?
E ancora: mi mancherebbe sentire la pelle delle guance scaldarsi per un’emozione improvvisa? O la mancanza di battiti nel mio petto mi farebbe domandare ogni momento se sono vivo?

Sarei realmente vivo?
Quali sono le condizioni per cui definiamo un essere vivo?
Un cuore che batte sicuramente, l’alzarsi e l’abbassarsi del petto per l’aria che entra nei polmoni è un altro metodo scientifico a favore della tesi della vitalità di un individuo.
E il pensiero cosciente e indipendente lo sarebbe in egual misura? Anche senza le premesse precedenti?

Se il mio cuore e i miei polmoni non fossero in grado di muoversi da soli, ma fossi comunque capace di comunicare verbalmente e gestualmente, sarei considerato vivo?

Tutte quelle cose che faccio adesso, incosciamente, come toccarmi i capelli o la barba che fine farebbero? Sono risposte automatiche a stimoli che provengono dall’esterno o dall’interno?

So che sono tante domande e ancora ne ho, non so se questo libro mi aiuterà a trovare le risposte, ma mi piace pensare che tutto questo meditare non faccia altro che aumentare il senso di IO biologico.

Non siamo “solo” cervello, ma siamo un sistema complesso.

“Più che a un portatile, il sitema nervoso centrale di un essere umano si può assimilare ad altri sistemi complessi estitenti in natura, come i banchi di pesci o gli stormi di uccelli – ma anche ai mercati finanziari -, i cui elementi interagiscono e si aggregano a formare una singola entità dai movimenti intrinsecamente imprevidibili […] il cervello si riorganizza di continuo, sia sul piano fisico sia su quello funzionale, per effetto dell’esperienza concreta […] Sono proprio le caratteristiche che definiscono un sistema adattivo complesso quelle che minano la nostra capacità di predire o simulare il suo comportamento dinamico.” (Miguel Nicolelis).

E’ difficile pensare che essere in una macchina sia la stessa cosa di quando ero dentro un organismo vivente, che respira. Credo non sia questione di un’esperienza differente, ma credo si passi a uno stato cognitivo e fisico diverso.
Ci si trasforma in un’altra persona, un altro individuo che ha condiviso con noi parte di un cammino, prendiamo però un’altra strada che ci distacca da ciò che eravamo prima.

Sareemo ancora noi stessi?
Con gli stessi pensieri?
Con le stesse emozioni?

Tutte queste domande sono state formulate, ma mai approfondite, durante una serata in birreria con degli ottimi amici.
Inutile dire che io ero convinto che: sì, sarei rimasto la stessa persona, solo con una nuova esperienza di cui fare tesoro. Loro invece erano fermamente convinti che sarei stato una persona differente da quella precedente.

Insomma si sarebbero trovati davanti un me diverso e non solo per la forma fisica, immagino.

Ho lasciato questo pensiero a galleggiare nella mente per mesi, poi piano piano è tornato alla superficie con Altered Carbon e la sua pila e ora con questo libro che trovo estremamente affascinante e interessante.

Andrò avanti nella lettura e credo ci saranno altri post a riguardo prima di essere arrivato all’ultima pagina.
Se vi va lasciate un commento su cosa ne pensate.

Nota Bene:
Non ho conoscenze scientifiche su cui basare le mie convinzioni, ma devo fare affidamento su chi ha fatto studi e ricerche.
Io posso solo esprimere un mio pensiero libero e formato su letture e miei approfondimenti sul tema.

Detto ciò, buone letture a tutti.
A presto.

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Altered Carbon.

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Oggi ho terminato di leggere Altered Carbon, di Richard Morgan.
Erano anni che non leggevo un romanzo di fantascienza così ben scritto, ben ambientato.
Certo ha preso spunto da altri testi e film. ma difficilmente un romanzo mi ha catturato fin dalle prime pagine.
Un romanzo che parla di un futuro lontano; in cui è possibile, soldi permettendo, di cambiare il proprio corpo a proprio piacimento.

il “carbonio alterato“.

Che mirabile invenzione la pila dove viene immagazzinata la nostra coscienza, che poi è possibile traferire dentro un altro involucro.

Altered Carbon è sia un romanzo di fantascienza, sia un giallo ben architettato: tra realtà virtuale, droghe sintetiche che alterano le percezioni, impianti neurochimici che permettono risposte sensoriali aumentate.
Non manca però il lato emozionale; i sentimenti e i valori esistono ancora in un mondo, anzi in mondi extraterrestri, dove tutto è in mano ai potenti Mat, esseri che possono permettersi la clonazione dei propri involucri per rimanere giovani per sempre.
Dove le relazioni si dissolvono e assumono contorni eterei e dove il tradimento e la soddisfazioni dei propri peggiori istinti la fanno da padrone.

Avevo iniziato a seguire la serie, fino alla quinta puntata, poi mi sono fermato e ho cominciato a leggere il romanzo da cui è tratta.
Ho subito l’imprinting dei personaggi di Netflix e mi sono portato dietro i loro volti che però ben si adattavano ai personaggi cartacei.
La scrittura si distacca abbastanza dalla serie tv, che non credo terminerò di vedere (almeno non subito), ma mi ha appassionato in egual misura.
Sono contento di aver letto questo romanzo, mi ha ridato fiducia nella fantascienza; ci sono ancora molte cose da dire e da raccontare sul nostro futuro.

Consiglio la lettura a chi ha amato Blade Runner a chi ha visto la serie non lo so.
Bevanda consigliata: un whisky giapponese, invecchiato… molto.

 

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