quello che sogni…

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Ci sono cose che non si avvereranno, mai, nemmeno in 10 vite.
E poi quando ti accorgi che non sogni più da tempo le cose accadono.
Magari non proprio come le avevi desiderate tu, ma accadono.
E ti travolgono come un fiume in piena.
E all’inizio cerchi di stare a galla, di opporre in qualche modo resistenza, ma non è facile, perché la testa va sotto e tu bevi.
Hai il respiro affannato e la paura di non farcela, senti le gambe molli, che tremano e non hai forza nelle braccia e nelle mani.

Ti ostini a cercare di risalire la corrente, ma non hai capito che così facendo torni indietro.
Altro che gambero.
Ma quando ti accorgi che stai tornando dove tutto è cominciato, rallenti i movimenti.
Ti guardi attorno e vedi il panorama che cambia, dai un’ultima occhiata al passato (che tanto ti rassicurava) e cominci a seguire la corrente e non è solo lasciarsi andare in balia delle onde e delle correnti.
No.
È farsi prendere per mano, farsi accompagnare da chi, come te, non conosce la strada giusta.

E se la strada non la conosce nessuno dei due, fa niente.
Si sbaglia in due, si cresce in due, si vive in due.
Si spera in due.

Così mi dicevi all’inizio della nostra storia, della nostra avventura.
Sono stato un nuotatore pessimo, soprattutto alla partenza, ma poi mi sono rifatto e ti ho sostenuta in alcune parti difficili.
Abbiamo superato ostacoli che parevano insormontabili per poi trovarvi dietro dei posti incantevoli.

Spesso, appena svegli, ci raccontavamo i sogni della notte, quando erano ancora vividi e luminosi.
Ci chiedevamo se prima o poi i nostri sogni si sarebbero avverati.

Non avevamo ancora capito che il sogno più grande mi stavamo vivendo e costruendo giorno dopo giorno.

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ecco… tieni.

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Ricordo che all’inizio eravamo molto spesso lontani e i nostri contatti erano fatti di lunghe telefonate alla sera, fino a tarda notte e mail piene di foto e links di YouTube.
La tua voce era spesso stanca e qualche volta capitava che ti addormentassi al telefono; le prime volte non me ne accorgevo nemmeno e continuavo a parlare.
Poi mi fermavo, sentivo il tuo respiro profondo e rilassato e ti dicevo.
– buonanotte amore mio – chiudevo la telefonata e ti scrivevo un messaggio, lo avresti letto al mattino.
Così mi scrivevi all’alba, svegliandomi, e avevo sempre il sorriso stampato in viso.

Ricordo che una sera parlavamo di difetti, limiti e altre cose che non ci piacevano di noi stessi.
Ti dissi che non erano limiti, ma confini.
Li avremmo esplorati assieme, allora, rispondesti tu.
Quella notte rimanemmo al telefono fino alle 3 del mattino.
– vorrei farti un dono – dissi abbassando la voce.
– davvero? e che cosa è? – chiedesti curiosa.
– il mio cuore e la mia mente –
– oh, tutti e due? –
– certo… –
Non parlasti per un po’.
Ma non ti eri addormentata.
– amore mio… –

Non so perché mi viene in mente questo ricordo, non c’è niente di eclatante, ma la tenerezza di quelle sere e quel volermi donare completamente mi aveva suscitato una serie di ricordi bellissimi.

Era l’inizio di una lunghissima avventura, una storia d’amore come mai avevo vissuto prima.

pensiero della sera.

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Eri lontana, non per lavoro.
Eri andata a trovare un’amica che non vedevi da tempo e avresti trascorso qualche giorno da lei,in casa sua.
Una casa che dava sul mare.
Una casa dove avevi passato la tua infanzia spensierata e giocosa.

Eri partita presto la mattina, ti avevo accompagnata in aeroporto e ci eravamo salutati come due innamorati che non sapevano quando si sarebbero rivisti.
Ogni tanto eravamo davvero melodrammatici.
– ti scrivo appena arrivo amore – mi salutasti dal controllo bagagli.
Ti sorrisi e alzai la mano per salutarti.

Tornai a casa e sfogliai le nostre foto, non ero triste e non era la prima volta che rimanevo a casa da solo.

Forse era per il fatto che a breve sarebbe stato il tuo compleanno e forse saresti stata lontana.
Ti scrissi una lettera che ti avrei dato al tuo ritorno, come facevamo all’inizio della nostra relazione.
E a te piacevano molto le lettere che ti scrivevo.

Mi arrivò il tuo messaggio: volo in perfetto orario e tranquillo, la tua amica ti stava aspettando fuori e ci saremmo sentiti verso sera.

Il pomeriggio passò lentamente, troppo lentamente.
Tornai dal lavoro e preparai una cena semplice, poi risposi a un paio di mail e aspettai.
Il telefono squillò.
– ciao amore – ti dissi.
Dall’altra parte silenzio, poi il tuo respiro e il rumore del mare.
Poi arrivò il tuo sospiro.
– Il mare e la pioggia mi faranno sempre pensare a te – il tuo sussurro arrivò diritto al cuore.
Saltò qualche battito.
Sorrisi attaccato al telefono come un adolescente, ma ero l’uomo più felice di questa terra.

E venne il giorno…

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Ti passo a prendere una mattina di pioggia, fa freddino per essere a inizio Aprile, ma qualcuno mi disse che le case vanno viste con il brutto tempo: perchè se ti conquistano con il grigiume sei a cavallo quando ci sarà il sole.

– buongiorno amore –
– buongiorno a te – dici tu entrando in macchina con i capelli bagnati e arruffati; ma hai un sorriso che illumina.
– pronta? –
– certo! –
Mi stringi la mano forte mentre guido verso l’appuntamento con il tizio dell’agenzia immobiliare.
– ho un po’ paura – mi confessi mentre parcheggio.
– ci sono qua io – ti dico guardandoti negli occhi – andrà tutto bene, sarà fantastica –
– ok – prendi un bel respiro come fai prima di immergerti in acqua – ce la posso fare –

Scendiamo dalla macchina e il ragazzo dell’agenzia ci aspetta davanti a una villetta nascosta da un muro alto un paio di metri.
Ci saluta da sotto l’ombrello e sorride.
– mi spiace per il tempo –
– fa niente – dici tu – se ci piace così… – e sorridi.

Apre il cancello e ci accompagna lungo la strada che ci porta alla casa, una decina di metri.
Ci dice che volendo c’è la possibilità di ricavare un paio di parcheggi dal terreno in piano, tu ci vedi già ulivi e limoni e aranci.
Mi guardi e sorridi.
E io mi innamoro sempre di più, di te e della casa.
Il portone è di legno, di quelli vecchi, ricoperto da una vernice verde che si scrosta, ma sotto lascia intravedere le venature del legno e mi immagino d’estate a pulirlo e lucidarlo.
Stavolta guardi tu me.

– dentro è un po’ in disordine – dice lui quasi sottovoce, arrossisce.

Bè dentro sembra sia scoppiata una bomba.
Ma va bene.
La luce bianca del cielo filtra da un lucernario che riempie l’ingresso ampio, il pavimento è in legno.
Ci guardiamo attorno.
A destra c’è una sala, ci indica l’agente immobiliare, ci accompagna e si apre un stanza rettangolare, le finestre danno sul davanti e sul lato a est e sul giardino dove ci sono alcuni alberi, forse sono peschi.
Il legno scricchiola sotto i nostri piedi, il ragazzo sembra preoccupato; i vetri sono sporchi, ma le finestre sono alte e lasciano passare un sacco di luce.
Va bene.
Per me è già un sì.
Ti guardo mentre osservi i muri, li sfiori e ti soffermi a guardare fuori; la luce che ti illumina è perfetta.

– di là invece c’è la sala da pranzo e volendo si può buttare giù il muro che la divide dalla cucina –

Ti giri e mi guardi, corri quasi a vedere mentre io rimango indietro, guardo il lucernario che dall’alto del terzo piano manda la sua luce a illuminare l’ingresso; chissà come sarà con la luna piena a camminare qua?

Sbuchi dalla porta della cucina, come una bimba che gioca a nascondino e vuol farsi trovare.
– il muro lo buttiamo giù per davvero e facciamo un tutt’uno con la sala da pranzo, vero? – me lo domandi, ma hai già deciso.
– certo –
Accanto alla porta della cucina c’è un piccolo bagno di servizio, proprio sotto le scale che portano al primo piano.
– e qui? – domandi – cosa c’è? –
– una sala dove hanno messo tutta la roba da portare via, volete vederla? è come la sala accanto –
– se non ci sono problemi mi piacerebbe – dici tu.
Apre la porta e la sala è identica alla precedente, un poco meno luminosa ma ci starebbe bene una libreria.
La nostra.
– biblioteca? – suggerisco da sopra la tua spalla.
– ovvio –

Guardo il ragazzo che sembra già più sollevato, ci porta al primo piano.
Ci sono due camere da letto, un disimpegno che da sopra l’ingresso dove ci può stare un divano per 5 persone.
E poi due bagni.
Sembra una reggia.

Il tuo sorriso è inequivocabile: hai già deciso che questa casa sarà la nostra.
Indichi il piano di sopra.
– è praticamente una mansarda unica che copre tutta la pianta della casa escludendo il lucernario, ci sono un paio di finestre sul tetto e un piccolo terrazzino al centro della pianta –
Ti si illumina il viso.
Saliamo e c’è un enorme sottotetto, ben coibentato, in un angolo ci sono due vasche per la raccolta dell’acqua potabile e poi le finestre illuminano tutto.
L’ultima scaletta in legno porta al piccolo terrazzo che domina il terreno attorno a casa e la vista sul mare è mozzafiato.
Mi abbracci forte, hai le lacrime agli occhi e io anche, ma mi trattengo un attimo, mi sorridi e mi baci leggera le labbra.
Poi guardi l’agente immobiliare.
– dove dobbiamo firmare? –

la casa.

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Erano mesi che ne parlavamo.
In verità credo fosse già stato affrontato il discorso dopo il primo bacio.
Cioè non subito dopo… passò qualche giorno e venne fuori in maniera naturale.
Come tante altre cose.
Una delle cose più belle del nostro rapporto è sempre stato il parlare di qualsiasi cosa, dalla politica all’ultimo film uscito, libri, musica, vita.
Tutto.
E così si cominciò a parlare di casa.
Ma sai sono quei discorsi che le coppie che stanno nascendo fanno un po’ per gioco e un po’ per testare l’altro.
Un modo per vedere se si hanno le stesse idee nel campo dell’edilizia e nell’arredamento d’interni.
Decisamente una materia molto difficile; non me l’hai mai detto, ma credo tu mi abbia rimandato a settembre almeno un paio di volte.
E dire che la seconda volta pensavo di essere preparato, ma il tuo sguardo da sotto quelle ciglia meravigliose, doveva farmi capire che no, anche a sto giro non ci avevo capito una mazza.

Fatto sta che se ne parlò, poi il discorso passò ad altro ma entrambi ci stavamo lavorando in segreto.

Ricordo il giorno che tirasti fuori l’argomento in maniera ufficiale.
Era mattina, abbastanza presto e nessuno dei due lavorava quel giorno.
Sì, avevamo l’abitudine di alzarci presto anche nei giorni di festa.
E poi passare del tempo a rotolarsi nel letto non fa certo male.

Entro in cucina e tu sei seduta al tavolo con un quaderno chiuso e una serie di riviste di agenzie immobiliari davanti.
La caffetteria borbotta piano sul fuoco.
– buongiorno amore – dici tu alzando i tuoi occhi dal tavolo.
– buongiorno… penso io al caffè? –
– sì, poi dobbiamo parlare… –
Mi blocco davanti alla cucina economica.
– non ti preoccupare amore, va tutto bene –
Sorrido e respiro.
Verso il caffè nelle tazzine e le porto a tavola, tu sfogli i cataloghi e cerchi alcune inserzioni, altre le sottolinei.
Sei molto metodica.
Poi giri la pila di riviste, giri il cucchiaino nel caffè e bevi.
Ti guardo e sorrido.
– dimmi che ne pensi… –

Bè dopo diversi mesi, dozzine di case viste e riviste, colloqui in banca per il mutuo, nottate passate a parlare, scartare per poi rivedere e infine dividere le case in due pile: SÌ e NO.
Fu una scelta molto difficile, ma finalmente stavamo per mettere la firma sul mutuo che ci avrebbe trasformati in proprietari di una casa.

– una casa tutta nostra – dici tu uscendo dal notaio.
– dobbiamo andare a festeggiare! – propongo baciandoti.
– sì! –
E così andammo a fare aperitivo e tornammo a casa tardi e rimanemmo svegli fino al mattino a guardare le stelle sul terrazzo.

– sei felice? – ti domando abbracciandoti da dietro.
– sì amore mio, mai stata così felice da quando mi hai detto la prima volta che mi amavi… –
Ti giri e mi baci.

E i tuoi baci mi piacciono, sono dolci e salati, sono pieni d’amore e di passione.
Sono lenti e mi lasciano sempre senza fiato.
E il tuo sapore rimane sulle mie labbra a lungo e anche sulle mie mani che ti accarezzano e ti stringono a me.

E la casa? dirà qualcuno.
La casa arriva, una grande casa davanti al mare, con finestre grandi e luce, ma anche ombre per riposare e far entrare la luce della luna.
Una casa coi muri spessi, che tengono fuori il caldo dell’estate e d’inverno non lo fanno uscire.
Una casa nostra.
Solo nostra.

– sai che adesso ti tormenterò per gli arredi, vero? –
ti guardo e sorrido.
– sarà divertente amore mio –
– per prima cosa scegliamo il letto… – sorridi tu.
Mi piace quando sorridi così.

della felicità degli altri.

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si può essere felici della felicità degli altri?
cioè non tutti tutti, ma solo degli amici veri, quelli davvero importanti.
che li conti sulla punta delle dita, di una mano sola.

perché si sa che gli amici veri sono pochi.
quelli a cui puoi dire tutto.
quelli che non ti giudicano.
quelli che se li chiami a mezzanotte, magari subito non ti rispondono, ma poi ti mandano un messaggio spiegandoti che stavano mettendo a nanna i figli.
quelli che se gli dici di uscire a prendere una birra sanno già che dovranno sorbirsi una di quelle serate piene di rimorsi e occasioni perdute, di quanto nessuno vi capisca e che non troverete mai l’anima gemella.
ecco, lui uscirà lo stesso con te, anche se conosce già tutta la sceneggiatura.

bene.
tutto questo per dirvi, che oltre essere lo “sfigato” della compagnia, posso contare su degli ottimi amici.
che se anche non ci sentiamo o vediamo tutti i giorni è uguale.
davvero.
bè io quando so che sono felici, che le cose gli vanno bene, non mi interessa sapere il perché, sono felice e basta.
mi fa davvero piacere quando i loro sogni si realizzino, che stiano bene e che sorridano.

ecco, tutto questo per dire che se mi vedete felice siatelo sinceramente anche voi, per me.
non costa nulla e staremmo tutti bene.

com’è che si dice?
e vissero felici e contenti.

buonanotte a tutti.

La falena.

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Eravamo una sera a bere una birra in un pub; faceva freddo, lo ricordo molto bene, tu avevi un giaccone pesante e una sciarpa avvolta attorno al collo che ti teneva caldo.
– che c’è? – chiedi.
– sei buffa – rispondo sorridendo.
Mi guardi nascondendo parte del viso dietro il boccale, vedosolo gli occhi, quelli che mi hanno fregato la prima volta che li ho incontrati.
– a che pensi? – chiedi tu dopo aver bevuto un sorso di birra.

A cosa penso? ho pensato passando la mano tra i capelli.

– quindi? – insisti.
Ti guardo sorridendo.
– vuoi sapere davvero a cosa stavo pensando? –
– certo! –
Sorrido.

– pensavo a come mi sentivo quando ti ho visto la prima volta e le volte successive… –
– e come ti sentivi? – mi interrompi curiosa.
– shh! –
– scusa… –
– la prima volta è stata a casa di quella tua amica, per un compleanno di non so chi, o forse era una serata così, tra amici, fatto sta che ho incrociato i tuoi occhi, il tuo sguardo magnetico e mi sono chiesto chi fossi? e perchè non ti avessi mai notata prima. Chiesi a qualcuno e mi disse che eri appena arrivata da Berlino, dopo un lungo periodo di lavoro. Ma non ottenni altre informazioni. Nè sul tipo di lavoro nè sulla tua situazione sentimentale – mi sono fermato un attimo per bere e tu eri lì, con quegli occhi, quel sorriso meraviglioso, ti ho guardata e poi ho ripreso – Da quella sera ti ho cominciato a incontrare ovunque: al mercato, in coda in farmacia e persino un paio di volte nel mio bar preferito, ma non ci siamo mai rivolti la parola a parte un ciao decisamente timido da parte mia –
– oh sì, mi piaceva la tua timidezza –
– io invece mi sentivo attratto da te e non sapevo nemmeno il perchè –
– perchè sono affascinante –
– in effetti sì, lo sei – un altro sorso di birra – comunque mi sentivo come una falena attratto dalla luce della fiamma, e tu eri quella fiamma –
– ma la fiamma brucia la povera falena… non è una cosa bella –
– bè ma per la falena è attrazione incondizionata, totale e viscerale, ecco come mi sentivo attratto da te –
– oh –
– avrei voluto sempre dirtelo, ma un poco mi vergognavo perchè pensavo mi avresti preso per pazzo –
– no, non solo per quello – e scoppi a ridere in quella risata che mi piace davvero da impazzire.
– ecco vedi perchè non volevo dirtelo –
– che scemo che sei, continua… falena mia –
Rido e sorrido.
– tu eri la mia fiamma, hai iniziato ad attrarmi sempre di più e ogni volta che ci vedevamo ero sempre più vicino, sempre più in balia di quella luce calda e misteriosa… –
– però anche pericolosa… –
– sì, l’ho pensato che avrei potuto anche bruciarmi, ma non potevo farne a meno e così mi sono avvicinato, piano piano… –
– e ti sei bruciato? –
– no – scrollo la testa e sorrido – non mi sono mai bruciato – ma mi hai scaldato come non succedeva da un sacco di tempo –
– e adesso? –
– adesso sei il mio porto sicuro, la luce a cui tornare e stare bene… –
– oh, grazie… –
– grazie a te… –

vorrei.

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vorrei diventare piccolo.
ma piccolo piccolo.
soprattutto quando non sei qua con me, nel nostro letto.
vorrei diventare piccolo piccolo.
mettermi dietro il tuo orecchio sinistro.
fermarmi lì, avvolto dai tuoi capelli e dal tuo profumo.
dal tuo calore e dal battito del tuo cuore.

vorrei essere così piccolo da non farmi notare, per stare lì con te al caldo del tuo corpo.
come quando mi chiedi di stare abbracciati tutta la notte; sentire tu che mi stringi mentre tieni la testa sul mio petto mi da sicurezza, mi fa sentire importante e protettivo.

vorrei sentire il battito del tuo cuore mentre accelera quando ripensa ai nostri primi baci.
il tuo profumo e il tuo ritmo non mi farebbero dormire e starei tutta la notte a vegliare suoi tuoi sogni.
scaccerei via gli incubi e tratterrei i bei sogni fino al mattino, cosicchè tu riesca a ricordarli.

ti darei tanti piccoli baci sussurrandoti le parole più dolci che io conosca.
e canterei per te la più dolce delle ninna nanne.

vorrei diventare piccolo piccolo.
per stare con te quando non sei qui.
per non farti sentire sola nella notte lontana.

il mare di notte.

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– andiamo? – domandi.
– dove? – ribatto io.
– al mare – rispondi con nonchalance.
mi volto a guardare l’orologio sul comodino.
– è mezzanotte passata – azzardo timidamente.
– e quindi? – domandi alzandoti da letto.
– è tardi? –
– come sei pigro – rispondi mettendoti il costume – bè, cosa guardi? –
– mi piace mentre ti cambi –
– ecco, se vuoi continuare a usufruire di questo bonus vedi di muovere le tue chiappette e andiamo, su –
mi faccio convincere in fretta e senza opporre troppa resistenza, d’altra parte non rinuncerei per niente al mondo ai tuoi spogliarelli.

scendiamo in strada, non c’è praticamente nessuno a parte qualche ragazzo che torna a casa con le scarpe in una mano e nell’altra una bottiglia di birra.
i piedi ancora bagnati e sporchi di sabbia.

– vedi – dico – anche i giovani tornano a casa a dormire –
– perché noi siamo più giovani –
ti guardo e sorrido.
– non penso proprio –
– parla per te – fai tu guardandomi dritto negli occhi – io sono giovane dentro –
molto dentro, stavo per dirti, ma mi mordo la lingua e sorrido.
– tanto lo so che stavi per dire una cattiveria, caro mio –
– io? – faccio io finto offeso – ma quando mai! –

ti giri e ti avvii verso la spiaggia.
ti osservo sparire nel buio del bagnasciuga.
ti volti verso di me e ti togli il pareo rimanendo in costume.
per poco.
anche quello segue l’indumento appena tolto per terra.
allarghi le braccia e ti giri.
sento il rumore dell’acqua contro le tue gambe.

mi lancio al tuo inseguimento.
buttando i vestiti qua e là arrivo in acqua che tu sei già lontana dalla riva.

tendi le tue braccia verso di me e io ti raggiungo attirato come da una sirena.

– bravo tesoro mio – sorridi.
– sai come convincermi –
– meno male che ancora ci riesco – ribatti con un sorriso.
– già, meno male – dico raggiungendoti.

ti tiro a me.
e la luna fa capolino tra le nuvole e spia i nostri baci.