Stelle Marine.

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Ho sentito la tua voce in una conchiglia
L’acqua si impara dalla sete
La terra dagli oceani attraversati
La pace dai racconti di battaglia

In questa città tutto è illuminato
E fuori dalla stazione danze tribali, esplosioni
Cartoline, un bambino appena nato
Le sue mani sembrano stelle marine
Sembrano stelle marine
Sembrano stelle marine

Quando ho ascoltato la prima volta questa canzone, credo più o meno un mese fa, mi sono innamorato subito del testo. E della voce di Vasco Brondi.
Mi ha ricordato un’altra canzone, stavolta dei Modena City Ramblers: Ebano.

L’ho riascoltata subito almeno tre volte.
Volevo che il testo mi entrasse in testa, che mi passasse attraverso la pelle fino a raggiungere il cuore.
Perchè l’ho sentito subito che sarebbe dovuta finire lì. E in nessun altro posto.
Appena arrivato a casa ho cercato il testo e me la sono riascoltata ancora e ancora e ancora.
Anche adesso che scrivo la sto ascoltando.
Voglio che diventi la canzone del momento.
Dopo quello che è accaduto a Lampedusa non posso fare a meno di togliermi dalla testa questa parole: “un bambino appena nato
Le sue mani sembrano stelle marine

Mi chiedo dove sia andata la nostra umanità, dove si sia persa in tutto questo parlare sulle reti sociali, in tutto questo urlarsi addosso e vomitarsi parole cattive e senza senso.
Mi chiedo dove l’uomo si sia andato a nascondere.
Dove è finita la compassione? Davvero.

E così, mentre questa canzone mi girava nella testa e nel cuore, succedeva che il 7 ottobre al largo di Lampedusa un barchino affondava e tra quei 12 corpi, quelle 12 persone, c’erano una donna che teneva stretto tra le braccia il suo bambino.
E il cuore si stringe. Non può farne a meno.
Come si fa a non commuoversi?
Come si fa a non pensare ai propri figli al sicuro nel loro letto?
Come si fa a non ringraziare di essere nati dalla parte giusta del Mondo?
Come si fa a non fermarsi prima di scrivere cose abominevoli sulla propria rete sociale?

Che fine ha fatto la misericordia? Eleos in greco.
Ci siamo già persi in un mondo che ci vede distaccati e freddi, attaccati ai propri interessi e ciechi difronte alla sfortune altrui.

Leggetevi l’intervista del Capitano Rodolfo Raiteri, che coordina le operazioni di recupero dei 12 corpi affondati assieme al barchino che avrebbe dovuto portarli in una terra, l’Europa, dove sarebbero stati meglio, dove sarebbero stati al sicuro.

Perchè è la solita storia che si ripete.
Come quando è morto Aylan Kurdi, il bimbo curdo che scappava assieme al padre e a suo fratello più grande da Kobane e tutti a vomitare le solite parole: se non partivano non sarebbero morti, un padre non mette a repentaglio la vita dei propri figli.
E certo. Un padre lascia morire i propri figli in casa, dove dovrebbero essere al sicuro. Chi non porterebbe, a costo della propria vita, i propri figli verso un futuro migliore? Verso un futuro?
O ancora quando in Messico Oscar Alberto Martinez e sua figlia di soli 23 mesi Angie Valeria sono stati trovati sulla sponda del Rio Grande mentre cercavano di raggiungere un posto migliore per vivere.
Abbracciati, anche loro.

Questi sono i padri che amano i loro figli, che farebbero di tutto per poterli veder crescere in un posto migliore. Dare loro un’opportunità che non avrebbero mai avuto.
E noi, da dietro i nostri monitor, davanti alle nostre tastiere riversiamo parole d’odio sui meno fortunati.
E se oggi sono i migranti (persone come noi) domani saranno i poveri di casa nostra, quelli che non arrivano a fine mese e che sono costretti a chiedere aiuto (se ne hanno la forza) se non costretti a rubare il pane.
Pensiamoci bene, quei poveri di domani potremmo essere noi.
Quando non avremo più nessuno accanto a noi, perchè ci siamo scavati attorno un fossato di odio e indifferenza, saremo quei poveri che odiamo tanto.

E così ascoltando questa canzone non ho potuto fare a meno di immaginare le manine di quel bimbo in fondo al mare come due piccole stelle marine.
E ripensare e ripensare alle parole del ritornello:

“Ho sentito la tua voce in una conchiglia
L’acqua si impara dalla sete
La terra dagli oceani attraversati
La pace dai racconti di battaglia”

Alle volte bisogna davvero far passare le cose sulla nostra pelle per sapere quanto fanno male, quanta disperazione possono procurarci.
Ci vuole l’esperienza dei fatti per sentire le cose dentro. Fino in fondo all’anima.
Ma altre volte basta davvero poco per potersi commuovere, potersi fermare un attimo e riflettere.
Mettersi nei panni di un’altra persona, che potremmo essere noi, non è così difficile.
Dovremmo esercitarci a farlo.
Dovrebbero insegnarlo a scuola.
E fare anche dei corsi sul posto di lavoro.
Dobbiamo immedesimarci nelle persone meno fortunate di noi.
Per capire quanto siamo fortunati.
Per capire quanto possiamo fare per farli stare meglio.
Non è buonismo.
E’ un dato di fatto.
Basta poco per aiutare.
Basta che le coscienze si smuovano. Si commuovano. E si mettano in moto per rendere il mondo un posto migliore. Sì, lo so, sono frasi fatte. Ma davvero basterebbe pensare un attimo cosa faremmo noi in quella situazione e non scriveremmo certe cose da nessuna parte.
Nemmeno su un foglio di carta da bruciare nel camino.

Prendetevi 3 minuti e 28 secondi per ascoltare la canzone de Le luci della centrale elettrica.

Fatelo per voi, fatelo per i vostri figli.
 

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il silenzio del mattino.

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Mi stiro nel letto, non è suonata ancora la sveglia, ma ho aperto gli occhi e ho guardato fuori dalla finestra: il tempo è grigio.
Proprio l’ideale per starsene sotto le coperte.
Ma tu non ci sei.
Mi giro e guardo il tuo posto vuoto.
C’è silenzio in casa.
Respiro profondamente.
Poi mi tiro su a sedere.
Guardo l’ora: 7 e 23.
Chiudo gli occhi e vorrei quasi riaddormentarmi.
Poi sento i tuoi passi al piano di sotto.
Stai salendo le scale, piano.
Ma riesco comunque a percepirti.
Mi rimetto sotto le coperte e mi giro, faccio finta di dormire.
Sento che ti affaccia alla porta della nostra camera.
Non dici nulla.
Un passo, poi un altro e ti avvicini al letto.
– hei… – sussurri.
Non rispondo, rimango immobile. In silenzio.
Ti sento sorridere.
E lo faccio anch’io.
Esci e ti allontani nel corridoio verso il bagno.
Sento l’acqua che scorre nella doccia.
Mi mordo il labbro inferiore.
– ahia – mi porto le dita alla bocca, lo sento indolenzito, come se me lo fossi morso tutta la notte.
Poi sorrido e ripenso alla notte appena trascorsa.
Ai tuoi baci, ai tuoi morsi audaci e pieni di desiderio.
Un brivido mi percorre la schiena.
Mi tiro su e a piedi nudi ti raggiungo in bagno.
Mi fermo sulla soglia.
Tu sei girato di spalle, l’acqua cade sulla tua schiena e segue le tue forme dalle spalle ai glutei.
Ho amato la tua schiena fin dalla prima volta che l’ho vista.
In verità l’amavo già da prima, intuendone le forme da sotto i maglioni o le magliette.
Mi piacciono i tuoi nei, le mie costellazioni, mi piace la curva in fondo alla schiena dove comincia il tuo bel sederino sodo.
Mi piace stringerlo e graffiarlo quando facciamo l’amore.
Mi chiedi tu di graffiarti la schiena, di morderti le spalle e lasciarti i segni rossi dei miei denti e delle mie labbra.
Mi piace quando ti inarchi mentre le mie mani seguono la tua curva sentendo le costole e graffiandoti fino ad agguantare i glutei sodi e piccoli.
Mi piace quando ti abbandoni ai miei baci.
Ora rimango a guardarti in silenzio, mentre lo shampoo cola dal collo lungo la schiena e poi tra le tue gambe magre ma coi muscoli al posto giusto.
Mi spoglio, piano.
Tolgo la canottiera e la getto assieme alle mutandine nel cesto della biancheria da lavare.
Apro la porta scorrevole della doccia.
– buongiorno – dici senza girarti.
Appoggi le mani sulle tue spalle e seguo la schiena con i palmi, scendo sfiorando le costole e i fianchi strappandoti un sospiro e un brivido.
Passo le mani sul davanti e risalgo fino a raggiungerti il collo, poi incrocio le braccia prendendo la spalla sinistra con la destra e con la sinistra la destra e ti stringo forte.
– buongiorno –
Mi stringi le mani poi ne baci i palmi e ti giri.
Mi guardi il labbro, rosso. Sembri dispiaciuto.
– scusami – dici accarezzandolo con il pollice della mano destra.
– perchè? – rispondo insaponandoti il petto – mica mi è dispiaciuto –
– ah –
– io non mi sento in difetto per questo – dico sfiorandoti il labbro inferiore.
– giusto –
– e nemmeno per questo – aggiungo seguendo un graffio che parte dalla clavicola sinistra e scende giù diritto fino all’osso del bacino sporgente.
Quanto amo il profumo che c’è lì.
Quasi quanto quello che c’è sul tuo collo, dal lato sinistro; mi ricorda quando facevamo l’amore a casa tua in primavera. Stretti in quel letto così scomodo da raggiungere.
Le mie mani continuano a insaponarti il petto, poi scendo verso il pube e la tua reazione è da film: socchiudi gli occhi e dischiudi le labbra mentre ti accarezzo piano, delicatamente.
– ti voglio – ti sussurro a un orecchio.
– anch’io – rispondi tu stringendomi i seni, le tue mani sono bollenti come il tuo fiato sul mio viso.
Chiudo gli occhi e aspetto il bacio, scappo, arretro un poco.
Gioco con te e tu ti diverti, ti piace attendere, ti piace che io fugga, ma poi la mano destra scivola dietro la mia schiena e mi prende dietro la nuca, con fermezza ma dolcemente.
Mi guardi negli occhi.
– non chiuderli – ti sfido.
E così ci baciamo sotto la doccia, occhi negli occhi mentre le nostre mani accarezzano i nostri corpi seguendo un ritmo tutto loro.
Fuori dal tempo.
E così mi giri verso il muro, ti lascio fare, so dove vuoi andare a finire e lo voglio pure io.
Anzi speravo lo facessi.
Con l’acqua della doccia mi togli ogni residuo di sapone e poi, partendo dalla nuca, fai scorrere la tua lingua lungo tutto la colonna vertebrale.
Posso sentirla su ogni vertebra.
E più scendi più i miei brividi aumentano.
Sento l’eccitazione salire fino a che la tua lingua non arriva là dove desideravo, dove tu desideravi.
E sento il tuo desiderio attraverso i tuoi baci e le tue carezze.
Allargo le gambe e spingo il sedere all’infuori.
– ti voglio – lo dico quasi disperatamente.
– davvero? – mi domandi mordendomi i glutei e i fianchi.
– sì – è un sussurro che si perde nell’acqua.
Tu risali ed entri dentro di me piano, con dolcezza.
Il mondo si ferma.
Tutto si ferma.
Abbasso la testa vedo le tue mani che mi cingono i fianchi.
Mi accarezzano con passione il costato e poi prendono i seni da sotto tirandoli su.
Credo di impazzire.
Seguo il tuo ritmo che aumenta secondo dopo secondo.
I nostri respiri si accordano come i nostri movimenti.
C’è un religioso silenzio nella doccia.
Non ho le parole per dirti quanto ti ami e quanto ti desideri.
Respiro e provo un piacere profondo.
Mi lascio andare seguendo il tuo corpo dietro di me, dentro di me.
– dio – esclamo io.
Sorrido pensandomi atea ma quante volte ho nominato il suo nome da quando facciamo l’amore.
E tu mi segui.
Mi tieni stretta a te con le tue braccia lunghe e magre.
– mio dio – dici tu.
E tutto diventa etereo, perdiamo il senso del tempo e dello spazio.
Potremmo essere ovunque.
E quando raggiungiamo il piacere i nostri corpi vibrano e tremano.

Ti fermi dentro di me.
Mi stringi il seno mentre io ti stringo le mani.
Mi giro a baciarti.
Sorridi.
– sei bellissimo amore mio – ti dico poi accarezzandoti il viso, sposto i capelli lunghi dai tuoi occhi.
– guardami sempre così – ti dico.
– sempre – rispondi tu.

Cosa mi manca di più.

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La domenica scorre veloce al lavoro, c’è parecchia gente per i regali dell’ultimo minuto, almeno non mi annoio.
Tornando a casa mi prendo i ripieni alla nostra rosticceria preferita.
Li scaldo nel forno mentre mi faccio una doccia bollente.
Ci sentiamo per la buonanotte.
– pronto? – dici rispondendo al telefono.
– pronto amore –
– ciao amore mio, come stai? –
– bene, quasi pronto per andare a dormire, tu? –
– metto a letto i nipotini e poi mi fumo un’ultima sigaretta sul balcone, si sta abbastanza bene stasera qua –
– qua siamo a meno 3 gradi e sta iniziando a nevicare –
– oddio… come vorrei essere lì con te –
– davvero? –
– sì, mi manchi come l’aria –
– anche tu… – rispondo.
Dall’altra parte arriva un sospiro che conosco benissimo, ti stai mordendo il labbro inferiore e a me piace da impazzire quando lo fai.
– cosa ti manca di più? –
– di te? –
– sì – rispondi con un sussurro.
Immagino le tue labbra rosse di rossetto aprirsi delicatamente per pronunciare quel “sì”.
Deglutisco un attimo.
Sento caldo e do la colpa alla birra un po’ più forte del solito.
– ci sei ancora? – domandi e ti immagino sorridere con gli occhi che brillano, mi piace quando mi guardi così e io mi sento davvero messo a nudo.
E’ difficile nasconderti le emozioni.
Le mie, con te, si vedono lontano un miglio.
Mi lecco le labbra, sono secche.
Mi verso un bicchiere d’acqua e mi siedo sul divano.
– eccomi –
– pensavo fossi svenuto… –
– addirittura? –
– bè sei tu che mi hai detto che ti basta la mia voce per farti girare la testa… –
– in effetti –
E poi fai quel rumore con le labbra.
E tutto si accende ed è come se fossi qui accanto a me.
– vuoi sapere cosa mi manca di più? –
– certo amore, non aspetto altro, mi metto comoda sulla poltrona e ti ascolto – rispondi – mi piace la tua voce, è dannatamente sexy –
Ti vedo mentre mandi la testa all’indietro, sento che accendi una sigaretta e aspiri il fumo della prima boccata.
– mi manca averti accanto a letto –
– uhm interessante… –
– mi fai dire o parli tu? – faccio finta di arrabbiarmi.
– certo messere… attendo silenziosa – mi prendi in giro.
– mi manca quando andiamo a letto la sera d’inverno, con la stanza bella calda e le luci soffuse e la neve che cade piano fuori. Mi piace quando ti spogli per infilarti sotto il piumone dove ci sono già io ad aspettarti.
Hai sempre un brivido quando la tua pelle calda incontra le lenzuola fresche di bucato e freddine. Mi guardi con i tuoi occhi profondi e mi chiedi se ho freddo visto che sono in pigiama.
In effetti mi sta venendo caldo rispondo guardando la tua canottiera dalla scollatura generosa riempita dal tuo seno meraviglioso.
I miei occhi sono più in su, dici sorridendo.
Davvero? non ci avevo fatto caso, rispondo accarezzandoti un braccio.
Ci infiliamo sotto il piumone e tu abbassi le luci e tutto diventa magico, perchè sembra di stare in una casa di montagna avvolta dalla neve e dal calore del fuoco.
Allora hai freddo? rinnovi la domanda avvicinando il viso al mio.
Mi lecco le labbra, cerco di baciarti ma tu ti allontani.
Mi sfuggi rimanendo però sempre a portata di bacio.
Quindi? chiedi ancora.
No, mi sta passando, rispondo togliendomi la maglia.
Uhm, così va decisamente meglio –
– si fa interessante – dici sottovoce.
– ti tiro a me e non opponi resistenza mentre ti tolgo la canottiera, mi manca la pelle del tuo seno sotto le mie mani, sentire i brividi che scendono lungo le tue braccia mentre ti accarezzo e ti bacio.
Mi manca sentire il profumo della tua pelle nuda, del tuo collo e dell’attaccatura dei capelli proprio dietro l’orecchio sinistro. Mi manca baciarti il collo e morderti piano piano e poi forte scendendo lungo la spalla e poi arrivando sotto il seno e morderti ancora e leccarti la pelle profumata e liscia come seta.
Mi manca sentire i seni nelle mie mani e poi tu che alzi le braccia e io che posso accarezzarti fino a tenerti i polsi mentre cerco avidamente la tua bocca.
Che tu non mi neghi più.
E mi baci con i baci della tua bocca. Il tuo profumo è inebriante, il gusto della tua saliva lo è.
Sento la testa che gira mentre le tue mani mi accarezzano i capelli e la schiena, mi tieni stretto a te.
Posso sentire i tuoi capezzoli inturgidirsi contro il mio petto, le tue gambe aprirsi per farmi stare più vicino a te –
– oh mio dio –
– mi manca sentire il tuo corpo sotto il mio, che mi accoglie, che mi stringe mentre ci baciamo con passione.
Mi manca sentire le tue unghie sulla mia schiena che mi strappano sospiri e brividi e poi le tue mani che mi sfilano il pigiama.
Mi manca sentire la tua pelle nuda a contatto con la mia.
Mi manca sentire il tuo calore, la tua passione.
Mi manca spogliarti e guardarti un attimo, nuda sotto di me.
Che c’è? mi domandi abbassando lo sguardo e mordendoti il labbro inferiore.
Sei bellissima amore mio.
Davvero?
Sì.
Mi manca sentirmi desiderato, mi manca sentirmi amato.
Mi manca quando mi dici che vuoi fare l’amore con me, quando mi accarezzi con delicatezza –
– tu non sai quanto vorrei essere lì con te, adesso –
– lo so sì, amore mio –
– e cosa ti manca ancora? –
– mi manca il tuo profumo, mi manca scendere dal tuo collo seguendo le curve del tuo seno e dei tuoi fianchi, accarezzarti le gambe e poi baciarti ogni centimetro di pelle bollente. Mi manca quando scendo dal tuo ombelico e tu mi tieni la testa stretta a te e inarchi la schiena quando ti bacio, ti lecco e mi abbevero a te.
Ti voglio, mi sussurri più volte accarezzandomi la testa con le dita tra i capelli, poi quel sussurro diventa sempre più forte come un bisogno impellente e non possiamo più farne a meno.
Mentre salgo verso le tue rosse labbra tu mi guidi dentro di te.
C’è un attimo.
Un attimo ben preciso di silenzio.
In cui tutto si ferma, anche il mondo.
Tutto l’universo si prende un breve attimo di pausa.
Io con la mano dietro la tua nuca che stringo i tuoi capelli, tu con entrambe le mani dietro la mia testa che ci guardiamo mentre sono dentro di te.
Ecco quell’attimo è una delle cose che mi manca di più –
– sai che quando torno non usciremo di casa per tre giorni, vero? –
– non vedo l’ora… –
– e poi? –
– e poi tutto riprende a muoversi, torniamo a respirare e a baciarci mentre facciamo l’amore e tu mi tieni stretto a te.
Mi manca quando mi mordi le spalle, prima una e poi l’altra e mi lasci i segni con i denti e con le labbra turgide e poi mi graffi la schiena e io ti stringo i capelli e il seno destro.
Mi manca la tua bocca aperta che cerca il mio fiato e io che cerco il tuo.
Mi manca la tua saliva, la tua lingua e le tue labbra, mi mancano i tuoi denti che si scontrano con i miei.
Mi mancano i tuoi fianchi su cui le mie mani indugiano prima di scendere lungo le tue gambe o risalire dalla vita fino al seno –
– mi mancano le tue mani, mamma mia quanto mi mancano –
– mi manca sentirti dire che mi ami da impazzire, che mi vuoi ancora e ancora.
Mi manca sentire i tuoi sospiri diventare gemiti e poi sempre più forti urla da riempire tutta la stanza finchè non sorridi e quasi ti imbarazzi.
Mi manca vederti all’apice del piacere e mi manca quando mi dici: voglio sentire te.
Il piacere che provo quando facciamo l’amore non ha pari, amore mio –
– amore mio… mi sta venendo caldo… –
– e mi manca quando dopo aver fatto l’amore mi chiedi di sdraiarmi accanto a te, ci guardiamo negli occhi per non so quanto tempo e ridiamo e scherziamo su cosa possano pensare i vicini di noi –
– che siamo entrambi decisamente molto fortunati – mi interrompi tu ridendo.
– decisamente fortunati, e non solo per quello – ribatto.
– già –
– ecco quello che mi manca –
– ora manca anche a me… –
– perchè, non ti mancava già prima? –
– certo, ma sentire la tua voce che me lo racconta, bè cavolo è da star male nel senso buono del termine –
– grazie amore –
– meno male che tra due giorni sono da te –
– non vedo l’ora amore –
– sai che lo faremo più e più e più volte, vero? –
– non vedo l’ora – rispondo ridendo.
– ridi ridi – ti sento ridere – sai che mi sono dimenticata di avere acceso la sigaretta e a momenti mi bruciavo? –
– brava tonna –
– hei quello è il mio marchio di fabbrica –
– giusto, il tonno sono io –
– sì, ma un tonno super sexy –
– molto sexy – rispondo.
– mi sa che vado a dare la buonanotte ai nipotini sennò mi verranno a cercare –
– brava, fai la zia modello, ci sentiamo domani mattina –
– buonanotte scheletrino –
– buonanotte patata –

Notte di neve.

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Mancano pochi giorni a Natale.
Sei dai tuoi, per le festività.
Era tutto programmato, non c’erano problemi prima che partissi.
Tanto torni il 27, al massimo il 28.
Ma io stasera sento come un peso, qua.
Proprio qua in mezzo al petto.

– E mi viene voglia di non cenare stasera, ma tu mi hai lasciato scritto dappertutto di ricordarmi di mangiare. Almeno 3 pasti al giorno: colazione, pranzo e cena.
– Ricordarmi di bere. Non solo birra e vino, però.
– Ricordarmi di dormire. Lo faccio, più o meno tutte le notti… diciamo una media di 5 ore a notte.
– Ricordarmi di respirare. Hei dai, in questo sono forte non sbaglio mai, respiro anche più volte al minuto, molte volte al minuto in effetti.
– Ricordarmi che ci sei. Sì, mi ricordo che ci sei anche quando non ci sei per davvero, cioè qua con come. Ma tutto qua mi ricorda te.
– Ricordarmi che mi ami. Impossibile da dimenticare.

Comunque dicevo del petto.
Che ho un peso qua, che mi fa mancare l’aria e questo sarebbe una violazione al quarto punto di cui sopra. E non va bene.
Quindi mi limito a inspirare con il naso ed espirare con la bocca.
Funziona in effetti.
Sono poche le cose che non funzionano quando le dici tu.
Guardo fuori dalla finestra, il cielo è grigio, basso e molto probabilmente nevicherà e non vedo l’ora che lo faccia.
Adoro quando nevica e da quassù, in mezzo a tutti questi tetti, la neve è davvero magica sulla nostra città.
Bevo un sorso di vino rosso, e mi preparo un hamburger come si deve, con le cipolle rosse di Tropea caramellate, la pancetta croccante e le scaglie di grana che si sciolgono che è una meraviglia. Un po’ di senape e delle patate al forno che sono una meraviglia.
Logicamente la ricetta delle patate al forno è la tua.
In effetti anche la cottura dell’hambuger è la tua, ma quella assomigliava molto alla mia prima di conoscerci.
Ma tutto questo per dirti che tra poco mangio.
Mi guarderò una puntata di Montalbano, stasera ci sta anche se il clima è differente.
Mi siedo sul divano, appoggio il piatto sul tavolino e mi verso una bella dose di vino rosso.
– buon appetito – ti scrivo inviandoti una foto.
Mentre mangio mi arriva la tua risposta.
– bravo piccino 💜 –
Mi piace quando mi chiami così.
Mi fa sentire coccolato.
Logicamente replichi poco dopo con la foto di una teglia di lasagne che sfamerebbe un esercito e il mio stomaco brontola, ma per stasera me la sono cavata.

Mentre ceno guardo Il giro di boa.
Adoro Camilleri, adoro Montalbano e adoro Zingaretti.
Finisco di cenare e finisco anche la bottiglia di vino.
La testa gira un poco e mi preparo un buon caffè con la moka che ci hanno regalato i tuoi. Sperando venga fuori buono…
Sul tavolo della sala c’è un tuo pacchetto di sigarette, lo prendo in mano e lo scuoto. Mi sa che dentro ce ne sono un paio.
Lo apro e ce ne sono tre.
Mi verrebbe voglia di fumarne una, sarebbe come avere te qua con me.
Di solito dopo cena ne fumi una restando seduti a tavola, mentre parliamo di argomenti vari. Dall’ultimo libro letto o articolo trovato nel web o alle mie paure o ai miei problemi di D.O.C.
Parlare con te è sempre illuminante, ma non perchè troviamo sempre una soluzione, ma perchè ci ragioniamo su e mi fai ragionare.
E mi piace come ragioniamo assieme.
Lascio perdere la mia pessima idea di fumare; fossi qua mi prenderesti per un idiota.
Dalla cucina arriva il suono confortevole della moka.
Il profumo sembra buono.
Riempio una tazzina e torno in sala con il mio caffè bollente, sono le undici e dieci ma non ho per niente sonno.
Questo contravviene al terzo punto di cui sopra, ma domani posso dormire che è domenica e la libreria la apro alle 15.
Mi guardo un altro episodio di Montalbano: L’età del dubbio.

Nel frattempo ci sentiamo al telefono, parliamo per circa venti minuti e mi fa piacere sentire la tua voce in una notte del genere.
– stai bene? – mi domandi prima di terminare la conversazione.
– sì… –
– mmm –
– ho un peso qui – rispondo poggiando la mano destra in mezzo al petto.
– hei –
– mi manchi –
– anche tu, torno tra pochi giorni –
– lo so –
– forse addirittura il 27 mattina o il 26 sera, che ne dici? –
– wow – mi sento sollevato – sarebbe un bellissimo regalo di Natale –
– davvero? ti accontenteresti solo di quello? –
– non mi hai regalato altro? – faccio l’imbronciato.
– certo che no, non ti basta? –
– ah –
– sei sempre un tonno… – e ridi e quanto mi piace quando ridi.
– sempre – rispondo orgoglioso.
– ora vado che i miei nipoti mi reclamano, sai che sono la zia figa –
– giusto –
– ti amo piccolo –
– ti amo patata –

Metto giù il cellulare.
Mi lascio andare sul divano e mi copro con la nostra coperta, sa di te.
Mi godo il finale della puntata e poi una botta di sonno mi fa crollare lì, senza che io riesca ad arrivare a letto.
Apro un occhio giusto per vedere l’ora: sono le 2 e 15.
Mi tiro su, la tv è spenta e sento freddo. I caloriferi si sono già spenti da un bel po’ e tirandomi su mi accorgo che sta nevicando.
Rimango imbambolato come un bimbo davanti alle finestre che danno sul terrazzo, accendo le luci e vedo i fiocchi di neve che cadono piano piano ricoprendo tutto di bianco.
Quanto vorrei fossi qui anche tu.
Quanto vorrei stringermi a te nel nostro letto, sotto il piumone caldo accanto a te, stretto tra le tue braccia diventerei piccolo piccolo come un fagiolino.
E tu mi terresti stretto e forte accanto al tuo cuore.
E una lacrima scende lungo il viso.
L’asciugo con un dito e la assaggio.
– hai le lacrime più amare che io abbia mai assaggiato – mi hai detto una volta.
In effetti è vero.
Sono salate come il mare.

Spengo le luci fuori e anche quelle della sala, mi vado a preparare e mi infilo a letto, sotto il piumone.
Mi giro sul fianco sinistro, come quando ci sei tu e abbraccio il tuo cuscino, il tuo odore è forte e persistente.
Come la tua presenza.
Ci sei sempre, dentro.
Il macigno si fa più leggero mentre gli occhi si fanno più pesanti.
Piano piano mi addormento e mi giro tenendo il tuo cuscino appoggiato alla mia schiena, è caldo.
Come te.

Addio rose.

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Quella stessa sera ero a casa di suo padre.
Camminavo nervosamente nella camera di attesa.
Il mio amore era salito ai piani superiori a parlare con il padre.
Ci conoscevamo da molto tempo, mio padre e il suo erano stati in commercio assieme e per alcuni tempi anche noi avevamo avuto interessi comuni nelle Indie Occidentali.
Ma stavolta andava ben oltre il contratto di un carico di spezie e sete.
Stavo per chiedere in sposa la figlia maggiore.

Mentre riflettevo sulle parole migliori da utilizzare si aprì la porta.
– eccomi, vieni mio padre ti vuole parlare –
– speriamo bene –
Mi prese per mano salendo le scale, poi la strinse forte prima di aprire la porta e lasciarmi entrare.
Fu un colloquio lungo e appassionato.
Non era arrabbiato nè sorpreso che fossimo innamorati.
In un certo qual modo se lo era sempre aspettato.
Uscii dalla stanza che volavo.
Presi il mio amore tra le braccia e ci baciammo.
– allora ci sposiamo! – mi disse ridendo e baciandomi il viso.
– sì amore mio –
– quando? –
– a breve, forse già dopodomani – le dissi.
– perchè? devi partire? –
– forse –
– vengo con te – disse subito con impeto.
– ma… – provai a controbattere.
– non c’è nessun ma che tenga –
– sarà un viaggio lungo, in una terra fredda –
– fredda? io amo il freddo, odio il clima caldo e umido invero –
– siete sicura? –
– come sono qui e vi dico che vi amo –

La guardai in viso, aveva le guance arrossate e gli occhi lucidi e pieni di vita e forza, non l’avrei fermata o distolta dalla sua volontà.

– la meta sarà il Canada –
– oh – fece lei – i grandi spazi, i laghi, le alci e i fiumi e i boschi infiniti, e la neve oh che meraviglia –
– sì quel posto lì –
– e quanto dovremmo stare? –
– un mese… forse due – esagerai sperando mi dicesse di no.
– solo? –
– in che senso? –
– e se andassimo via, via da qua, da questa vita piatta, e ci trovassimo casa in riva all’oceano? –
– lo vorresti davvero? –
– sì, lo voglio come voglio essere tua moglie –
– e così sia! –

I preparativi per le nozze furono rapidi e la cerimonia fu sfarzosa e gli invitati erano quasi 500.
Lei era la donna più bella di tutta la città, quando arrivò con la carrozza al mio palazzo estivo.
Si celebrò la funzione nel roseto, tra decine di rose fiorite che adesso avrebbero portato il suo nome.
Ci furono danze e gli invitati mangiarono le prelibatezze provenienti da tutto il mondo conosciuto.
Ci ritirammo nelle nostre stanze con i suoni della festa ancora nelle orecchie, tirai le tende quando entrò in camera.
– no, lascia che la luce della luna entri a illuminarci –
– sì, mia sposa –

Chinò la testa un poco e poi iniziò a spogliarsi, il mio cuore batteva all’impazzata e pensavo sarebbe esploso.
Era bellissima, nuda, nella luce della luna.
La sua pelle bianca screziata di vene che sembravano un pizzo era lucente.
– oh mio signore – le dissi inginocchiandomi davanti a lei.
– addirittura? non hai visto, nei tuoi viaggi, donne più belle? –
– di te mai – la rassicurai.
Mi strinse a sè e le baciai il ventre, poi mi spogliò e facemmo l’amore al chiaro di luna e la nostra nuova vita cominciò quella notte.

ti sto pensando.

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– hei, ti sto pensando! – lo scrivo sullo schermo del mio smartphone, poi premo il tasto invio.
Non mi pento di averlo scritto, è tutto vero.
Sei lontana, in un’altra città e io sono a casa e in questo momento mi sto annoiando.
Cioè non vuol dire che ti penso perchè mi sto annoiando, no: ti penso, sempre.
E’ pomeriggio e sono seduto in giardino sotto il tuo ulivo preferito, si sta ancora bene.
Il sole sta calando e ho addosso il maglione che ti piace tanto, mi fa ripensare alle nostre prime passeggiate in quei giorni di inizio primavera.
Come si stava bene.
Chi l’avrebbe mai detto che avremmo preso casa, un giorno, proprio lì vicino.
Oggi il mare è un po’ mosso ed è meraviglioso vedere le goccioline che si disperdono nell’aria creando una nebbiolina che ti piacerebbe molto.
Si può sentire il profumo sin da qui; dal balcone stamattina ho visto un’alba bellissima, ti sarebbe piaciuto vederla assieme avvolti dalla nostra coperta preferita.
Manchi, come l’aria all’uccellino che deve imparare a volare e gli manca così il sostegno per le fragili ali.
Mi sveglio quasi tutte le notti più volte a notte, spesso con l’ansia e con un peso sul petto che mi spinge giù nel letto.
E poi la tua assenza al mio fianco.
Ti cerco sempre.
Mi addormento con il tuo cuscino, che ha il tuo profumo, stretto tra le braccia.
– davvero – mi rispondi dopo qualche minuto.
– uhmm un pochettino –
– solo? – e immagino la tua espressione tra il serio e il faceto.
– mah, sì… più o meno… –
Immagino tutta la nostra conversazione svolta a voce.
Mi manca parlare con te di persona, certo ci sentiamo più volte al giorno, ma non per quanto tempo vorremmo. Il lavoro di entrambi ci porta via un sacco di tempo e così a distanza ancora di più.
– non ci siamo mica però così, sai? – scrivi tu.
Mi acciglio un attimo.
– ma… –
– sei il solito tonno… – rispondi tu facendomi scrollare la testa e ridendo.
– sempre il tuo tonno –
– ti amo, ci sentiamo dopo cena, va bene? –
– certo amore, ti amo a più tardi –

Mi devo ricordare domani di andare a fare la spesa, il frigo langue e io sono stufo di mangiare le solite cose, ma quando non ci sei mi riesce difficile prepararmi bene i pasti.
E tu me lo ricordi sempre, di mangiare.
Specie quando non ci sei.
E domani devo anche andare a comprare la copertura per gli agrumi che prevedono un inverno freddo.
E noi non vediamo l’ora sia freddo per scaldarci sul divano davanti al caminetto e goderci le tisane bollenti e i nostri cani.

A proposito ti mando una loro foto mentre stanno giocando attorno agli alberi da frutta.
Manchi tantissimo anche a loro.

– amori miei – rispondi poco dopo.

Nel frattempo il sole è ormai calato.
L’aria si fa subito frizzante e rientro in casa, accendo uno dei tuoi incensi preferiti e metto su un po’ di musica tranquilla, Ludovico Einaudi può andare bene per il mood della serata.
Preparo da mangiare ai cani e poi salgo in camera, decido di farmi una doccia bollente prima di cenare.
Mi rilasso sotto il getto bollente del soffione e il tempo passa e si porta via la stanchezza e qualche lacrima.
Ogni tanto ci vuole.
Ogni tanto bisogna lasciarsi andare che poi si sta meglio.
Mi avvolgo nell’accappatoio e scendo in cucina, scalzo che il pavimento riscaldato è una stata una tua idea fantastica che adoriamo tutti e 4.
Stasera hamburger e birra ipa.
Ci sta.

Mangio seduto al bancone della cucina e ti penso sempre molto.
– hei, ti sto pensando… – scrivo ancora una volta.
Prima o poi mi manderai a quel paese.
– anch’io ti stavo pensando – rispondi subito.
– telepatia? –

Mi chiami.
Rimaniamo al telefono per circa una mezz’ora nella quale io cammino per casa misurandone il perimetro interno, sono un po’ solo e te lo dico, tu dici la stessa cosa a me e mi dici anche che domani mattina arriverai in aeroporto alle 11 e che ti aspetti che ti venga a prendere coi ragazzi.
Non ci credo quasi.
– ci sei cascato… – dici tu, seria.
– ah –
– arrivo stasera con il volo delle 23 e 30, vienimi a prendere… solo –

Ho quasi le lacrime agli occhi. Mi verrebbe già voglia di uscire e correre in aeroporto, ma mi calmo e ti sento ridere che mi sembra di averti qua, nella stanza accanto.
– sei davvero il mio tonno –
E ridi ancora mentre io ho le lacrime agli occhi dalla felicità.
– davvero –
– hei, non piangere che poi fai piangere anche me –
– no, giusto –
– dai, esco ci vediamo in aeroporto tra non molto –
– a tra poco –

Mi saluti con un bacio e un ti amo sussurrato.

Sono agli arrivi.
Sto contando i secondi.
Mi tremano le mani e sono fredde.
Non vedo l’ora che tu esca con la tua sciarpa preferita e il tuo trolley da lavoro, gli occhiali che ti danno un’aria sexy. Quella intellettuale già è naturale.
Mi mordo un labbro quando finalmente si aprono le porte e tra la gente vedo te che mi cerchi alzandoti in punta di piedi.
Ti faccio un cenno con la mano e corri sorridente.
Il nostro abbraccio è lunghissimo, ti tengo stretta a me e tu fai altrettanto.
Non ci parliamo, non ci diciamo nulla se non ti amo ricoprendoci il viso di baci.

Sembrano passati mesi.
E’ sempre lunghissimo e dolorosissimo stare lontani.
In macchina parliamo di tutto quello che abbiamo fatto, di come è andato il tuo viaggio di lavoro, delle cose buonissime che hai mangiato e che mi hai portato, del freddo patito senza di me che ti tenevo stretta sotto le coperte.

– tra poco siamo a casa –
– aspetta, prima voglio andare a vedere il mare –
– certo –

E così ci fermiamo all’inizio della passeggiata, il mare è ancora ingrossato e ci copriamo per bene mentre camminiamo piano.
Mi tieni le braccia strette al mio braccio destro e guardi il mare, poi me e poi la luna piena.
– quanto mi siete mancati tutti e tre –
Ti bacio sulle labbra.
– sei salato – mi dici mordendoti il labbro inferiore.
– anche tu –

Rimaniamo a guardare le onde che si infrangono sugli scogli e sollevano una nebbia magica che, sotto la luna, sembra fatta di polvere di diamanti.
– adesso vorrei andare a casa… –
– stanca? –
– uhm diciamo che voglio andare a letto… –
Mi sorridi e mi baci stringendoti a me mentre risaliamo verso la macchina.
La casa è calda e accogliente e dopo aver salutato i cani che sono impazziti dalla gioia ti spogli per le scale e io ti seguo fin nella doccia.
– che ne dici? – domandi entrando.
– ne ho già fatta una ma stasera ci sta la seconda… –
– ma! – esclami tu – ti aspetto –

Ti raggiungo e mi avvolgi tra le tue braccia baciandomi e tirandomi a te.
– sei un sogno – ti sussurro.
– anche tu, vieni qui –

Il mondo gira e la luna sembra più vicina guardando dalla finestra.
Il mare è sempre lì. A guardarci, in silenzio.

il mare.

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E’ qualche giorno che non stai bene.
No, non fisicamente.
Stai male dentro e non so cosa fare.
Ti sei chiusa in un silenzio che fa male.
Alle volte mi guardi con gli occhi cerchiati di rosso, quando pensi che non ti senta ti lasci andare a un pianto sommesso.
Alle volte sfuggi il mio tocco per poi acchiapparmi al volo e stringermi a te fortissimo, quasi da togliermi il fiato.
Così ti tengo stretta finchè i singhiozzi non si calmano e ti addormenti tra le mie braccia.
Allora ti guardo e il tuo viso si fa sereno, sorridi quasi nel sonno.
Hai un’espressione serena.
I tratti del volto si fanno distesi e non più contratti.
Ti accarezzo i capelli morbidi, ti passo le dita sugli occhi e sulle labbra.
Apri gli occhi.
Mi guardi con dolcezza.
– scusami amore… – mi dici accarezzandomi il viso.
– va tutto bene –
– ora un poco meglio –
Mi baci delicatamente le labbra.
– sai di cosa avrei voglia adesso? –
– di un buon caffè? – propongo sorridendo.
– sì, mi ci vuole proprio… ma non fatto da te –
– che impertinente! – esclamo tirandomi su.
Sorridi e mi segui in cucina.
– lo sai che sei il mio barista preferito… –
– davvero? –
– certo – mi abbracci forte da dietro mentre preparo la moka – grazie per questi giorni, per avermi nutrito ed esserti preso cura di me –
– era tutto nel contratto che mi hai fatto firmare all’inizio… – ti prendo in giro.
– che disgraziato! – ribatti dandomi una sberla sulla spalla.
– ma tanto mi ami lo stesso… –
– non ne sarei così sicuro, sai tonno? vediamo come viene questo caffè –
Ti siedi al tavolo della cucina e ti accendi una sigaretta.
Stai meglio. Sorridi e mi prendi in giro.
Ti guardo mentre il caffè sta venendo su.
– che c’è? – mi chiedi.
– niente, ti guardo –
– ho qualcosa che non va? –
– no –
– tra i denti? tra i capelli? il trucco sbavato? –
– na –
– allora?! –
– mi piaci, non posso guardarti? – spengo sotto la moka.
– certo che puoi, anzi devi guardarmi sempre –
– è quello che faccio –
Ti verso il caffè e ti porgo lo zucchero.
– uhm dal profumo sembrerebbe essere buono… –
– assaggia assaggia… –
Metti lo zucchero e poi giri con calma, per far raffreddare il caffè.
Lo sguardo si perde ancora una volta.
Ma è solo un’ombra.
– senti – dico all’improvviso sedendomi sul tavolo, accanto a te.
– dimmi –
– che ne dici di uscire? –
– adesso? –
– adesso, dopo il caffè –
– e dove vuoi portarmi? –
– sarà una sorpresa… –
– devo farmi una doccia, sono impresentabile… –
– sciocchezze, sei bellissima –
– no, dai –
– come no? dubiti del mio giudizio? –
– sì… uhmm – fai tu pensierosa – tra l’altro questo discorso lo abbiamo già fatto un’altra volta… –
– ok, però adesso andiamo, dai –
– nemmeno una doccia veloce? –
– no –
Ti prendo per mano.
– ok ok bevo il caffè e ci sono –
Ci vestiamo dopo qualche minuto e scendiamo le scale di casa.
Fuori è una bella giornata, andiamo a prendere la macchina e tu sorridi.
Più stai fuori e più sorridi.
– allora? – chiedi sedendoti accanto a me.
– cosa? –
– dove mi porti? –
– shh –

Guido piano, a te lascio la musica. Lo sai che non ci capisco molto e mi piace quando, ancora adesso, mi fai scoprire un sacco di canzoni nuove.
Faccio una strada differente, ma all’ultimo te ne accorgi.
Mi guardi e le lacrime si affacciano ai tuoi splendidi occhi, ma sono lacrime di gioia.
– grazie –
Ti sorrido.

Scendiamo dalla macchina e ci avviamo mano nella mano verso la passeggiata che ci ha visto la prima volta, impacciati.
Soprattutto io, che non riuscivo a decidermi a baciarti.
Il mare è mosso, ma il cielo è blu e le onde grosse sono dello stesso colore, e la spuma bianca si gonfia ed esplode nell’aria quando si infrange contro gli scogli.
Restiamo fermi lì, abbracciati, mentre il mare ci bagna il viso e ci godiamo il suo sapore salato che mi ricorda le tue lacrime.
E ridiamo assieme e piangiamo abbracciati lasciando che il mare porti via i nostri dubbi e le nostre paure.

– grazie amore mio, mille volte grazie – mi sussurri all’orecchio – ti amo, amore della mia vita –
– ti amo amore della mia vita –

Le rose più belle e uno strano ospite.

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Il mondo stava ancora girando quando smettemmo di baciarci.
– mia signora… –
– credo possiamo darci del tu… –
– non lo credo ancora possibile, sapete? –
– volete un pizzicotto? – fa lei impertinente e scherzosa.
– non osereste… – non riesco a finire la frase che un mi prende la pelle del braccio attraverso la blusa e mi da un pizzico fortissimo – ahia! – esclamo.
– e voi sareste stato prigioniero dei pirati e siete sopravvissuto? –
– i pirati non erano così forti – ribattei facendola ridere.
Mi accarezzò il viso.
Mi passò le dita sulle labbra.
– quanto le ho sognate da quando siete partito, ogni notte desideravo ardentemente i vostri baci –
– anch’io i vostri –
Ci baciammo ancora e poi ancora mentre il vento portava in giro i profumi delle rose, le sue labbra erano dolci come il miele più dolce e carnose come i frutti maturi del Sud America.
Riprendemmo fiato guardandoci negli occhi.
Era tutto perfetto.
– è davvero perfetto – disse lei.
– davvero? –
– è tutto quello che ho sognato e si sta avverando, con te –
– amore mio – dissi.
– di già? –
– dal primo momento che ti ho visto, che ho incrociato i tuoi occhi quel pomeriggio nella vostra tenuta –
– invero io ero già innamorata da un pezzo di te – disse arrossendo.
– oh – feci sorpreso.
Rimanemmo per un po’ in piedi sotto un bellissimo arco fiorito di rose bianche, poi la presi per mano e la portai in un angolo nascosto del roseto.
– vieni, qui non viene mai nessuno –
– cosa c’è? – mi chiese – un posto ancora più segreto? –
– sì e adesso posso farlo vedere a te –

Passammo sotto un arco di pietra ed entrammo in un’altra area del giardino, sovrastato da vetri opachi che ne facevano una serra ivi crescevano le rose più belle e delicate del mio roseto.
Le rose che ancora non avevano un nome.
– oh mio dio, ma sono rose meravigliose –
– sono state create da me e dai miei migliori giardinieri –
– sono uniche quindi? –
– sì, uniche come te –
Arrossisce ancora.

– vieni, ti faccio vedere la più bella –
– certo amore mio –
La porto in un angolo del giardino, dove si trova un cespuglio di rose bianche screziate di viola.
Hanno i petali piccoli e rotondi e profuma di agrumi e mare.
– prego – le dico lasciandole la mano.
Si china e con dolcezza si accosta alla rosa.
Mi piace la sua delicatezza nell’avvicinarsi a un fiore così delicato.
– oh mio dio – scandisce tenendo gli occhi chiusi.
– ti piace? –
– è un misto di mare e agrumi –
– è stato difficile crearla, ma alla fine ce l’abbiamo fatta –
– e che nome gli darai? –
– il tuo – dissi senza indugio.
– troppo onore mio… –
– non ci davamo del tu? –
– troppo onore amore mio –
– desidero abbia il tuo nome dal primo giorno che ti ho vista –
Si tirò su per avvicinarsi, poi un suono la fece girare.
– che cosa è stato? –
– vai a scoprirlo – le dissi.
– è pericoloso? –
– no –
Si inginocchiò senza preoccuparsi di sporcarsi il vestito di terra ed erba, si mise quasi a gattonare e poi si fermò.
Aveva visto qualcosa.
– ma… –
– dimmi? –
– c’è qualcuno che mi guarda da questo cespuglio –
– e cosa vedi? –
– un occhio smeraldo –
– tendi la mano, vedrai –
– sì – ti fidasti di me e tendendo la mano uscì piano piano un gatto nero come la notte con un solo occhio color smeraldo.
– oh mio dio –
Con la mano tesa il felino si strusciò sulle dita del mio amore, si fece accarezzare dietro le orecchie e lungo la schiena.
– vedo che avete già fatto amicizia –
– è meraviglioso –
– lo so –
Poi con un balzo le saltò in braccio.
– hei… –
– direi che è amore a prima vista –
Il gatto si strusciò sul viso estasiato dell’amore della mia vita e iniziò a fare le fusa contento.
– direi proprio di sì –
Si tirò su tenendolo tra le braccia accarezzandolo.
– è vostro? –
– l’ho recuperato in un porto, stava per essere mangiato da un gabbiano, era talmente brutto quando l’ho raccolto che mai avrei pensato sarebbe diventato così forte e bello –
– è bellissimo –
– è tuo – le dissi.
– è nostro – mi corresse lei.

Le paure della notte.

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arrivano quando cala il buio.
le sento che si avvicinano piano, silenziose e si nascondono nelle ombre della mia stanza.
le sento sussurrare.
faccio finta di niente.
le ignoro.
per un attimo penso siano sullo frutto della mia fantasia.
poi mi manca l’aria.
ma non sono loro; sono i mancamenti del giorno che riesco a tenere lontani respirando, che adesso si ripresentano e approfittano della mia stanchezza.

la testa gira un poco, mi vado a preparare per andare a letto.
cammino nel buio delle mie stanze, la luce che filtra dalle persiane.
mi metto a letto e sdraiato sento un peso sul cuore, un macigno che spinge e schiaccia.
cerco di respirare, ma l’aria è poca e la testa gira ancora.

poi le sento.
salgono dai piedi e si prendono le gambe e poi le braccia, le mani formicolano.
tengo gli occhi chiusi, forte.
non voglio vedere.
non voglio sentire.

voglio diventare piccolo e dormire.
dormire senza sogni.
un sonno buio.
che non mi porti via nulla di quello che ho dentro.

voglio essere piccolo, ancora una volta.
farmi accarezzare i capelli e sentirmi dire che andrà tutto bene.

Il roseto.

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E’ un pomeriggio d’autunno, sono al balcone del mio palazzo quando decido di scendere per fare un giro nel mio giardino privato, il mio roseto.
Sono a casa, di nuovo, dopo un lungo viaggio ma a stento riesco a stare fermo a non fare nulla.
Ho la mente un poco stanca, piena di pensieri e in casa c’è troppo rumore, fervono i preparativi per la mia festa di bentornato.
Ne sono annoiato.

Scendo i gradini in ardesia che portano all’ingresso, non incontro che qualche membro della servitù, un cenno di saluto e via esco.
Respiro a pieni polmoni l’aria di mare che ha tutto un altro sapore da quella che ho respirato per mesi in mare, sulla mia nave.
Il rumore delle scarpe sulla ghiaia mi è sempre piaciuto e così cammino fino al confine sud della proprietà, non ci arriva mai nessuno qua, si può stare tranquilli a guardare il mare.
Mi siedo sul muro di cinta ricoperto d’edera e qualche fiore spontaneo.
Guardo il mare a qualche decina di metri da me, sta montando e l’onda si infrange sugli scogli riempiendo l’aria di sale e spuma.
– messere? – una voce femminile mi strappa ai miei pensieri.
Guardo dabbasso e vedo un volto noto, che non vedevo da tempo.
– mia dama – dico tutto d’un fiato, quasi mi manca l’aria.
Sorride e abbassa lo sguardo, forse arrossisce.
– siete tornato, da molto? –
– invero no, ieri notte per la precisione –
– oh –
I suoi capelli neri e gli occhi castani profondi e intelligenti mi sono mancati in questi mesi.
– vi ho pensata molto – dico alzandomi.
– davvero? – fa lei riprendendo a camminare, è da sola.
– sì, ogni giorno guardando il mare vi pensavo –
Sorride mettendosi la mano davanti alla bocca.
– e voi? –
– io? –
– sì, voi, dico, mi avete pensato? –
Mi guarda mentre mi fermo.
Gli occhi socchiusi come quelli di una gatta.
– no – risponde poi voltandosi e continuando a camminare.
Mi si gela il sangue.
Un brivido mi percorre la schiena.
– aspettate – urlo quasi.
– sì? – si gira, piano e sorride.
E il cuore si scalda.
– volete venire a vedere un giardino segreto? –
– avete un giardino segreto? –
– certamente –
– e come si fa a vederlo? –
Mi tiro su in punta di piedi, guardo in avanti.
– fate ancora qualche decina di passi, poi sulla vostra sinistra trovate un buco nel muro… –
– e vorreste farmi passare da un buco? come un topo? –
– no… è che… – non so cosa dire.
– messere vi sto prendendo in giro, sono abituata a infilarmi nei posti meno indicati per una dama seguendo le mie sorelle più piccole e il mio cane curioso –
– ah, già il vostro cane da compagnia –
– e da guardia, non dimenticatelo mai – mi ammonisce con tono gentile.
– giusto, da guardia –
Ride guardandomi.
– allora io vado avanti ad aspettarvi –
– perfetto, ci vediamo tra pochi passi messere –

Sposto qualche rampicante per allargare lo spazio di ingresso e mi trovo davanti i suoi occhi e il suo viso splendido.
– vi ho spaventato? –
– certo che no –
– ah giusto, siete stato anche in mano a dei pirati –
– certo – mi inorgoglisco un poco – sono un uomo coraggioso –
Sorride porgendomi la mano.
– prego –
La aiuto a entrare, lei si sistema un attimo la gonna togliendosi alcune foglie e poi mi prende sottobraccio.
– volete farmi strada per andare a vedere questo giardino segreto? –
– certo –

Camminiamo per qualche minuto in silenzio, solo i nostri passi che rompono il silenzio del giardino.
– allora mi avete pensato molto? – mi chiede all’improvviso.
– sì, molto – rispondo chinando la testa.
– e come mai? se posso avere l’ardire… –
– certo che potete – rispondo – bè dopo il nostro ultimo incontro nella tenuta di vostro padre e quel bacio… –
– quel bacio è stato solo un bacio… – dice.
– davvero? – ribatto sorpreso – davvero non ha mosso in voi quello che ha mosso in me? nessun brivido o tremore nella voce? –
– no –
– eppure ricordo, come fosse ieri, il vostro viso farsi rosso e le labbra tremare come a volerne altri cento –
– quanto ardore, messere –
– mi scuso –

Camminiamo ancora un poco.
– non dovete scusarvi –
La guardo.
– sono io a dovervi chiedere scusa –
– per cosa? –
– vi stavo prendendo in giro poco fa –
– cioè? –
– il bacio, quel bacio… mi ha procurato un brivido che non mi ha lasciato per diversi giorni e diverse notti, smisi anche di mangiare e non mi divertivo più con niente –
– non lo sapevo –
– eravate già partito, e quando l’ho saputo mi si è come fermato il cuore e il mondo mi è sembrato crollare –
– io… – deglustisco a fatica – non l’avrei mai creduto possibile, ho provato le stesse cose, il medico di bordo non sapeva cosa fare per farmi tornare l’appetito e la voglia di vivere… –
– messere, davvero? – fa incredula lei.
– certo, ve lo giuro – rispondo prendendole le mani.
Gliele stringo forte e ci guardiamo negli occhi a lungo.
Si morde un labbro.
– quanto siete bella – le dico accarezzandole il viso, lei si appoggia alla mia mano ruvida.
– grazie, ma non mi sento così bella, chissà quante donne avrete conosciuto nei vostri viaggi e quante saranno state molto più belle di me –
– non ho trovato per nulla interessanti le conversazioni con siffatte donne, nessuna compete con voi per eloquenza e intelligenza –
– davvero? –
– davvero e nemmeno per bellezza –
– non siate così ingiusto nei loro confronti e non prendetevi gioco di me… –
– non mi permetterei mai, ve lo posso assicurare non ho trovato invero nessuna donna che potesse competere con voi –
Arrossisce e poi riprende a camminare.
– questo giardino segreto? –
– certamente – la raggiungo velocemente e la prendo per mano, la guardo sorridere e camminiamo mano nella mano verso l’ingresso del roseto.
La mia perla.
Il mio fiore all’occhiello, nel vero senso della parola.

– ecco – le dico aprendo la porta di legno che si apre nel muro di cinta interno.
Lo spettacolo che ci si presenta è unico.
Alcuni alberi iniziano ad avere i colori rossi e gialli tipici della stagione, ma le rose sono ancora in fiore in virtù del clima temperato dovuto alla vicinanza del mare.
– oh – riesce a dire lei.
– ecco il mio giardino segreto –
Mi guarda con gli occhi lucidi, pieni di stupore.
– io non credevo possibile ci fosse una simile meraviglia –
– grazie –
Ci teniamo ancora per mano mentre passeggiamo sotto le volte ricoperte di rose rampicanti, la porto lungo i viali con le rose proveniente da tutto il mondo conosciuto.
– mio dio ma questa rosa profuma di qualcosa di buonissimo, che non riesco a decifrare –
– vi piace? –
– sì, voglio profumare così anch’io –
– ma voi avete già un buon profumo – le dico avvicinando il viso al suo collo.
– messere… –
– scusate –
– no, restate ancora un attimo – dice lei accarezzandomi il collo – com’era quella storia delle donne bellissime, ma non belle come me e del fatto che mi avete pensato ogni giorno? –
– è una lunga storia –
– ho tutto il tempo che volete, messere –
Le sfioro il collo con le labbra e un brivido le percorre la schiena.
– oh –
– davvero avete tutto il tempo? –
– tutto, per voi tutto il tempo che volete… – dice girandosi e accarezzandomi il viso – mi siete mancato come l’aria –
– anche voi, non ho fatto altro che pensarvi, cercarvi nel volto delle donne che incontravo, e nessuna era voi –
– è stato difficile? –
I nostri occhi non fanno altro che guardarsi e riguardarsi, scorrono sul volto dell’altro e ci baciamo ancora prima di farlo veramente.
– difficilissimo… –
Poi non resistiamo più e prendo il suo viso tra le mani e la bacio, prima piano delicatamente.
Poi sempre con più passione finchè il mondo gira e con esso noi due.
Tra le rose.
In autunno.