bianco su bianco.

Apro gli occhi nella luce del mattino, il sole entra in camera di traverso e picchia sulle lenzuola bianche.
Tutto si riflette ovunque.
Chiudo gli occhi un attimo.
Li riapro e ti vedo passare in corridoio, indossi un vestito bianco, le tue gambe nude hanno il chiarore della luna.

Sorrido.

Scosto il lenzuolo e ti raggiungo in cucina, sei girata di spalle, il vestito ti cade perfetto sui fianchi.
Mi fermo a osservarti.
Stai sulle punte e ti muovi seguendo una musica che senti solo tu, ogni tanto ti pieghi e incroci le gambe come quando facevi danza.
Sei ancora bravissima.

I capelli neri, lunghi, ti cadono sulle spalle.
Ti giri e mi sorridi.
– buongiorno –
– buongiorno a te – rispondo.
– vuoi un buon cappuccino? –
– molto volentieri –
– allora passami il latte che è in frigo –
Versi il latte in un bricco e lo scaldi con il vapore della macchina del caffè espresso.

Bianco su bianco.

La spuma riempie il bricco e mi ricorda la spuma della mare di qualche giorno fa.
Seduti a piedi nudi sulla spiaggia di sabbia gialla, il mare di sfiorava i piedi e ci godevamo il sole guardando i gabbiani volare sulle onde.

Bianco su bianco come la pelle nuda sul nostro letto dalle lenzuola candide.
Il tuo corpo accaldato dopo aver fatto l’amore mentre fuori le cicale cantano senza sosta nel pomeriggio inoltrato.

Prepari con cura il caffè macinandolo fresco.
Il suo aroma è forte e deciso, fare il caffè per te è ormai un rito.
E io amo guardarti mentre lo prepari.
Versi il latte nella tazza.

Il bianco si sporca un attimo poi la schiuma sopra diventa candida.

– che ne dici? –
– mi sembra un ottimo cappuccino –

Mi porgi la tazza e ci gustiamo il caffè sul balcone, al sole.
Ti guardo e mi piace osservare le vene quasi blu correre sotto il biancore della tua pelle delicata.
Mi piace quando siamo a letto e le seguo lungo tutto il tuo corpo, con le dita e con i baci le seguo.
Il vestito bianco, scollato, lascia intravedere la pelle trasparente del seno, un incrocio di vene crea un intreccio magico.

Ti sfioro la spalla sinistra e tu pieghi il collo lasciando scoperta la giugulare, posso vedere il battito del tuo cuore che spinge il sangue attraverso tutto il tuo corpo, mi chino a baciarti, piano, delicatamente.

– ancora – dici tu.
– dopo colazione ti riempio di baci –
Tu mi sorridi e scosti la spallina scoprendo il seno sinistro.
– ops – dici con malizia.
– ops – ripeto io chinandomi su di te.
– non dovevamo fare dopo la colazione? –
– il cappuccino mi piace anche freddo –

Ti sento ridere mentre ti bacio la pelle candida del seno.

Bianco su bianco come il tuo corpo nudo sul letto.
Bianco il vestito che giace in terra immerso nel sole.
Neri i tuoi capelli sparsi sul cuscino.
Bianchi i tuoi denti mentre mi sorridi tendendomi le mani.

Fare l’amore con te nel sole è altrettanto bello che farlo nelle notti di luna, dove la tua pelle diventa realmente magica diventando lucente e trasparente fino a farmi vedere il tuo cuore che batte.

Bianco su bianco come il tuo sorriso quando mi dici che mi ami.

un giorno il mare.

Un giorno il mare.
Ci pensavo oggi.
Non riesco nemmeno più a sognarlo. O lo faccio molto molto di rado.
Forse ieri l’ho sognato, o era l’altra notte o era ieri notte.
Tutto si confonde in giornate che sembrano non finire mai.
Giornate lunghe.
Giornate difficili.

Alle volte tutto sembra insormontabile.
Come una montagna che a ogni passo diventa sempre più alta, sempre più irta di ostacoli che ci parano la via alla sua ascesa, alla conquista della vetta.

Chissà se da lassù si vede poi il mare.

Vorrei vederlo adesso, in questo momento alle 22 e 38 vorrei uscire di casa, prendere la macchina, passare a prenderti e correre verso il mare.
In quel punto dove si scende tra ulivi e muri alti che fanno vedere l’azzurro tra le fronde degli alberi.
E senti il mare.
Lo senti che sbatte contro gli scogli.
Da sempre.
Per sempre.
E allora scendiamo gli scalini, mentre la luna sorge e ci illumina la strada.
Ci fermiamo tra salmastre erbe aggrappate alla parete di roccia e pietra nera di promontorio (Granarolo) e per un attimo guardiamo il mare che si stende davanti a noi.
Le onde lunghe lo muovono come una tovaglia stesa su un tavolo per apparecchiare un pranzo di festa.
La spuma bianca è il pizzo che cade dal tavolo, sulle gambe.

Scendiamo ancora.
Sempre più in basso.
Tenendoci per mano, con le dita strette, intrecciate.
Non parliamo.
Siamo concentrati.
Siamo attenti un all’altro.
Ci prendiamo cura uno dell’altro controllando dove mettere i piedi, ci tratteniamo dal correre e buttarci in mare, vestiti.
Ci tratteniamo dal piangere adesso.
Che non siamo ancora arrivati.

E quando i piedi poggiano sugli scogli solidi a pochi metri dall’acqua color dell’ardesia, finalmente adesso possiamo lasciarci andare.
Ci abbracciamo, ci stringiamo forte, ci baciamo mentre lacrime di mare ci bagnano il viso.
Il mare che così cerchiamo lo abbiamo dentro, noi che siamo nati davanti al mare.
Possiamo stare lontani quanto vogliamo o quanto ci dicono di stare, ma il mare da dentro non ce lo toglierà mai nessuno.

E’ quella calma che arriva all’improvviso. Che ci riempie il cuore e ci fa salire le lacrime agli occhi senza motivo.
E’ quell’emozione dimenticata di quando siamo lì, seduti a cercare vetri colorati, e torniamo bambini, con le dita dei piedi arricciate sugli scogli per non cadere e le labbra viola ché non vogliamo uscire dall’acqua per tornare dalla nostra mamma che ci aspetta sempre con un asciugamano aperto e un succo di frutta e una brioche.

Ci sediamo su uno scoglio.
Le mani strette. Le dita bagnate dalle lacrime e dai baci.
Sospiriamo.
Siamo a casa.
Siamo assieme.
Siamo il mare. Sempre. Lo abbiamo dentro. Siamo legati da quest’acqua salata piena di vita. Siamo segnati dalle vie dell’acqua e dalla sua memoria.
Siamo le onde che baciano la nostra terra, giorno e notte.

una birra.

Apro il frigo.
Dentro c’è poca roba, un paio di mozzarelle, del tacchino affettato, del formaggio, delle merendine e un sacco di birra.
Guardando meglio ci sono anche dei porri, della zucca e dell’insalata in busta.
Niente uova, ma c’è il burro assieme a del vino che non so da quanto sia lì.

Del formaggio già grattugiato in busta. Ieri ho trovato una formaggiera in cui mettercelo dentro, ma credo sia meglio lasciarlo lì, al sicuro nella sua busta.
E poi ci sono le birre.
Diverse bottiglie e lattine.

Prendo in mano una bottiglia da 33 di Stella Artois.
La prima volta che l’ho bevuta è stata al liceo, in un pub che ancora adesso mi capita di frequentare.

E’ bella fredda.
La stappo e mi appoggio al bancone della cucina.
Fuori c’è silenzio. Il classico: non vola una mosca. E’ vero.

Mi godo il silenzio che c’è ovunque, fuori e dentro casa.
Dentro di me invece non c’è silenzio. Davvero.
Non riesco a trovare un posto dentro di me che non sia pervaso da suoni, rumori, parole, un sacco di parole, canzoni e musiche di film.

Poi ecco che mi concentro.
Non serve moltissimo, davvero, adesso basta poco per trovare la concentrazione.
Ed ecco allora che arriva alle mie orecchie il rumore delle bollicini dalla bottiglia stappata stretta tra le mie mani.
Ed ecco, all’improvviso, che arriva la tua risata. Madonna quanto mi piace quando esplode spontanea, e così contagiosa mi fa stare bene.

E se mi concentro ancora un poco arriva il profumo della birra, che mi ricorda l’estate con te, i nostri primi baci. Le giornate assolate in cucina a prepare il pranzo, con il tuo metodo di salare la pasta, il tuo tagliare i pomodorini che: “lo faccio io che tu non sei capace”. E poi l’aglio schiacciato tra il tuo palmo e il tagliere di legno.
E poi la tua mano diritta davanti a me e io che annuso il tuo palmo, a occhi chiusi.
Ed è così… eccitate cucinare con te.

E così porto la bottiglia alla bocca e si scatena un altro senso: il gusto che pensavo si fosse ingrigito a starti lontano. Come si è ingrigito il cervello.
E invece mi esplode in bocca la birra e sa dei nostri baci, della tua lingua a contatto con la mia, quei baci così sentiti, così vissuti, così appassionati, sentire le nostre bocche cercarsi, trovarsi, allontanarsi per bere ancora un po’ di birra e poi baciarci ancora, stretti mentre l’acqua bolle e il sugo “pippia“.

E allora ci stacchiamo rimanendo vicini, attaccati, seguiamo assieme l’andamento delle cotture.
Butti la pasta, la giri con il mestolo.
Controlli il sugo.
La birra va giù veloce, taglio un pezzo di grana con lo stesso coltello che hai usato per sbucciare l’aglio, ci piace la commistione di gusti e piaceri.
Ti imbocco.
Mi mordi un dito, piano, lo trattieni tra i denti bianchi e sorridi, lo sguardo ammicca, passo il pollice sulle tue labbra. Tu bevi ancora un po’ di birra.

Mando giù il primo sorso e tutto questo arriva assieme alla malinconia, ma mando giù anche quella e mi godo il ricordo del sapore dei tuoi baci.
La musica dentro di me è allegra a festa.
E mi viene in mente questa canzone e mi accorgo di cantarla a mezza voce.

“Quando io sono solo con te
Sogno immerso in una tazza di the
Ma che caldo qua dentro
Ma che bello il momento
Quando sono con te
Non so più chi sono perché
Crolla il pavimento
E mi sciolgo di dentro
Quando penso a te
Mi sento denso perché
Io ti tengo qua dentro di me
Io ti tengo qua dentro con me
Me so’ ‘mbriacato de ‘na donna
Quanto è bbono l’odore della gonna
Quanto è bbono l’odore der mare
Ce vado de notte a cerca’ le parole
Quanto è bbono l’odore der vento
Dentro lo sento, dentro lo sento
Quanto è bbono l’odore dell’ombra
Quando c’è ‘r sole che sotto rimbomba
Come rimbomba l’odore dell’ombra
Come rimbomba, come rimbomba
E come parte e come ritorna
Come ritorna l’odore dell’onda
Quando io sono solo con te
Io cammino meglio perché
La mia schiena è più dritta
La mia schiena è più dritta
Quando sono con te
Io mangio meglio perché
Non mi devo sfamare
Non mi devo saziare con te
Me so’ ‘mbriacato de ‘na donna
Quanto è bbono l’odore della gonna
Quanto è bbono l’odore der mare
Ce vado de notte a cerca’ le parole
Quanto è bbono l’odore del vento
Dentro lo sento, dentro lo sento
Quanto è bbono l’odore dell’ombra
Quando c’è ‘r sole che sotto rimbomba
Come rimbomba l’odore dell’ombra
Come rimbomba, come rimbomba
E come parte e come ritorna
Come ritorna l’odore dell’onda”

E allora la metto su Alexa e mi lascio andare a sculettare in cucina mettendo l’acqua sul fuoco sapendo che tu rideresti un sacco a guardarmi agitarmi con la grazia di un bacco di legno.

E io non mi vergogno più di me stesso, rido, piango quando voglio e le lacrime scendono piano lungo il viso, si incastrano nella barba e lì rimangono come gocce di mare e non ci sei tu a toglierle ad asciugarle con i tuoi baci.

Mi guardo allo specchio prima di entrare nella doccia e mi vedo figo, mi piaccio e sorrido pensando a te che mi guardavi sotto la doccia.
E poi mi aspettavi fuori e mi baciavi.

E bevo ancora un sorso di birra e ora le lacrime hanno portato il mare dentro casa, il vento caldo che entra dalle finestre, il canto degli uccellini e nessuno che cammina, nessuno che parla.
Siamo soli nella mia testa e tu sei qui e se apro gli occhi ti vedo con il tuo vestito nero, corto, che ti stadaddio. Con le tue collane e i tuoi foulard colorati.
Il tuo profumo di limoni e sigarette.
Mai mi è piaciuto così tanto il profumo di tabacco bruciato. Mai prima d’ora.

E la birra scende ancora e sorrido.
E ti sento vicina, sento il tuo fiato caldo sul collo che cerca il mio profumo, sento le tue unghie sulla schiena, mi piace quando mi graffi, quando mi passi le mani tra i capelli e li tiri per scoprirmi il collo, per mordermi e baciarmi.
Per lasciarmi senza fiato.

Tengo gli occhi chiusi mentre immagino di baciarti.
Le mie labbra sulle tue. Sulla bottiglia verde di Stella Artois.
Sogno di stringerti a me, sentire il tuo corpo sul mio.
Ti tengo stretta.
In silenzio.
Solo il nostro respiro.
Solo il battito del nostro cuore.

Appoggio la bottiglia, è vuota.
L’acqua bolle e il sugo pippia.
Ho i gomiti pizzuti.
Le costole che si vedono come archi tesi quando sollevo le braccia.
La barba incolta e i capelli lunghi.
Guardo le mie mani, una delle parti che mi piace di più del mio corpo e le immagino sul tuo corpo.
A percorrerlo tutto quanto.

La birra è finita.
Quasi quasi ne apro un’altra e continuo a sognare con te.
Sorrido quando apro il frigo: ci sono ancora un sacco di bottiglie di birra che sanno di te.
E tu sorridi accanto a me.

La prima volta.

Sono passati diversi anni ormai, ma ancora ricordo la prima volta che hai cucinato per me.
Era una mattina, eravamo andati in centro a fare un giro senza meta, qualche libreria, le bancarelle dei libri usati, un paio di caffè.

– che ne dici se ci prendiamo un aperitivo e poi mangiamo fuori? – proposi.
– ho un’idea migliore – ribattesti tu prontamente.
– sono tutto orecchie –
– cucino io – e mi prendesti per mano.
Ci infilammo nel mercato rionale, ti seguivo interessato mentre ti muovevi tra i banchi cercando gli ingredienti per il pranzo.
Cipolle rosse di Tropea, pomodorini gialli, una testa d’aglio rosa, del basilico fresco.
– all’aperitivo pensi tu? –
– ok –
Carote, finocchi, olive greche e pomodorini secchi siciliani, un bel pezzo di grana stagionato e un paio di bottiglie da 75 di birra artigianale belga.
– le patatine le ho a casa, assieme alle noccioline –
– molto bene –

Arrivammo a casa e mettemmo subito le birre nel freezer.
Mentre sistemavi la spesa ti oservavo, mi piaceva il tuo modo di muoverti in cucina, eri perfettamente a tuo agio.
– pensi di darmi una mano o continui a osservarmi e basta? –
– comandi – risposi sorridendo.
– ecco, bravo –

Mi occupai di pulire e tagliare le verdure per l’aperitivo, poi il grana a pezzi assieme a una ciotola di aceto balsamico.
C’era anche del salame da affettare e così iniziammo a spiluccare aspettando che si raffreddasse la birra.

– ottima idea quella del grana, decisamente –
– grazie, ne sono molto felice –
Stappai la birra mentre tu cominciavi a preparare gli ingredienti sul tagliere.
Era da un po’ che ci frequentavamo, ma non ti avevo mai visto cucinare.

Fu un’esperienza decisamente interessante ed elettrizzante.
Vederti tagliare la cipolla e pelare l’aglio mi fecero girare la testa.
L’olio iniziava a scaldarsi e anche la cucina, tu eri in canottiera e le tue spalle nude erano un invito ai baci.

Poi il suono della cipolla a contatto con l’olio fu una botta direttamente al cervello, tu ti muovevi al rallentatore, con il palmo della mano destra schiacciasti lo spicchio d’aglio e fu una lampadina che si accese.

– madonna –
– ti piace? – domandasti porgendomi la mano.
– assolutamente –
Mi immersi nel profumo d’aglio e poi iniziai a baciarti il polso.
– prima si prepara da mangiare… poi pensiamo a un altro tipo di piacere –
– d’accordo amore –
L’aglio raggiunse la cipolla e i sapori si mischiarono, i pomodorini gialli vennero lavati e poi tagliati di netto, non senza averli assaggiati.
E in quel momento capimmo che cucinare certi ingredienti assieme e tra di loro sarebbe stato molto difficoltoso.

Il succo dolce rendeva le tue labbra e la tua lingua ancora più eccitanti.
Vederlo colare sul tuo mento e poi scivolare tra i tuoi seni fu una delle cose più eccitanti della mia vita.
Fu molto difficile, per entrambi, non strapparci gli abiti di dosso per fare l’amore così, in piedi, aggrappati al bancone della cucina.

Mentre seguivi la cottura presi dal mobile un pacco di spaghetti quadrati, una meraviglia solo a guardarli.
Ne pesai 200 grammi e ti portai un bicchiere di birra bello ghiacciato.
– oh, molte grazie signore – dicesti con un leggero inchino.
– a cosa brindiamo mia signora? –
– a noi, al cibo e all’amore –
– perfetto –

Dalla padella si sprigionava un profumo dolcissimo, tu assagiavi con il tuo cucchiaio preferito e aggiustavi di sale.
Ti muovevi sicura ed eri meravigliosamente sexy.

Calammo la pasta e ci baciammo con ancora il sapore di pomodorini e birra.

Volevo fare l’amore con te, subito e anche tu lo desideravi, ma ci comportammo bene e riuscimmo a non bruciare nulla e a non fare scuocere la pasta.

Finimmo entrambe le bottiglie di birra e i vestiti caddero a terra molto velocemente dopo il pranzo.

Facemmo l’amore sul tavolo della sala, ci sporcammo di sugo di pomodorini gialli.

Fu decisamente una prima volta indimenticabile.

Interno, notte.

Interno, notte.
Le luci sono spente, dalla finestra della stanza entra la luce della luna.
Due persone dormono.
Sono una vicina all’altra, per un attimo sembrano una persona sola.

Una donna e un uomo, o una ragazza e un ragazzo.
Stanno schiena a schiena, da sotto il lenzuolo si percepisce il movimento unico del respiro.
Lui si gira, a un certo punto, sta facendo un sogno agitato.
È inquieto.
Rigirandosi nel letto si allontana dal corpo di lei, e più si allontana e più il suo sonno si fa agitato.

Ecco, ci sono notti che ancora certi sogni inquieti non mi abbandonano.
Sogni nei quali giro per le strade della mia città piene di gente, ma quando mi volto per guardare le persone in viso spariscono.
È devastante.
Mi scende un peso sul petto e continuo a camminare nel sogno.
Cammino e le persone piano piano spariscono e rimangono solo le voci.
E io continuo a camminare, cerco di raggiungere casa anche se mi ricordo dove sono, come quelle persone che si svegliano dopo un lungo sonno e non sanno né dove si trovano né in che tempo.

A un certo punto lui si ferma, si rannicchia quasi sul bordo, e si tiene aggrappato al lenzuolo per evitare di cadere in un baratro.
Poi il respiro rallenta.

Finalmente trovo un punto di riferimento, quel bar dove andavamo sempre a fare colazione.
Dove fanno quei dolci che piacciono moltissimo a entrambi e dove fanno anche un ottimo caffè.
Entro.

Piano piano si riavvicina a lei, le tocca la schiena con la mano destra, dolcemente.
Ne saggia quasi la consistenza, la sua presenza sembra calmarlo.
Senza aprire gli occhi si aggrappa a lei come un naufrago alla zattera.
Consapevole che entrambi dipendono l’uno dall’altro, zattera e naufrago.
Un’unione di salvezza.

Apro la porta e tu sei lì, come quando ci davamo appuntamento per la colazione.
Sei già lì con lo scontrino in mano e le nostre brioches preferite.
Mi sorridi appoggiata al bancone, mi fermo sulla porta a guardarti, innamorato.
Finalmente ti raggiungo e ci abbracciamo, come quando ti venivo a prendere in aeroporto o alla stazione marittima.
Un abbraccio che prende tutto il corpo, e anche se indossiamo i vestiti io sento la tua pelle a contatto con la mia e la tua con la mia.

Le loro mani si cercano e si trovano, si intrecciano sul petto di lei, sui suoi seni nudi.
Non c’è malizia nel tocco di lui, si aggrappa, si tiene sicuro a lei che lo accoglie e lo stringe a sé.

Sento il tuo profumo e il tuo calore, sento il profumo di caffè che pervade tutto il bar.
Mi passi la brioche e quando mi baci sai di zucchero a velo.

Lei si gira, piano, con delicatezza, è sveglia e non vuole svegliare lui.
Gli prende il viso tra le mani, le loro fronti si toccano, si toccano i nasi, si toccano la labbra.

Apro gli occhi, la prima cosa che vedo sono i tuoi insieme al tuo sorriso.
Mi baci piano, sorridi, mi baci piano gli occhi e mi dici che è presto, che è quasi papà, ma possiamo stare a dormire ancora un po’ e poi andremo al nostro bar a fare colazione dico io e tu rispondi che sì, ci andremo e mangeremo le nostre brioches preferite.
Sorrido, sorridi.
Ci baciamo nella notte che sta per finire.

Interno, quasi l’alba.
Una ragazza e un ragazzo di baciano.
Si amano nelle luci che arrivano da est.

ricordi.

È sera.
Sono seduto alla scrivania della stanza dei libri, fuori c’è un vento incredibile.
Le persiane sono ben fissate, ma si muovono e sembrano dover cedere da un momento all’altro.
Apro il cassetto dove tieni i tuoi ricordi d’infanzia.
– sei qui – dici entrando – che ci fai di buio? –
– stavo cercando questa –
Appoggio sul tavolo la tua scatola delle gemme.
Ti avvicini e accendi la lampada da tavolo, hai lo smalto sbeccato che mi piace così tanto, mi accarezzi una mano e mi baci la testa, proprio nel mezzo.
– è una vita che non la apro –

Ti siedi sul tavolo, stai giocando con una sigaretta spenta, probabilmente l’avresti fumata prima di andare a dormire.
Ti bagni le labbra.
Apri la scatola e sembra quasi che si sprigioni un profumo di mare, d’estate, di zagare e limoni, di pane appena sfornato e ricotta tiepida, di ragù che cuoce a fuoco lento e di vino appena versato, sa di pioggia e sabbia portata dal vento.
Sa di sole e di luna.
Sa di rosmarino e aglio schiacciato tra i palmi delle tue mani.
Sa di olio e di miele.
Sa di risate e corse sulla spiaggia, sa di sabbia calda e ricci tenuti sul palmo di una mano.
Sa di baci salati rubati al chiaro di luna nel giardino di tua nonna.
Sa di lunghe passeggiate, mano nella mano, restando in silenzio.
Sa di lenzuola fresche e di mattine passate a fare l’amore e mangiare fichi d’india tagliati a letto.
Sa di caffè e di viaggi lunghissimi, sa di mancanze e di ritrovamenti, sa di lunghe attese e sorprese magiche.
Sa di telefonate improvvise e di temporali estivi.
Sa di code in macchina a cantare a squarciagola e poi baciarsi davanti a un passaggio a livello una sera d’inverno sotto un acquazzone improvviso.

– hai visto tutto anche tu? – mi chiedi sfiorando il bordo di metallo della scatola.
– assolutamente –
Sorridi.
– è stato meraviglioso amore mio –
– davvero –
– è come se mi fossero tornati alla mente tutti i ricordi belli legati a questa scatola –
– c’è praticamente tutta la nostra storia in questo piccolo scrigno –
– è stato come un catalizzatore, i ricordi sono tutti dentro di noi e spesso li riviviamo attraverso le foto, i video e i posti in cui torniamo spesso –
– è vero – confermo.
– ma così è stato tutto… wow… –
– totalizzante –
– già – fai tu.
– come è sempre stato il nostro rapporto, la nostra relazione –

Prendi una pietra, un vetro modellato dal mare, dai flutti, arrivato sulla spiaggia della tua terra tantissimi anni fa.
– ti ricordi questo? –
– me lo ricordo sì – lo prendo tra le dita, lo metto davanti alla luce della lampada.
– guarda che colore meraviglioso che ha ancora – dici tu.
– mi ricordo anche questo – prendo un nocciolo di una pesca.
– mado’ quella pesca… – dici – quando ti ho visto che la stavi morsicando ho sentito come una fitta in mezzo al petto, tu la mangiavi di gusto e io volevo essere quella pesca, farmi mangiare da te –
– ricordo come mi guardavi –
– già, che stupido –
– in effetti –
– mi hai fatto aspettare quasi una settimana prima di baciarmi nel giardino di nonna, sotto gli ulivi – mi dai un pugno sulla spalla.
– ahi –
– ma va, scheletrino mio, non mi dire che ti ho fatto male? –
– per niente –
– avrei dovuto picchiarti quel giorno –
– e invece no… –

Metti via il nocciolo, mi accarezzi una mano.
– mi è venuta una voglia, con tutto questo vento e i ricordi… –
– ah sì? –
Mi guardi e inizi a slacciarti la camicia che mi hai rubato stamattina.
Deglutisco quando sotto non indossi nulla, nemmeno la solita canottiera.
– oh mamma mia –
– prendimi qui –
Mi spogli senza troppa delicatezza, le tue unghie mi graffiano la schiena mentre facciamo l’amore, tu seduta sulla scrivania e io tra le tue cosce agganciate attorno alla mia vita.

Lo facciamo pieni di passione, rivivendo in una sera tutte le volte che abbiamo fatto l’amore da quando stiamo assieme.

Ed è totalizzante.

La scatola brilla sotto la luce calda della lampada, le tue mani stringono il bordo in legno mentre raggiungiamo il piacere, assieme.
Il ti amo lo diciamo assieme, sfiniti, con un filo di voce e poi sorridiamo come due adolescenti che hanno fatto una cosa che non dovevano ancora fare; saliamo le scale nudi e ci infiliamo a letto dopo una doccia calda.
E rimaniamo così, nel buio della camera: appiccicati pelle su pelle, nudi e felici, innamorati e così ci addormentiamo.

ho fatto un sogno.

ho fatto un sogno.
ho sognato che ti venivo a prendere a casa, salivo le scale a due a due.
tu mi aspettavi sull’uscio.
eri bellissima.
avevi i capelli sciolti, neri come la notte appena trascorsa, indossavi la collana con il ciondolo di giada che ti avevo regalato anni fa per Natale.
Un vestito leggero che lasciava scoperte le gambe.

– mi finisco di truccare e sono pronta –

ti seguo in camera, ti metti davanti alla specchio che sta accanto all’armadio e inizi il tuo rituale.
e io osservo, rapito. mi piace il modo e la cura che ci metti nel truccarti, non sei mai banale.
5 minuti e sei pronta.

– come sto? –
– sei bellissima amore –
– grazie – fai un leggero inchino allargando il vestito con entrambe le mani.
– anche se… –
– cosa? – per un attimo ti blocchi – so dove vuoi parare e no… –
– ah –
– adesso no, ho troppa fame e voglia di andare in giro a fotografare e vedere il mare –
– ok –

poi mi passi accanto, mi sfiori con il tuo profumo e in un sussurro mi dici che sono proprio un tonno, fregno ma sempre tonno.

sorrido mentre scendiamo.
mi prendi la mano prima di uscire dal portone e mi dai un bacio tenendomi per la nuca.
tengo gli occhi chiusi, come quando mangio qualcosa di buono.

usciamo e con la macchina impieghiamo poco ad arrivare in centro città.
una passeggiata per arrivare al nostro bar preferito e finalmente possiamo gustarci un buon caffè seduti al tavolino sotto un ciliegio in fiore.

i petali che cadono coprono ogni cosa, sembra una nevicata rosa.
tu ne fotografi alcuni che galleggiano in una pozzanghera dove si riflette anche il cielo blu.
poi arriva il caffè, arrivano le brioche e parliamo di mille cose, di mille pensieri, desideri e voglie.

ti prepari una sigaretta e te l’accendo io, ti piace quando lo faccio dopo aver fatto l’amore.
mi scatti una foto, poi un’altra e un’altra ancora.
mi piace come mi vedi, mi piace essere uno dei tuoi soggetti preferiti.

restiamo seduti a goderci il sole.
sembra una vita che non usciamo.
sembra una vita che non ci vediamo.
mi prendi la mano, la stringi forte.
ti guardo.
mi guardi e mi sorridi.
come se stessi rassicurandomi su qualcosa.
poi la porti alla bocca e me la baci, nel palmo.

– ti amo, ricordatelo sempre –
– lo so amore, anch’io ti amo –

il tempo si ferma un attimo.
si congela per qualche secondo, tre al massimo; non ci sono più suoni, non si sentono più le persone che parlano, né cani che abbaiano.
nulla.
è angosciante, per un attimo.
poi tutto torna a scorrere, riprende il normale ritmo.
mi guardi come se fossi stato lontano.

– sono qui amore – ti stringo la mano, le dita si intrecciano e ci alziamo.
camminiamo appiccicati come ubriachi in cerca di sostegno.
come naufraghi in cerca di un porto sicuro.
parliamo a bassa voce tenendo la testa vicina, attaccata, poi scoppiamo in risate come fuochi d’artificio, e la gente si gira a guardarci.

sei bellissima, con i tuoi occhiali, con i tuoi orecchini e i tuoi anelli antichi.
con il tuo smalto sbeccato e il vestito che lascia scoperte le gambe, coi tatuaggi sul corpo che vengono messi in risalto dalla luce del sole.

e mentre tu mi cammini accanto io guardo un ricciolo che cade ribelle dalla tua tempia sinistra, fa un giro su se stesso come una stella filante.
è lucente.
passo le dita sul tuo orecchio e bacio il lobo e il collo.
hai un sussulto.

tiri su il braccio sinistro mostrandomi i brividi che ti ho fatto provare.
sorrido.
ho voglia di baciare le tue labbra e così ti fermo, ti tiro a me e ti bacio cingendoti la vita.

ci diamo un lunghissimo bacio.

la gente ci guarda, sentiamo gli occhi su di noi, ma quando apriamo i nostri ci siamo solo noi.

mi prendi per mano, mi porti alla macchina, non dici nulla per tutto il viaggio di ritorno verso casa.
stringi la mia mano che poggi sulla tua coscia.
sei bollente.

entriamo nel portone e mi baci con una tale passione che mi levi il fiato, ma proprio tutto quanto che devo tenermi quando salgo le scale, da quanto mi gira la testa.
in casa non facciamo in tempo a chiudere la porta che mi stai slacciando i pantaloni.

– ti voglio – dici tu spostando le cose che sono sul tavolo.
ti sollevo il vestito, via le mutandine e facciamo l’amore lì, in sala, tra le finestre aperte piene di luci e vento e sentiamo il profumo dei limoni, del basilico fresco e del mare.
le tende bianche si gonfiano, entrano in casa e poi si ritirano e poi ancora verso di noi, e così seguiamo il ritmo del vento, quello della corrente.
come il mare.
un mare invisibile.
e poi ci fermiamo, stremati sul tavolo, finiamo con i visi accaldati appiccicati al legno.
sorridiamo e ci spostiamo i capelli dal viso per vedere i nostri occhi.

– voglio restare qua, così – ti dico.
– anch’io amore mio – ribatti tu, mi baci per labbra con dolcezza e delicatezza, mi baci i segni dei morsi che adesso sento pulsare.
i sfioro i graffi che ti ho lasciato sulla schiena nuda.

fossimo a letto ci addormenteremmo, così invece scivoliamo sul pavimento riscaldato dal sole.
e restiamo così, mezzi nudi a respirare e sfiorarci con le dita.

– ti amo – dici tu.
– ti amo – dico io.
e ora, che sto per addormentarmi, vorrei sognarti ancora, così
buonanotte amore.