sei madonna mia.

Mi ricordo ogni singola volta che ho detto madonna mia da quando ti conosco.
Basta contare i granelli di sabbia sulle spiagge della tua terra.
L’ho detto quando ti vedevo le prime volte, truccata, con il rossetto rosso rosso e quello sguardo magnetico.
E il tuo sorriso, madonna mia, che splendore.
Quando sorridevi e quando scoppiavi a ridere mi si riempiva il cuore di gioia, e poi il tuo corpo nudo la prima volta, la prima volta che abbiamo fatto l’amore, come l’ultima ieri notte.
Accompagnati da una pioggia estiva che sembrava far cadere tutta l’acqua del cielo.

E poi le tue fotografie.
La tua delicatezza, la tua empatia nel ritrarre le persone.
Mai sopra le righe.
Mai a ledere la dignità di chi ritraevi.
Anche fossero persone in difficoltà.

Ogni foto è un’opera d’arte per la cura che ci metti da quando scatti a quando la modifichi e poi la stampi.
Le madonne si sprecano per la bellezza che mi hai sempre mostrato.
Ho sempre amato parlare con te di qualsiasi cosa e ancora adesso ci capita spesso di stare seduti sul divano a parlare per ore.
E quante volte mi hai stupito aprendomi la mente con ragionamenti differenti, spesso facendomi arrivare a capire le cose quando non le conoscevo.

E quante madonne ancora adesso dico per quanto sei bella la mattina, o il pomeriggio, o la sera o la notte.
Quando sei in giro per lavoro e ti capita di mandarmi qualche tua foto o qualcosa che hai fotografato mi stupisci sempre.
Migliori sempre di più, madonna mia.

Grazie per la bellezza che mi doni.
Buonanotte madonna mia.

BELLA.

E gira gira il mondo
E gira il mondo e giro te
Mi guardi e non rispondo
Perché risposta non s’è
Nelle parole
Bella come una mattina d’acqua cristallina
Come una finestra che mi illumina il cuscino
Calda come il pane
Ombra sotto un pino
Mentre t’allontani stai con me forever
Lavoro tutto il giorno
E tutto il giorno penso a te
E quando il pane sforno
Lo tengo caldo per te
Chiara come un abc
Come un lunedì di vacanza dopo un anno di lavoro
Bella forte come un fiore
Dolce di dolore
Bella come il vento che t’ha fatto bell’amore
Gioia primitiva
Di saperti viva
Vita piena giorni e ore
Batticuore pura dolce mariposa
Nuda come sposa mentre t’allontani stai con me forever
Bella come una mattina d’acqua cristallina
Come una finestra che mi illumina il cuscino
Calda come il pane ombra sotto un pino
Come un passaporto con la foto di un bambino
Bella come un tondo
Grande come il mondo
Calda di scirocco e fresca come tramontana
Tu come la fortuna
Tu così opportuna
Mentre t’allontani stai con me forever
Bella come un armonia
Come l’allegria
Come la mia nonna in una foto da ragazza
Come una poesia o madonna mia
Come la realtà che incontra la mia fantasia

buonanotte.

In silenzio ti guardo mentre lentamente scivoli nel sonno, sei cotta dal sole e dal mare.
Guardo la tua figura nella tua parte di letto, tutta stretta attorno al cuscino, la luce della luna che rende tutto etereo e il rumore del mare che accompagna i nostri sogni.

Ti guardo mentre il viso di distende, le labbra leggermente aperte e il seno nudo che si alza e si abbassa.

Amo il tuo corpo, anche nel sonno.

Accarezzo un tuo riccio ribelle e mi sdraio accanto a te.
Il tuo respiro diventa la mia barca verso il sonno, piano gli occhi si chiudono e la mia mano destra si appoggia sul tuo fianco.

Mi aggrappo a te per non perdermi nel sonno, voglio ritrovarti nei miei sogni e al mattino quando ci sveglieremo saremo ancora qua, nel nostro letto, l’una accanto all’altro.

Buonanotte amore mio. A presto.

Nel silenzio della sera.

Nel silenzio della sera me ne sto nuda sul letto sfatto.
Le lenzuola buttate da un lato, ammucchiate a formare una sagoma che nel buio sembri tu.
Mi giro e guardo il posto vuoto e mi chiedo quante volte tu abbia fatto la stessa cosa quando abbiamo deciso di portare la nostra reiezione a un altro livello.
Quanto deve averti fatto male quell’assenza?

Non che a me non abbia fatto male in egual misura, solo che io non ero più lì e il buco che a me mancava era lì con te.

Chiudo gli occhi.
Aspetto il sonno, ma è ancora troppo presto, l’aria calda dell’estate entra in casa portando il vociare di chi cammina sotto casa.

Mi allargo sul letto, come una stella marina protendo le mie gambe e le mie braccia a riempire tutto lo spazio, allargo le dita delle mani, stringo le lenzuola che sanno di te.

Chiudo gli occhi e ti penso fortissimo.
Voglio che tu sappia che in questo momento ti sto pensando.
Voglio che tu smetta di fare quello che stai facendo e venga da me, subito.

Nel silenzio della sera aspetto il rumore della chiave che gira nella toppa e tu che mi chiami per dirmi che sei arrivato.
Mi si chiudono gli occhi lentamente, il corpo scivola piano nel sonno come una barca che affonda in un mare calmo e caldo.
Le lenzuola sono profumate di te e di me, sono calde e umide di me, del mio sudore.

Mi lecco le labbra e sono salate.

Mi addormento.

Nel silenzio della sera guardo le finestre di casa, è tutto buio, non vedo l’ora di essere lì da te.
Chiudo il portone piano e salgo le scale a due a due.
Giro la chiave nella serratura ed entro.
Non dico nulla.

Mi tolgo le scarpe e arrivo in camera; la luce della luna ti illumina.
Il tuo corpo abbandonato nel sonno è il mio porto sicuro, la mia ancora di salvezza.
Ti guardo.
Le curve morbide del tuo corpo lasciano ombre sul letto, i capelli neri sparsi sul cuscino sembrano fatti d’inchiostro.

Dormi serena nel silenzio della sera.
Un poco di aria fresca, la brezza che viene dal mare di notte rinfresca la stanza e tu hai un brivido.
Mi spoglio, vado in bagno e quando torno sei rannicchiata su un fianco, la tua schiena curva è uno dei posti migliori dove addormentarsi.

Ti ho sentito vagamente, ma aspettavo entrassi in camera e ti andassi a cambiare e tu invece ti fermi a osservarmi.
Madonna quanto mi piace quando lo fai.
Il tuo sguardo scivola su di me, segue il contorno del mio corpo, ogni curva, ogni avvallamento e fessura.

Poi ti perdo, mi addormento, mi costringo a risvegliarmi, ti voglio dare la buonanotte, ti voglio baciare prima di andare a dormire.

E così apro gli occhi e tu ti sdrai accanto a me, proprio dietro la mia schiena e mi pare quasi di vederti così magro a nasconderti perfettamente nella mia ombra.
Il tuo respiro sul mio collo.
Un brivido mi percorre la schiena.
Mi accarezzi piano la spalla destra.

– buonanotte amore mio – sussurri.
– buonanotte amore mio – rispondo girandomi.
Ci guardiamo nel silenzio della sera.
Ci baciamo nel vento fresco che riempie casa e facciamo l’amore prima di abbandonarci al sonno tranquillo io accanto a te.

Buonanotte.

Di notti insonni.

– vado a letto intanto – ti dico affacciandomi alla porta dello studio.
– ok amore, finisco di sistemare ancora un paio di foto e ti raggiungo –
– vuoi mica che ti preparo un caffè? –
– molto volentieri –

Accendo la macchina del caffè e intanto vado a lavarmi i denti.
Dopo qualche minuto ti porto il caffè bello caldo, so che lo berrai freddo.
Mi soffermo alle tue spalle per osservare il tuo lavoro: è davvero certosina la pazienza e la cura che metti nel sistemare le tue foto, i colpi di penna sullo schermo dell’ipad paiono pennellate e di colpo la luce si fa spazio tra le ombre e tira fuori la bellezza dei tuoi soggetti.

– non sbirciare – mi ammonisci con gentilezza.
– ok, ma sai quanto sono curioso dei risultati… –
Sollevi la testa, mi stampi un bacio sulle labbra e sorridi.
– e dovrai aspettare fino a domani mattina scimmietta curiosa –

Sai di tabacco e vino rosso bevuto a cena, vorrei baciarti profondamente e poi portarti a letto.

– agli ordini mia signora –
– fai poco il furbino, sennò stasera dormi sul divano –
– vado vado –
– non mi aspettare sveglio… – mi avverti.
– cerco di resistere un poco –

Vado in camera, mi spoglio e mi infilo sotto il piumone, fuori il vento di mare spinge forte contro i vetri, si appoggia alla casa e sembra volerla spingere via, come una nave in mezzo a una tempesta.
Ogni tanto mi capita di immaginare casa nostra come una nave, attraversata dal vento e bagnata dalle onde.

Leggo un poco di Lolita, ma gli occhi si fanno subito pesanti e senza quasi accorgermene scivolo nel sonno.

Apro gli occhi piano, la luce dell’abat-jour è accesa, il libro è scivolato sul letto e tu non ci sei.
Il vento continua a spingere.
Guardo l’ora: sono le 2 e 34.
Mi stropiccio la faccia e mi alzo, i caloriferi sono spenti e un brivido mi percorre la schiena.
La luce dallo studio di espande nel corridoio e lo immerge in una tazza di latte.
Mi avvicino piano e sento la penna scivolare sul vetro dell’ipad.
Ogni tanto si sente anche un tuo sospiro di approvazione.
Ogni tanto un no sibila tra i denti.

Mi affaccio.
Tu sei china sul tavolo, sei piccola piccola su quella sedia intenta a lavorare senza sosta.
Non voglio interromperti.

Ma tu mi vedi.
Ti fermi e mi inviti a sedermi accanto a te.
– mi serve un occhio esterno – mi dici mettendomi davanti al viso lo schermo.
Controllo la tazza: è vuota.
– faccio un caffè doppio per tutti e due? –
– sì, ti prego –

Vado a fare il caffè, guardo fuori dalla finestra e gli alberi si piegano sotto il vento, controllo le finestre.
Reggono ancora bene la furia dei venti di mare.

Mi siedo accanto a te, ti metto una coperta sulle spalle e inizio a guardare il tuo lavoro.

– allora? – chiedi impaziente.
– verrà una mostra bellissima, ne sono certo al 100% –
– davvero? –
– certo –

Ti mordi il labbro inferiore.

– sono pazza se ti chiedo di ricontrollarle di nuovo tutte con me? –
– assolutamente no, non lo sei, amo questa parte di te –
– grazie amore mio, è davvero importante il tuo parere –

E così la notte passa davanti a un piccolo schermo a suon di caffè e baci fino a che l’alba ci sorprende e finalmente possiamo andare a letto.
Soddisfatti.

Ci addormentiamo schiena contro schiena con i nostri gatti infondo ai piedi.
Felici.

Di cicale un pomeriggio.

Pomeriggio inoltrato.
Interno.
Fa caldo e il suono delle cicale è assordante, sembra che venga giù i muri, entra ovunque, raggiunge gli angoli più nascosti della casa dove c’è ancora un poco di frescura.

Noi siamo immobili sul letto; corpi sfatti sulle lenzuola bianche fresche di bucato, sanno di sapone di marsiglia, di quello con cui si lavano le cose a mano; quelle forme quadrate così grandi che una mano sola non basta per tenerle.
Silenziosi ci sfioriamo con le dita delle mani, seguiamo il perimetro dei nostri corpi accaldati, gocce di sudore colano dal collo e vengono assorbite subito dal lenzuolo immacolato.
Il buio delle persiane rende tutto più onirico, la luce filtra con lame diritte, nette, che sembrano colpi di spada.
Cerchiamo di respirare piano, per non fare altro rumore oltre quello delle cicali infernali che continuano a spaccarci i timpani: le sentono fin sulla luna.

Il letto è la nostra zattera, il nostro mezzo di salvataggio per uscire da questo meriggio bollente. Apro gli occhi e guardo il soffitto, so che anche tu stai facendo lo stesso, ma non ci giriamo, fa troppo caldo.

Le dita alla fine hanno trovato le altre dite, le braccia protese vengono in contatto, le falangi si intrecciano, si cercano, si tirano per avvicinarci.
Si agganciano infine.

Per un attimo il mondo si ferma: le cicale smettono di frinire.
Per un attimo si sentono solo i nostri cuori che battono e le nostre ciglia che sbattono, incredule.

Ma dura un attimo.

Le nostre dita rimangono intrecciate, ci giriamo a guardarci, sorridiamo.
Dobbiamo resistere ancora un poco.
Poi scenderemo in spiaggia.

Mi godo già il momento in cui ci alzeremo, nudi e andremo a metterci il costume, scalzi scenderemo le scale fino alla spiaggia di ciotoli piccoli, lasceremo gli asciugamani stesi e poi entreremo in acqua nuotando fino al largo.

Sorridi.
Sorrido.
Piano piano ci avviciniamo fino a che le nostre labbra si sfiorino, siamo salati, sappiamo di mare e doposole.
Il tuo profumo riempie la stanza.

Torniamo a guardare il soffitto, gli occhi si chiudono, cadiamo in un sonno caldo e umido.
Le cicale rimangono fuori dal sonno.

Quando ci svegliamo il frinire si è attenuato, ci alziamo da letto, nudi, ci guardiamo mentre ci mettiamo il costume, i nostri corpi sono lucidi dal sudore e dalla crema.
Prendiamo gli asciugamani e usciamo di casa, scalzi.
Le scale per scendere sono all’ombra, arriviamo alla spiaggia e non c’è nessuno, abbandoniamo gli asciugamni distesi sui ciotoli e ci immergiamo nelle acque limpide e tiepidi.
Danno comunque refrigerio in questo pomeriggio caldo e rumoroso.

Ci immergiamo e i suoni spariscono.
Siamo solo noi due a guardarci sott’acqua, tenendoci per mano e facendo le bolle dal naso, risaliamo alla luce e all’aria e ridiamo come due ragazzini e ci baciamo e ci stringiamo forte finchè i costumi non scivolano via e finiscono a galleggiare sulle acque calme e facciamo l’amore con calma, senza fretta e senza rumori se non quelli dei nostri sospiri e delle onde del mare che ci assecondano.

Gli asciugamani poi ci fanno da lenzuole mentre ci godiamo gli ultimi raggi di sole.

Torniamo a casa nudi, con gli asciugami a coprirci, a cena mangiamo gamberi crudi e tonno appena scottato e passato nei pistacchi spezzati, mi imbocchi di succosi fichi d’india e mi baci e io bevo il succo rosso che si ferma tra i tuoi seni.

Domani mattina le lenzuola saranno rosse di fichi d’india e salate dei nostri corpi.

Di sabbia color dell’oro.

Me ne stavo fermo a prendere il sole, tra un bagno e l’altro quando una voce conosciuta mi fece girare la testa.
In lontananza arrivava la bimba coi capelli ricci e castani dagli occhi svegli e intelligenti.

Mi vide e sfuggì al controllo di sua mamma che subito si preoccupò, ma vedendomi si sentì più tranquilla, ci salutammo con un cenno della mano.

– ciao – la salutai quando arrivò vicino a me.
La sua risposta fu un’alzata del mento seguita da una smorfia buffa.
Mani sui fianchi si mise davanti a me.
– che stavi facendo? –
Alzo le spalle.
– ehi – si accigliò.
– stavo prendendo il sole tra un tuffo e l’altro –
La mia risposta non sembrò soddisfarla.
– andiamo a cercare le conchiglie? –
– non preferisci fare il bagno o dei tuffi? – provai a farle cambiare idea.
– nonsi –

Ora feci io la smorfia buffa.

– e da quando parli siciliano? –
– da sempri, da quannu ero picciridda –
La guardavo senza parole.
– ok, andiamo a cercare le conchiglie – dissi finalmente alzandomi.
– bravu carusu –
Sorrisi seguendola.

I suoi piedi lasciavano piccole impronte sulla sabbia color oro e subito l’acqua trasparente le cancellava e le mie si sostituivano per breve alle sue.
Indossava un costume bianco e azzurro, i riccioli castani le cadevano sulle spalle abbronzate.
– vèni cca, talia – disse accucciandosi.
Mi misi accanto a lei e guardai.
Stava scavando nella sabbia leggera come cipria, ne vennero fuori tre conchiglie bianche screziate di rosso.
– talia – mi mostrò il piccolo tesoro con orgoglio – scava macari tu –
– agli ordini capo –
– bravo bravo – fece lei mettendo al sicuro le conchiglie lontano dalle onde del mare.

Scavammo assieme, seduti a gambe incrociate, la testa china sulla sabbia con il sole che picchiava forte.

– è meglio che vi buttate un poco in acqua e poi venite sotto l’ombrellone – disse sua madre.
– nonsi – fece la monella con fare impettito – tu continua a scavare – aggiunse rivolgendosi a me.
– però tua mamma ha ragione, ci facciamo un bagno, qualche tuffo poi ci riposiamo facendo merenda –

Si tirò su.
Guardò la conchiglie che avevamo trovato e sospirò.
– sai chi ti dici? –
– nun u sacciu –
Sorrise.
– avemu travagghiato beni, possiamo fari ‘na pausa –
– mi sembra una bella pensata –
Annuì con il mento e una fossetta le si formò nella guancia destra.
Prese su tutto il nostro bottino e andammo verso sua mamma e l’ombrellone.
– ancora conchiglie? e dove le mettiamo? –
– cc’è sempri spazio pi i cosi belle –

Ci guardammo con sua mamma e scoppiammo a ridere, lei si imbronciò incrociando le braccia.
– andiamo a fare i tuffi – disse in italiano perfetto.
– andate, così ci preparo la merenda, anguria e succo di frutta –
Lei sorrise e iniziò a correre.
– l’ultimo che arriva non mangia u muluni –

La lasciai vincere, si girò e iniziò a battere le mani sull’acqua schizzando ovunque.
Mi tuffai e quando riemersi c’eri tu ad aspettarmi.
Indossavi il tuo costume preferito e un cappello di paglia larghissimo, da diva, le labbra erano rosse e gli occhi brillavano.

Mi girai e la spiaggia di sabbia color dell’oro era sempre lì e lì c’era un ombrellone con una bimba ricciuta che contava le sue preziose conchiglie.
Sorrisi.

– a che pensi? –
– a una bimba cocciuta conosciuta qui anni fa… –
– ah sì? –
– ed è ancora lì – dissi raggiungendoti.
– sè, jè ancùora ddrocu – dici tu.

Poi mi baci e mi dai una conchiglia che tenevi stretta in una mano.

Mi sveglio presto.

Mi sveglio presto.
Fuori sta incominciando ad albeggiare, guardo per un poco la luce che cambia gradualmente.
Ti osservo.
Nel sonno hai il viso disteso, le tue rughe intorno agli occhi sono sottili, le sfiori piano, delicatamente.
Mi tiro su.
Tu ti muovi, mi cerchi con la mano.
– dormi ancora amore mio, è presto – dico baciandoti la testa.
Sorridi nel sonno.

Il pavimento è fresco e c’è un bel venticello che arriva dal mare, le finestre della sala sono spalancate e le tende svolazzano riempiendo la stanza.
Penny dormiva arrotolata sulla sua piccola poltrona.
Quanto mi era mancato svegliarmi accanto a te, in questa casa di mare e di luce.
Prendo Demetra, ha la batteria carica e la memoria già inserita, torno in camera e ti scatto un paio di fotografie.
Ricordo ancora con emozione quelle foto di un pomeriggio di fine inverno, erano così emozionanti che piansi guardandole, avevano una forza dentro, un amore così grande, un’emozione così unica e reale, tangibile, che scoppiai in un pianto incontrollato facendotele vedere come si mostra la cosa più bella a qualcuno che amiamo.

Guardo le foto che ho appena scattato e mi viene una voglia di svegliarti per farti vedere quanto sei bello.
Ma sono le cinque e mezza, è meglio aspettare ancora un poco.
Mi siedo sul divano a guardare l’albeggiare sul mare, le luci che cambiano, i riflessi del cielo sul mare calmo.
Quanto, quanto mi è mancato.
Mi cingo le gambe al petto con le braccia, come se fossi tu ad abbracciarmi, un paio di lacrime scendono dai miei occhi.
Penny tira su il muso assonnato, mi guarda e scondinzola.
Basta un cenno del capo e corre subito da me, si stira e poi salta sul divano, la abbraccio e mi lascio avvolgere dal suo profumo buonissimo, sa di sale e di quando era cucciola, mamma mia che buffa che era da piccola.
Infila il naso tra le mie braccia cerca il mio naso e mi lecca il mento, la stringo forte: è magra quanto te.

Ci riaddormentiamo così, abbracciate sul divano finchè mi sveglio con il sole che entra piano dalle finestre, sono le sei e picca e mi tiro su.
Cammino in questa casa silenziosa, mi sembra di essere quasi sola e così guardo e tocco ogni cosa con delicatezza.
Nel corridoio che unisce l’ingresso alla cucina ci sono tutte le nostre fotografie più belle, si susseguono senza un ordine preciso.
Si va dai miei palazzi colorati dai tramonti fiammeggianti di Genova ai volti dei bambini che mi guardano con quegli occhi che ti attraversavano l’anima, passando per le schiene degli abitanti della mia città, della nostra città che abbiamo fotografato sotto ogni angolazione e luce.
Sotto la pioggia e il sole cocente, con le mani intirizzite dal freddo e sofferenti per il caldo o il vento gelido che si infilava dentro i vestiti.

Accarezzo le cornici, guardo me riflessa negli occhi di quei bambini e provo le stesse emozioni che ho provato quando ho scattato.
Ricordo ogni singolo scatto.
Tutte le volte che ho schiacciato quel pulsante la macchina ha catturato quello che il mio occhio aveva già inquadrato, scattato, modificato e stampato.
Era già tutto dentro di me.
Demetra non ha mai sbagliato un colpo, è stata una fedele compagna di viaggio.
Sempre.

Sbircio in camera: dormi ancora profondamente, nudo con il tuo corpo lungo e magro, abbronzato dal sole e dal mare e colorato di tatuaggi.
Ti lascio dormire ancora un poco, anche se vorrei svegliarti per fare ancora l’amore con te, di mattina, con il sole che sorge.
Sospiro.

Arrivo davanti al tuo studio, il mio una volta.
Sembra quasi una vita fa.
Un’altra vita.
Ricordo quando andammo a scegliere la scrivania, mi innamorai di quel tavolo di legno coi cassetti e le loro serrature.
Accarezzai quel legno e capii che doveva essere mio.
E che fatica facemmo per portarlo a casa, ma quante soddisfazioni ci diede.

Mi affaccio con il timore di vedere tutto cambiato e invece è ancora come quando stavo qua, con te.
Alle pareti ci sono solo mie foto, i miei scatti vincitori dei concorsi, il mio primo scatto per la Magnum.
Piango quasi.
Occupa mezza parete.
Mi gira un poco la testa.

– buongiorno – la tua voce calda di sonno mi fa sobbalzare il cuore.
– hei, buongiorno – rispondo.
Mi sorridi.
– hei pulce hai un viso da sonno, potevi dormire ancora un poco –
– Ti cercavo –
Mi sfiori le labbra con le tue.
– se vuoi puoi entrare, so che sembra un museo, ma lo uso tutti i giorni –
– wow il mio primo museo! – esclamo abbracciandoti.
– certo! –
Mi tieni stretta a te tra le tue braccia lunghe dai gomiti pizzuti.
Odori di notte e dell’amore che abbiamo fatto prima di addormentarci.

Entro piano, tu mi guardi dallo stipite di una porta che non c’è mai stata e mai abbiamo voluto mettere.
Doveva esserci continuità di luci, suoni e vento.
Il mare doveva entrare ovunque in casa nostra.
Il Mac è acceso e girano le nostre foto come screensaver, guardo la cura con cui tieni le cose sulle scrivania.
Il mouse, la tastiera pulita ma coi tasti usurati da tutti gli articoli che abbiamo scritto fino a tarda notte, mi sa che non l’hai mai cambiata.
Accarezzo quel legno ruvido che mi ha visto piangere e ridere, faticare sulle foto fino all’alba, ha subito i caffè rovesciati per sbadatezza, frustrazione e per quando facevamo l’amore.

Mi siedo alla poltrona.
– come ti ci trovi? –
– sembra di non essere mai andata via – rispondo accarezzando le maniglie dei cassetti.
– apri pure –
– posso? –
– certo –
Apro il cassetto di destra: ci sono delle cartelle con il mio nome sopra.
– e queste? –
– apri, apri –

Ho un po’ timore, apro la prima e dentro ci sono ritagli di giornali, riviste, le mie interviste a diverse testate fotografiche, i biglietti degli ingressi per le mie mostre.

– tu sei pazzo –
– un pochetto –
– e io ti ringrazio… per tutto quanto –
Mi mordo il labbro inferiore.
Respiro e chiudo gli occhi.
Mi tiro su e mi avvicino a te.
– grazie, davvero scheletrino –
– grazie a te per non esserti mai arresa –
– e a te per avermi sostenuta, sempre –
– ti meriti tutto questo, e non parlo solo del museo personale –
Scoppio a ridere e ti abbraccio, ho voglia di fondere i nostri corpi, stringerci così tanto da sentire i nostri cuori appiccicati l’uno all’altro.
Il vento arriva fino a qui.
Il mare arriva fino a qui.

E’ tutto così perfetto.
– voglio risvegliarmi ancora qua domani mattina – sussurro piano.
– anch’io –

E ti vengo a cercare…

Ti guardo seduta dal divano.
La tua schiena stretta, curva sul lavello che lavi i piatti della cena.
Le tue braccia secche, lunghissime con cui mi abbracciavi all’improvviso i gomiti pizzuti e i fianchi stretti, le gambe esili coi tatuaggi che sono aumentati con il passare degli anni.
Ricoprono la tua pelle in un mosaico di colori che raccontano una storia.

Mi alzo.
Quasi in punta di piedi ti arrivo dietro.
Ti abbraccio forte, quasi da toglierti il fiato.
Le tue mani insaponate sulle mie.
Stringi le mie dita.
Si intrecciano.
Appoggio la fronte al centro della tua schiena, il tuo profumo, la tua pelle, madonna quanto mi era mancata.

Mi viene in mente una canzone.

“E ti vengo a cercare
Anche solo per vederti o parlare
Perché ho bisogno della tua presenza
Per capire meglio la mia essenza
Questo sentimento popolare
Nasce da meccaniche divine
Un rapimento mistico e sensuale
Mi imprigiona a te
Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
Fare come un eremita
Che rinuncia a sé
E ti vengo a cercare
Con la scusa di doverti parlare
Perché mi piace ciò che pensi e che dici
Perché in te vedo le mie radici
Questo secolo oramai alla fine
Saturo di parassiti senza dignità
Mi spinge solo ad essere migliore
Con più volontà
Emanciparmi dall’incubo delle passioni
Cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
Essere un’immagine divina
Di questa realtà
E ti vengo a cercare
Perché sto bene con te
Perché ho bisogno della tua presenza”

La canto sottovoce.

Tu mi stringi ancora di più.

Perchè sono venuta qua?

Lo dico anche questo a mezza voce.
Tu ti giri, mi abbracci senza dire nulla, mi stringi a te, posso sentire le tue ossa sul mio seno, tu puoi sentire il mio seno sulle tue ossa.
I nostri corpi stanno fermi, così.
I nostri cuori battono come cavalli lanciati al galoppo.

Ci guardiamo.
Non diciamo nulla.
I vestiti scivolano via come un soffio di vento.
Dal mare arriva la brezza della sera.
Alcuni gabbiani si attardano a rientrare lanciano i loro garriti che a noi sembravano risate.

Mi accarezzi il viso.
Mi lascio cullare dalle tue lunghissime braccia.
Mi lascio accarezzare dalle tue dita secche, che mi sono sempre piaciute fin da quando ti ho visto la prima volta.
Adoravo il modo in cui tenevi la tua macchina fotografica e come la accarezzavi, quasi come se fosse una persona, ed ho desiderato ardentemente di essere io quella persona.
Ci sfioriamo.
Piano.
Lentamente.
Senza fretta.

Come due animali che si sono persi di vista e finalmente si ritrovano.
Finiamo nel tuo letto.
Lenzuola morbide e fresche, sanno di pulito, sanno di sale e sole.
E’ tutto così lento. Così delicato che quasi sono commossa, commossa dalle tue attenzioni, dai tuoi sguardi.
I nostri occhi si incrociano così tante volte che inizia a girarmi la testa, e poi la passione torna, prepotente e forte.
E’ come essere cullati dal mare, con lo stesso impeto delle onde.
Andare e venire. Assieme.

Di nuovo.

Fumo l’ultima sigaretta alla finestra, tu sei sdraiato a pancia in giù, i capelli lunghi sulle spalle graffiate dagli scogli e dalle mie unghie.
Il corpo nudo, abbandonato come sulla spiaggia dopo una lunghissima nuotata.
La luce della luna ti sfiora e vengo a sedermi sul letto, seguo le cicatrici sulla tua schiena, sono aumentate con il passare degli anni.
Le ho sempre adorate, come i tuoi nei, le mie costellazioni che indicavano il mio porto sicuro.

Sono felice di esserti venuta a cercare.
Mi sdraio accanto a te, mi fai posto, ti giri e mi sorridi.
– sei felice? – ti chiedo.
– adesso sì –
Ti accarezzo il viso.
– dormiamo amore mio – ti dico baciandoti gli occhi stanchi e belli.
– dormiamo amore mio – rispondi tu baciandomi il naso e le labbra.

Rimango ancora un attimo sveglia.
Mi voglio godere il momento in cui scivoli nel sonno, tranquillo accanto a me, il momento in cui ti fidi di più dandomi la schiena cercando la mia, come anni fa quando eravamo giovani.
Quando tutto cominciò.

di mare e di sere.

Il mare era stato mosso tutto il giorno; avevo tenuto aperto le finestre e si poteva sentire il salmastro entrare in casa e riempire le stanze di sale e piante aromatiche.
Penny era sdraiata nella sua cuccia, dormiva un poco irrequieta.
Muoveva il muso alla ricerca di qualcosa, ogni tanto uno scatto delle zampe muoveva il suo corpo piccolo e peloso.

Mi incantavo a guardarla, era così rilassante e tranquillizzante che smettevo di fare qualsiasi cosa.
Mi sedevo nella mia poltrona e la guardavo.
Le tende volavano nella stanza e il rumore della onde riempiva la stanza, era come stare seduti in spiaggia.

La guardavo e il sonno mi raggiunse, chiusi gli occhi per un momento.
Sognai che camminavamo tutti e tre in spiaggia, mano nella mano con Penny che correva avanti e indietro.
Era la felicità fatta persona.

Mi svegliai perché in lontananza sentii un tuono.
Mi tirai su e incrociai gli occhi scuri della mia segugina che mi guardavano con un misto di attesa e tristezza.

– la stavi sognando anche tu? –

Un mugolio e uno scondinzolio erano il tuo modo di dire di sì.
Mi tirai su, mi inginocchiai davanti a lei e la baciai sul musino: aveva un buon profumo, come quando era piccola.
Con una leccata sul viso contraccambiasti i miei baci, poi andai in cucina a preparare la moka.

Guardai l’ora, erano le sette.

Un caffè ci stava.

– Penny, vieni che ti do la cena –

Aprii la sua scatoletta, ma non arrivò come faceva di solito, con il suo andare tutto storto inconfondibile.
Preparai il caffè e ancora niente, versai il cibo nella sua ciotola e la chiamai ancora.

Niente.

Mi preoccupai e tornai in sala.
Era seduta davanti alla porta di casa, ferma, immobile come una statua.

– bè? –

Si girò a guardarmi.

Non capivo.
– devi andare a fare la cacca? – ma di solito raspava la porta con fare insistente.
Niente.
Una statua.

Aprii la porta per vedere se ci fosse qualcuno sulle scale e Penny prese una fuga che mi lasciò stupito.
Mi precipitai scalzo dietro di lei con le chiavi in mano, era già in fondo davanti al portone che scondinzolava e dietro il vetro c’eri tu che mi sorridevi.

Aprii.

– hei – dissi.
– hei –
Ci abbracciammo con Penny che saltava tra di noi.
– stai facendo il caffè? – dicesti.
– oh cavolo! –

Iniziai a fare le scale a due a due per arrivare in casa e spegnere sotto la caffettiera.

Voi due arrivaste poco dopo, con calma.

E la casa si riempì del tuo profumo di agrumi e di caffè.

Era perfetto.

quelle sere…

Ci sono certe sere che non hai voglia di tornare a casa.
Ci sono certe sere che sembrano non finire mai.
Sono quelle sere in cui il cielo è terso e le stelle iniziano ad apparire piano piano mentre torni verso casa.

Ma di tornare a casa non ne vuoi sapere.

E allora ti immagini di fare un giro larghissimo, prendi strade sconosciute, fai finta di sbagliare percorso.
Giri a destra e poi a sinistra e ancora una volta a sinistra.
La musica che passa la radio non capisce dove tu voglia andare.

Forse hai solo voglia di andare al mare.
Forse hai solo voglia di non tornare a casa, da solo.
Forse hai solo voglia di prenderla e portarla a fare un giro in posti nuovi.

E così ti ritrovi sotto casa sua, così all’improvviso e la musica si ferma quando spegni il motore.

Le scrivi.

Si affaccia alla finestra quasi incredula.
Non sai se scenderà arrabbiata o precipitandosi giù dalle scale con le scarpe malmesse e il cuore in gola.
E così la vedi sparire e dopo un attimo è davanti a te, con il fiato corto e gli occhi che brillano.

– dove mi porti? –
– stanotte ho fatto un sogno, ti portavo al mare a nuotare sotto le stelle –
– sì –

Le mani si cercano, si stringono le dita come due adolescenti che si trovano da soli la prima volta.

Poi le si stacca un attimo, tu guidi e senti il suo sguardo su di te.
Poi la sua mano ti accarezza i capelli, ti prende il collo e un brivido ti percorre la schiena.

– tieni gli occhi aperti –
– sì –

E sei felice.
Ti giri e lei sorride, nella notte che viene lei è la tua stella ferma.

Ci sono sere che non vuoi tornare a casa.
Ci sono sere che non vuoi che finiscano mai.
Sono quelle sere in cui siete assieme a passeggiare alla luce flebile delle stelle, mentre camminate piano piano con le dita intrecciate e lo sguardo lontano, verso l’orizzonte.
Ci sono quelle sere in cui state talmente bene che sembrano non finire mai.

Questa è una di quelle sere.