Poesia afgana.

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“Presto vieni di sera, o mio amico.
Io scendo alla fonte,
mentre le tue amiche vanno sulla strada.

Presto vieni di sera,
sono io il tuo usignolo.
Le fanciulle mi hanno lasciata sola
appena tu mi hai chiamata.

Vieni:
ti darò la mia bocca raggiante,
le mie trecce scapigliate.
Ecco viene la sera,
affrettati amico.

Ho disciolto, ho sparso le trecce.
Guardami.
Prendimi il polso,
non temere rimprovero:
ché il padre esce ora di casa.
Presso di me siediti su questo rosso letto
tranquillamente.

Presso di me siediti su questo rosso letto.
Con tutta l’anima mia
ti offro le mie labbra scarlatte.
La tua mano
mi rompe il seno in ogni giuntura,
la mia bellezza è il giardino,
tu sei il tuta lanciato nel cespuglio”


Tempo fa mi capitò tra le mani un libro di poesie.
Sfogliandolo ne trovai alcune decisamente suggestive ed evocative.
Ho deciso di riportarne alcune, giorno per giorno.
Mi piace la poesia e ultimamente, grazie a te, ho riscoperto questo amore.
Mi piace il fatto che io possa leggerti queste poesie a voce alta.
È sempre stato un nostro vezzo, in tutti questi anni leggerci le cose a vicenda.

Come gesto d’amore.

Come quando all’inizio, prima di addormentarci, ti leggevo gli incipit dei romanzi di Camilleri.
Oppure gli articoli di giornale la domenica mattina quando, non lavorando, potevamo starcene più tranquilli a casa, per poi uscire dopo aver fatto l’amore con addosso ognuno il profumo dell’altro.

Giravamo per la città, alle volte semivuota, alla ricerca di un bar dove fare colazione e poi passeggiavamo sotto i portici del centro, tra le bancarelle di libri usati e quelle di gastronomia.
Con i profumi dei libri usati che si mischiavano a quelli di spezie, formaggi e frutta fresca.

E i tuoi occhi erano sempre alla ricerca di qualcosa di stuzzicante.
Che fosse un libro o un frutto o un formaggio particolare.
Girare con te era, ed è ancora, molto stimolante.

Così voglio proporre una poesia ogni tanto, e dedicarla a te.
Alla mia musa ispiratrice.

– a cosa pensi? – mi chiedi prima di addormentarmi.
– alla notte che arriva –
– e… –
– che passi veloce se dovessi addormentarmi subito –
– o? –
– che sia lenta se rimanessi sveglio accanto a te –
– e mi sveglieresti? –
– sì, nel cuore della notte quando la luna alta nel cielo illumina il nostro letto e ti chiederei di fare l’amore –
– che ardore – rispondi – e devo aspettare per forza il cuore della notte? –
Sorrido.
– no, forse non occorre aspettare così tanto –

Ti bacio e ti tiro a me.
Facciamo l’amore al buio della stanza aspettando la luna che venga a guardarci.
Buonanotte amore mio.

Rosso come il sangue.

E’ una mattina lucente di inizio di primavera, di quelle che tieni le finestre aperte e il sole entra con delicatezza poggiando i suoi raggi sulle nostre lenzuola.
Sono bianche, immacolate e i tuoi capelli neri sono sparsi come inchiostro sul cuscino candido.
Ti osservo dormire, nuda, accanto a me: le lunghe ciglia nere, le labbra carnose, aperte che mi invitano a un bacio.

Ti osservo e ti sfioro la spalla sinistra con le mie dita, mi sorridi nel sonno, piano piano ti svegli.
Con gli occhi ancora chiusi t istiri scoprendo il seno; poi li apri e mi dai il buongiorno.
– buongiorno a te amore –
– ho fatto un bel sogno – mi dici rannicchiandoti contro di me, hai la pelle bollente.

Amo il profumo della notte che ti si appiccica addosso, è dolce e caldo.

– che cosa accadeva? – domando curioso giocando con le ciocche dei tuoi capelli ricci.
– eravamo a casa di mia nonna, era estate e ti davo da mangiare un fico d’india succosissimo –
– raccontamelo –

– Eravamo in giardino, nella casa del mare, era pomeriggio inoltrato e ne venivamo dal mare. Avevamo ancora i capelli bagnati e le labbra salate.
Tu indossavi una maglietta blu era appiccicata alla tua schiena per il sudore, il caldo e l’acqua del mare.
Io avevo i capelli raccolti tenuti fermi da un foulard colorato e indossavo un vestito bianco, leggero; sotto indossavo solo le mutandine del costume.
C’era una bella energia nell’aria, c’era elettricità e stavamo parlando di cosa fare la sera: se uscire a cena o rimanere a casa.
Nel giardino eravamo soli e mia nonna ci aveva lasciato un cesto di fichi d’india maturi.
Potevo sentirne il profumo a distanza – ti interrompi, mi guardi e poggi il tuo viso sul mio petto.
– potevo sentire anche il tuo di profumo –

Ti accarezzo la testa e tu mi baci il petto, apri le dita e le passi tra i miei peli, poi mi mordi un capezzolo.
– ah –
– male? – mi domandi leccandolo.
– non troppo –
– meno male –
Mi mordi ancora, un poco più forte.
Stavolta sto zitto, non apro bocca.
Tu mi guardi con i tuoi occhi meravigliosi e profondi e mi sorridi.
– vuoi sapere come continua il sogno? –
– certo –

Mi fai sedere con la schiena appoggiata alla testata del letto e ti sdrai con la testa appoggiata sulle mie cosce, rivolta verso di me.

– Mi avvicino a te e mi baci con una tale passione che la testa inizia a girare, mi aggrappo a te, ti tengo stretto a me con una mano sulla nuca.
Sei salato, le tue labbra e la lingua sono assetate della mia saliva, la tua lingua gioca con la mia e io la succhio, la trattengo tra i denti e con le labbra.
Mi stacco da te e ti sorrido. Ti prendo per mano e ti porto sotto il mio ulivo preferito.
Il cesto mi chiama.
Ne prendo uno, è bello maturo al tatto, lo appoggio al tagliere in legno.
Il coltello che uso è affilato, la lama brilla al sole.
Pulisco il fico dalla scorza.
La polpa è rossa come il sangue.
Lo affetto e il tagliere si copre di rosso succo.
Ne porto un pezzo alla bocca, tu mi guardi con desiderio, posso sentirlo a distanza.
Vorresti sollevarmi il vestito togliermi il costume e fare l’amore qua, all’aperto, sotto le fronde degli ulivi.
Io con le mani appoggiate al tavolo tu dietro di me che mi cingi il seno e la vita.

Mordo il boccone e il succo rosso cola dalle mie labbra sul mento e poi macchia il vestito, tra il seno.
Vedo la luce nei tuoi occhi – ti fermi e ti tiri su, sei a seno scoperto davanti a me.
– mi desideri? – mi domandi.
Mi tolgo il lenzuolo dalle gambe.
Sorridi.
– sì –
Ti tiro a me e tu fai resistenza, ti mordi il labbro inferiore.
Voglio assaggiare le tue labbra carnose.

Ti avvicini.
Il tuo fiato è caldo della notte.
Mi sembra quasi di percepire il profumo dei fichi d’india maturi.
Mi baci, ti stacchi.
Mi baci e ti fermi.
Le nostre labbra sono appiccicate.
Ti mordo il labbro inferiore.
Stringo.
Ti desidero.
La testa gira.
Ti stacchi.
Ti lecchi il labbro.
– male? –
– ora ti faccio sentire io… – mi dici prendendomi il viso tra le mani.
Mi baci da togliere il fiato.
La tua lingua cerca la mia.
Le tue labbra avvolgono le mie.
Sento i tuoi denti sul mio labbro inferiore.
Stringi.
Io ti lascio fare, tengo gli occhi chiusi e lascio che il dolore si trasformi in piacere, sento un brivido partire alla base del collo e diffondersi alle braccia, sento poi caldo.
Dal labbro cola qualcosa.

Ti stacchi.
– scusa – dici.
Apro gli occhi e vedo le tue labbra sporche di rosso.
Rosso come il sangue.
Il mio.
Sento il caldo sul labbro, sento che cola sulla barba.
Chino la testa e una goccia cade nel vuoto tra te e me.
Cade sul lenzuolo ed è come se un fiore si aprisse al sole.

– è tutto ok – dico sorridendo.
Ti avvicini.
Mi accarezzi il labbro, il tocco mi provoca un brivido.
Mi baci, piano.
Lecchi il labbro e succhi il sangue.
La testa mi gira.

Mi prendi la testa tra le mani e iniziamo a baciarci con passione.
Mi butti sul letto e mi monti sopra.
Facciamo l’amore sporchi di sangue, il mio.
E’ passione pura.
Quasi non parliamo.
Sono i nostri corpi a parlare per noi.
Il nostro respiro è affannato, ogni tanto non respiriamo quasi.
Ti giro sul letto e ti tengo giù stringendoti il seno.
Il sangue continua a colare e forma strisce colorate sulla tua schiena, sulla tua pelle bianca.
Lo spargo con la mano tenendoti il collo.
Tu hai la testa chinata in avanti.
I nostri respiri accelerano.
I nostri movimenti accelerano.
Raggiungiamo il piacere assieme.
Poi crollo su di te, scivolo lentamente sul letto accanto a te.
Mi guardi.

– ecco, avrei voluto che il sogno finisse così –

Storia della mia fotografia.

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Spesso mi sono interrogato sulla nascita della mia passione per la fotografia.

Sono nato nell’era della pellicola e della Polaroid.
Sono sempre stato abituato ad aspettare giorni, se non settimane, per lo sviluppo delle fotografie delle vacanze.
Per sapere se fossero venute bene o se di 36 pose te ne ritrovavi solo 4 o 5 corrette.
Si faceva tutto in manuale, tutto alla “cieca”, senza una controprova immediata.

Avrò messo a fuoco?
Ci sarà stato tutto nell’inquadratura? L’orizzonte sarà diritto?
E’ venuta mossa? Ho sottoesposto o sovraesposto?

Ecco questa era una lunga serie di dubbi che ci attanagliava fino al momento in cui aprivamo la busta appena ritirata dal fotografo.

Comunque la passione che ho me l’ha trasmessa mio padre.
A casa dei miei abbiamo centinaia di fotografie, diapositive e negativi.
Quando ricordo i momenti della mia fanciullezza lo ricordo con in mano una Olympus OM10. E’ ancora a casa dei miei e fino a non molti anni fa la usavo con piacere.

Il fascino della pellicola è ancora forte in me, proprio per tutto il mistero che rimane fino alla sviluppo e al ritiro delle foto in negozio.
E’ una magia, anzi una vera e propria alchimia il processo di sviluppo (alle medie facemmo un corso di fotografia, dallo scatto all’elaborazione del negativo) il passaggio dal rullino, racchiuso nel suo guscio di plastica, alla fotografia stampata che puoi finalmente tenere in mano la rappresentazione tangibile della tua visione della realtà.
Per poi tenerla in un album oppure appenderla a un muro di casa tua dietro un vetro.

Ricordo con piacere quel misto tra ansia e curiosità di aprire la busta del negoziante e scoprire le foto che ti riportavano subito a quella vacanza o a quella gita fuori porta.

A tal proposito ricordo una brutta figura frutto della mia inesperienza e cattivo ascolto.

Ero in vacanza con mia madre e mio padre mi aveva lasciato la macchina. Ero abbastanza sicuro di me nello scatto, ma non dovevo essere stato molto attento alle spiegazioni del mio mentore.
Quando scattai l’ultima fotografia fu il momento di riavvolgere il rullino dentro il suo guscio di plastica per poi affidarlo al negozio di fiducia per lo sviluppo.
Bè, feci un casino… Come scrivevo prima, la macchina era completamente manuale, niente autofocus e niente avanzamento motorizzato della pellicola. A ogni scatto bisognava far avanzare il rullino con la levetta dietro il pulsante.
Il mio errore fu tentare di riavvolgere la pellicola senza togliere il blocco posto sul davanti del corpo macchina.
Il risultato finale? Entrammo in un negozio di fotografia e il proprietario fu molto gentile spiegandomi come avrei dovuto fare.
Quando poi aprì la macchina per cambiare il rullino c’era una marea di quadratini staccati a forza delle guide della pellicola, li avevo strappati non togliendo il blocco.
Fortunatamente non feci danni alla macchina.

Dopo quella disavventura non feci più quell’errore, certo foto sbagliate ne uscirono parecchie, ma a ogni errore cercavo di migliorare, non ci si poteva permettere di continuare a sbagliare a fare foto… lo sviluppo costava, anche se alle volte potevi chiedere di sviluppare solo le foto venute “bene”.

Continuai a scattare con la Olympus OM10 fino ai primi anni del 2000 quando il digitale entrò nella mia vita con una macchina che era poco più di un giocattolo, ma la possibilità di scattare una foto e vederla sul pc era veramente emozionante.
Fu la prima esperienza e devo dire che mi diede parecchie soddisfazioni.
La portavo ovunque, funzionava con una scheda SD da 64 mega e due batterie stilo.
Mi cadde in acqua, in un fiume in montagna, la asciugai con il phon e ritornò a funzionare. Solo i blu diventarono più saturi: chissà, forse fu merito dell’acqua.

Il vero salto lo feci però nel 2008 con l’acquisto a febbraio di una bridge Panasaonic FZ7, l’avevo comperata nel negozio dove lavoravo in previsione del mio viaggio a Sharm el Sheik.
Riportai foto davvero eccezionali.
Nello stesso anno, convinto da un collega, arrivò in casa la mia prima reflex: una Canon EOS 450D.

Fu amore a prima vista.

L’analogico mi aiutò nell’approccio del digitale.
Le impostazioni erano praticamente le stesse con il vantaggio di poter riscattare una foto se fosse venuta male; questo succede all’incirca nell’80% dei casi.
La portavo ovunque e scattavo centinaia di foto, alcune davvero inguardabili come scelta di inquadratura o soggetto (non sempre umano).
Erano scatti che cercavano di catturare quello che vedevo, ma non sempre ci riuscivo.
Non mi sono mai arreso… e ho continuato per la mia strada, confrontandomi con amici appassionati e cercando spunti e tutorial online.

Negli anni a seguire ho cercato di migliorare la mia tecnica e anche il mio parco ottiche, cercando sempre di investire in obiettivi che difficilmente avrei cambiato a breve. Spesso si cambia il corpo macchina quando ci accorgiamo che la macchina non ci da quello che vorremmo: poca sensibilità alla luce, raffica lenta, tempi di scatto non sufficientemente rapidi e così via.

E così feci una cosa strana: comprai una compatta di fascia medio alta di Canon, la G12. Scattava nello stesso formato di una reflex e aveva le stesse impostazioni.
Sentivo la necessità di avere una macchina compatta da portarmi sempre in giro e poi non avevo i soldi per comprare un nuovo corpo macchina.
Quello arrivò nel gennaio del 2012, una Canon EOS 600D.
Per il poco tempo che la usai fu una macchina che mi diede un sacco di soddisfazioni, ma sentivo che dovevo cambiare ancora, passare a una macchina che mi permettesse di avere una risoluzione e una qualità del sensore maggiore e così nel gennaio del 2014 acquistai la Canon EOS 6D: la mia prima fullframe. Per i non addetti ai lavori una fullframe è una macchina che possiede un sensore grande quanto il negativo di una macchina analogica.
Questo comporta diversi vantaggi, ma anche svantaggi. [Lo spiegherò in un post futuro]

Comprai anche un’ottica di tutto rispetto, il mio primo serie L di Canon: il 24-104 f/4 IS L.
Cambiò anche il mio modo di scattare. Diventai molto più esigente verso me stesso, più severo.
C’erano giorni in cui uscivo con la macchina e non la tiravo nemmeno fuori dallo zaino.
Un po’ per mancanza di ispirazione, molto spesso perchè quello che vedevo non era interessante.
E comunque, anche le volte che scattavo, lo facevo con parsimonia, cercando di ottimizzare gli scatti.
E devo dire che è stata la macchina che più mi ha dato soddisfazione in tutti questi anni, complice il fatto la mia maggior maturazione in campo fotografico. Sia per quanto concerne le conoscenze tecniche sia per il mio curiosare in internet per prendere spunti sia per il mio occhio capace di notare elementi e particolari che spesso non venivano visti da altri.

Negli anni ho ricevuto un sacco di attestati di stima da parte di amici per i miei scatti e questo mi ha reso orgoglioso, anche se sono un tipo molto timido e spesso non li sento miei questi complimenti.
Però sapere che ci sono scatti appesi in diverse case di amici mi fa davvero piacere.

Non vi preoccupate, siamo quasi alla fine.

Arriviamo ai giorni nostri.
Dopo anni di onorato servizio ho deciso di mandare in pensione la 6D, sentivo di avere necessità di un corpo macchina che mi potesse dare qualcosa in più, e così a furia di ricerche online e di prove in negozio, ho optato per la prima mirrorless Canon: la EOS R.
E finora, la possiedo da meno di una settimana, sono molto soddisfatto.
A breve vedrete anche degli scatti con questa nuova macchina.

Ci sono quasi, giurin giuretta.

E’ che volevo parlare di una cosa. Che mi sta molto a cuore, ne parlo adesso anche se si tratta di un evento accaduto la scorsa estate.
Era un bel po’ che non mi capitava di andare in giro con una persona che apprezzasse moltissimo i miei scatti e me, come persona.
Mi faceva sentire bene.
Un giorno mi chiese se poteva usare la macchina, voleva provarla.
Non sono mai stato geloso dei miei strumenti, anzi ho sempre cercato di prestarli a chi non li aveva e voleva provarli.

Ti ho guardato scattare la prima volta, tutto in verticale
Ti ho detto che alcune foto le avresti potute fare in orizzontale, che il fatto di scattarle così è una forma mentis. Un costrutto che ci portiamo dietro da quando abbiamo un cellulare in mano e tutti i social ci “costringono” a scattare in verticale.
Ci perdiamo una sacco di opportunità, davvero. Ogni tanto girate in orizzontale il cellulare e fregatevene dei social.
Stampate le vostre foto migliori, i vostri ricordi migliori.
Fatto sta che guardando le tue foto notai subito un occhio fuori dal comune, capace di cogliere linee e strutture particolari.
Incroci sopra le nostre teste che molto spesso non vediamo perchè stiamo con il naso incollato al cellulare o a terra.
Alziamo lo sguardo, ci perdiamo un sacco di meraviglie.
Ho amato subito i tuoi scatti a palazzi e chiese, cercavi sempre di curare la composizione, spesso lo facevi già prima di scattare.
Ti toglievi gli occhiali portavi la macchina all’occhio e scattavi.
Poi guardavi la foto nel display e si capiva subito se era un buono scatto o meno.

La tua espressione dopo uno scatto ben riuscito era impagabile.
Impagabile era la passione che ci mettevi dentro a ogni inquadratura e a ogni clic.
Avevo risvegliato qualcosa di latente in te.
Qualcosa che adesso ti rendeva felice ed entusiasta.
Una passione che ti avrei aiutato a coltivare.
Una passione che meritava e merita di essere coltivata.

Ancora adesso guardo i tuoi primi scatti e rimango stupito di quanti passi avanti tu abbia fatto in così poco tempo.
Scatti con molta più sicurezza.
Scatti molto meno.
E poi ricordo una cosa che mi dicesti: io scatto anche quando sono senza macchina, spesso mi trovo a guardare qualcosa e inquadro tutto con l’occhio e scatto, ecco come mi alleno anche quando non siamo assieme.

Sono davvero felice di aver risvegliato questa tua passione.
Quando vieni presa dal sacro fuoco è come se ti estraniassi, sparisci quasi e ti immergi nella città.
E io mi incantavo a guardarti.
Mi piace la scelta delle linee che si intrecciano, mi piace la curiosità che ci mettevi dentro quando mi chiedevi cosa potevi fare con questo o quell’obbiettivo.
E poi fu amore a prima vista con il Canon 70-200 f4 L.
Scoperto quello non ce ne fu per nessuno.
Riuscivi a vedere cose che io non vedevo e questo mi entusiasmava ancora di più, ti muovevi avanti e indietro cercando di comporre in maniera corretta la fotografia quando lo zoom non ti permetteva di includere tutto ciò che ti attirava.
E quanto ti arrabbiavi quando l’orizzonte era storto e io avevo un bel da fare per dirti che si poteva correggere in post produzione.

Sono fiero di te, dei tuoi scatti e dei passi avanti che hai fatto. Sono sicuro che potrai toglierti un sacco di soddisfazioni.

Ora ho veramente finito.
Nei prossimi post vedrò di mettere un po’ di fotografia e porterò altre tematiche a me care e spero di non avervi annoiato troppo.

buonanotte.

La strada.

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Mi sveglio piano.
Risalgo dal profondo del sonno e apro gli occhi lentamente.
Davanti a me la strada scorre veloce.
Un nastro nero circondato da campi scuri, la terra grassa dell’inverno che aspetta la primavera passa alla nostra destra e sinistra.
La musica in sottofondo è piacevole, tu canticchi a bassa voce.
Chiudo gli occhi ancora un attimo.
Voglio assaporare questo momento ancora un poco.
Come quando da piccolo andavo in montagna coi miei e dividevamo tutti e tre la stessa stanza; al mattino mi piaceva stare a letto, con un lenzuolo che scendeva dal letto sopra il mio a coprire la luce, ad ascoltare i miei genitori che parlavano mentre preparavano il caffè con la moka che sentivo borbottare piano sul fornello da campo.

Mi smuovo un poco.
Apro gli occhi ancora.

– ti ho visto che ti sei svegliato – dici tu prendendomi in giro – che ne dici di tenermi un poco compagnia –

Mi tiro su.
Ti guardo e sorrido.
– eccomi, eccomi – aggiungo stirandomi – scusami amore mio –
Tu mi guardi e sorridi, le mani ferme sul volante e gli occhi attenti che tornando a seguire la strada.
– ti faccio addormentare –
– mi fido della tua guida – rispondo.

Mi appoggi la mano destra sulla coscia, hai la pelle calda e morbida.
La playlist che hai scelto sta passando una canzone di De André: Inverno.

“Sale la nebbia sui prati bianchi
Come un cipresso nei camposanti
Un campanile che non sembra vero
Segna il confine fra la terra e il cielo
Ma tu che vai, ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un’altra estate
Anche la luce sembra morire
Nell’ombra incerta di un divenire
Dove anche l’alba diventa sera
E i volti sembrano teschi di cera
Ma tu che vai, ma tu rimani
Anche la neve morirà domani
L’amore ancora ci passerà vicino
Nella stagione del biancospino
La terra stanca sotto la neve
Dorme il silenzio di un sonno greve
L’inverno raccoglie la sua fatica
Di mille secoli, da un’alba antica
Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
Cadrà altra neve a consolare i campi
Cadrà altra neve sui camposanti”

Tu canti con voce calda e bassa.
Dio, quanto amo la tua voce.
Aspetto che finisca la canzone, nel frattempo i campi iniziano a macchiarsi di bianco, la neve li ha raggiunti mentre noi saliamo verso l’alta valle, tra montagne alte innevate.
Le guardo ascoltando le vostre voci, il cielo grigio le sovrasta e le domina, e il bianco della neve contrasta con il nero delle rocce: sembra di vederle in bianco e nero, come piace scattare le foto a te, ogni tanto.

– come sei silenzioso –
– mi piace la tua voce amore –
– grazie – rispondi chinando leggermente la testa – mi piace cantare con te o davanti a te –
Mi verrebbe voglia di slacciarmi la cintura e poggiare la testa sulle tue gambe, rimanere lì fino alla fine del viaggio con una tua mano tra i capelli.
Ma mi accontento di appoggiarmi alla tua spalla.
Respiro il profumo dei tuoi capelli.
Mi ricorda l’estate, le lunghe passeggiate in riva al mare, il caldo soffocante e il piacere dell’ombra degli alberi e del the freddo alla pesca.
– a cosa pensi? –
– all’estate, a quanto caldo abbiamo patito e adesso mi piace essere qui in mezzo a tutta questa neve –
– mamma mia, davvero, ma quanto siamo stati bene –

In questo momento guardiamo entrambi la strada.
Le curve si fanno più strette e la tua guida si fa più attenta, gli alberi arrivano a sfiorare la carreggiata e la neve si trova a mucchi contro il guardrail.
Tu rallenti, segui la strada piano, assecondando con la testa le curve, come in un videogioco.

– vorrei fermarmi qui – dici a un certo punto quando il bosco si allarga e si apre una radura ricoperta totalmente di neve.
– mamma mia che meraviglia –

Continui a guidare, non manca poi moltissimo e piano piano sembra che stia iniziando a nevicare.
Rallenti un poco e guardi il vetro da vicino, poi mi guardi e sorridi.
Mi avvicino a vedere pure io e si possono vedere i cristalli di neve fermarsi un attimo sul vetro prima di sparire via sciolti dal caldo dell’interno.

Ti guardo mentre guidi sotto una nevicata improvvisa.
La tua espressione è un misto di preoccupazione e meraviglia.
Ti concentri ancora di più e sei ancora più bella.
Mi verrebbe voglia di farti una foto, poi ti chiederei di fermarti e ti bacerei fino a toglierti il fiato.
Poi ancora ti chiederei di fermarti da qualche parte, al riparo da occhi indiscreti per fare l’amore con te sotto la neve, e poi stare sdraiati appiccicati sui sedili posteriori a guardare la neve che ricopre i vetri e ci porta in un mondo magico.

Piccole gemme colorate.

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Cammini tutto il giorno avanti e indietro, cerchi chissà cosa tra la sabbia.
Tua madre ti osserva da lontano, con gli occhiali da sole e una mano che fa da schermo.

Ti accucci e cerchi con le piccole dita i piccoli vetri colorati che per te sono gemme come quelle che vedi tutti i giorni nel negozio di tuo nonno.
E così le prendi e le tieni chiuse in un pugno, chiuso stretto stretto.
Poi, con passo deciso, ti dirigi verso tua mamma.
Apri il piccolo pugno e mostri orgogliosa le tue gemme. Tua mamma ti porge un secchiello con un po’ d’acqua e tu fai cadere le pietroline come se stessi aggiungendo degli ingredienti segreti a una pozione magica.

Controlli di non avere più vetrini attaccati al palmo della mano poi ti siedi a mangiare un fruttolo alla fragola.

A un certo punto appare sulla spiaggia lo stesso ragazzo dei ricci.
Ti alzi e gli vai incontro.
Ti piazzi davanti.
– ciao – lo saluti.
– oh, ciao –
– che fai? –
Lui ti guarda sorridendo.
– volevo andare a fare i tuffi dagli scogli alti, tu? –
Lo guardi con il broncio.
– che succede? –
– io non posso venire là – rispondi indicando una serie di scogli in lontananza.
– già, sei troppo piccola –
– io non sono piccola, è la mamma che non vuole –
– bè, ha ragione, è un posto pericoloso –
– e perché tu ci vai? –

Bella domanda.

– perché mi piace il rischio –
– ma tua mamma non ti ha detto di non andarci? – lo guardi piegando la testa.
– mia mamma non è qui con me, quindi non sa che andrò a fare i tuffi –
– ma se lo dico a mia mamma… – ti giri a guardarla e ti accorgi che non vi ha mai tolto gli occhi di dosso.
– bè, ma così non vale –
– certo che vale – ribatti.
– ah sì? –
– così puoi venire con me a fare una cosa –
– che cosa? –
– andiamo a cercare delle gemme –
– davvero? –

Lo guardi con uno sguardo che lo passa da parte a parte.
Lui alza le mani e non dice più nulla; ti segue mentre tu inizi a cercare i vetrini colorati tra la sabbia gialla.
Se solo lui potesse vedere quanto stai ridendo…

E così passate il pomeriggio a cercare pietre colorate e bere estathe alla pesca.
E tu sei super felice e trovi un sacco di vetrini.
Ma il più bello te lo dona lui, un piccolo vetro verde che ricorda un piccolo cuore.
Lo tieni stretto fino a casa.

Ancora adesso, quando vai a casa di tua nonna, lo puoi trovare nel cassetto dove stanno tutti i tuoi ricordi di infanzia.
Apri una piccola scatola di metallo e dentro è pieno di vetrini e in mezzo sta un vetro a forma di cuore, un po’ opaco, ma se lo bagni e lo guardi alla luce del sole ha un incredibile lucentezza.

Il figlio della notte.

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Un pomeriggio di metà estate.

Fa caldo, il sole è ancora alto anche se siamo già a metà pomeriggio.
Mentre facciamo un giro tu vedi qualcosa con la coda dell’occhio.
Un animale si muove tra i rami di un cespuglio.
Ti avvicini, ti inginocchi a terra e mi fai cenno di raggiungerti.
Mi chino accanto a te.
Un unico occhio smeraldo, enorme e tondo di osserva dal buio del cespuglio.
Mi guardi e il labbro trema.

– è un gattino… – dici solo, poi infili le mani tra i rami e ne estrai un micetto piccolo, rachitico e malridotto – oh mio dio, è nero – aggiungi tirandolo su come la presentazione di Simba.
– gli manca un occhio – ti dico.
– lo curerò – dici con fermezza.

Un gatto nero è stato il tuo sogno da sempre.

– certo amore mio –

Ci alziamo e ci dirigiamo alla macchina.
In quei dieci passi si forma un legame indissolubile.
Un legame che ancora adesso, che sono passati 10 anni, resiste.
Vi capite al volo, spesso non serve nemmeno che lo chiami.
Lui arriva.

Il figlio della notte.
Che ha visto la luce due volte; la prima quando è nato da mamma gatta e la seconda quando ha incontrato le tue mani che l’hanno salvato da morte certa.

Lui così speciale con il suo occhio sinistro, verde come la giada.
Lui così forte da andare contro tutti quando lo davano per spacciato.
Lui che ci faceva penare di notte quando respirava male e dormivamo a singhiozzo per cercare di capire se fosse ancora vivo.
Lui che mangiava come se qualcuno fosse pronto a togliergli il cibo da sotto la bocca.
Lui che non sapeva lavarsi, che non conosceva l’uso della lettiera. Quante volte lo abbiamo trovato addormentato lì, forse memore del suo passato randagio nei boschi.
Lui così affamato da pigolare e chiedere più cibo.

E così l’abbiamo visto crescere a vista d’occhio.
Trasformarsi in un panterone nero, bello come la notte, affettuoso ma allo stesso tempo sfuggente.
Un gatto magico che ti ha cambiato la vita, un patrono arrivato nel momento giusto.

Ancora adesso il suo posto preferito per dormire è accanto a te, sul tuo cuscino o sul tuo seno.

Il tuo custode dei sogni.
Il custode dei sogni di nostro figlio che ha visto nascere.
Che lo sentiva muoversi nella tua pancia quando lui stava su di te nelle sere d’inverno.

Giocavano già allora, prima di venire al mondo. E adesso sono inseparabili compagni d’avventura.

Quel pomeriggio di metà estate ha cambiato la nostra vita, in meglio.

Riccioli neri.

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Stavi lì, seduta su uno scoglio.
Anzi, per meglio dire stavi aggrappata allo scoglio con i piedini, le dita ancorate alle sporgenze mentre l’acqua spumosa ti raggiungeva sino alle caviglie.
La pelle abbronzata e i capelli ricci e neri erano lucidi al sole.
Te ne stavi lì a guardare il mare e ogni tanto ti abbassavi, immergevi una mano in acqua e dopo qualche secondo la tiravi fuori con una patella piccola, la portavi alla bocca e la mangiavi, così come se nulla fosse.
Come fosse stata una fragolina di bosco.

Stavi lì seduta e guardavi accigliata le onde che si infrangevano a qualche metro da te, l’acqua faceva riccioli bianchi e da una certa angolazione facevano contrasto con i tuoi capelli neri.

Stavi lì su questo scoglio che sembrava un’isola da quanto era grande. Ed era bianco e grigio, cotto dal sole e dal sale.
Stavi lì a tremare di freddo, con le labbra viola e le dita grinzose.
Ammonticchiavi le patelle vuote accanto a te, e facevano una bella montagnola che brillava al sole diventando rossa come il sangue e poi si asciugava in un secondo.

E tua madre ti chiamava dalla spiaggia poco distante.
E tu, noncurante, continuavi a osservare il mare come se aspettassi qualcuno, qualcuno che ti portasse via a vedere le stelle e altri luoghi misteriosi della tua fantastia.
In quella piccola testolina riccioluta si agitavano sogni da grande.

Tua madre continuava a chiamarti e il tuo nome si confondeva tra i gabbiani in cielo e il mare davanti a te.
E così ti alzavi, le patelle cadevano come un rosario sgranato che cade a terra, finivano in mare e si perdevano nell’azzurro.
E tu le seguivi con gli occhi curiosi.
Ti mordevi le labbra salate e sorridevi.
Poi ti giravi, scendevi a passo sicuro lo scoglio, facevi i pochi metri che ti separavano dalla spiaggia quasi correndo.
E ridevi mentre tua madre preparava l’accappatoio e ti lasciavi avvolgere in quel morbido abbraccio scaldato dal sole del pomeriggio.
Ti asciugava strofinandoti la pelle abbronzata delicatamente e tu tenevi un ricciolo in bocca e lo ciucciavi come si fa con il ciuccio.

E guardavi il mare.

Un ragazzo più grande stava arrivando dalla spiaggia, aveva una rete piena di ricci e patelle e la lasciò un secondo sulla spiaggia per pulire la maschera dal sale.
A piccoli passi ti avvicinasti.
Ti accucciasti per vedere muovere gli aculei dei ricci.

– attenta che pungono – disse lui con dolcezza.
– lo so, non sono mica piccola – rispondesti piccata.
Lui sorrise.
Tirasti su lo sguardo a vedere il suo sorriso.
– non dare fastidio al ragazzo – urlò tua madre poco lontana.
– ti do fastidio? –
– nessun fastidio – rispose lui con un altro sorriso.

Allungasti un ditino per toccare gli aculei di un riccio temerario che cercava la fuga da quella rete.

– mi fai fare i tuffi? – domandasti così, dal nulla.
Ti guardò un po’ sorpreso.
– se ti da fastidio mandala via – rise tua madre avvicinandosi.
– nessun fastidio, davvero –
– visto? nessun fastidio, davvero – dissi tu – quindi? –
– decisa la piccola – disse lui.
– molto decisa – rispose per te tua madre.

Così ti porse una mano e ti fece fare tuffi per quasi tutto il pomeriggio.
Gli salivi sulle spalle esili, ma forti e ti buttavi in avanti e poi indietro riemergendo spruzzando acqua come un piccolo delfino.
I ricci stavano in acqua, al riparo dal sole in un secchio.
Alla sera li avreste mangiati tutti assieme seduti sulla terrazza di casa vostra.

E il giorno dopo lui sarebbe andato via e tu avresti aspettato il suo ritorno, estate dopo estate.

mare-6989

un sogno.

Stanotte ho fatto un sogno.

Ero in una casa, non la conoscevo ma era la nostra.
C’era un sacco di luce che entrava dalle finestre, un’aria fresca muoveva le tende bianche e si stava bene.
Ricordo che camminavo scalzo, mi muovevo in silenzio tra quelle stanze piene di libri e luce.

Una era enorme, con un grosso camino e una libreria che occupava tutta una parete, mi avvicino e vedo che sono tutti libri antichi, ne posso sentire l’odore solo sfiorandone le copertine.
Sono ruvide, ma piacevoli al tatto.

Ricordo una musica poi.
Sorrido.
Riconosco la tua voce che proviene dal giardino.
Guardo dalla finestra e ti vedo con un vestito verde che cammini e canti.
Rimango a guardarti per un po’.
Mi piace vedere come ti muovi.
La ballerina che è in te viene fuori in questi momenti, quando sei sola o pensi che nessuno ti guardi.
Accenni qualche passo di danza, poi ti fermi, inclini la testa e percepisci che ci sono io che ti sto osservando.

Ti giri e mi sorridi.

Nel sogno poi ci siamo noi due che siamo nel giardino, tra i fiori appena sbocciati e vorrei che nei sogni di potessero sentire il profumo e gli odori.
Mi tieni la mano ed è calda, ogni tanto appoggi la testa sulla mia spalla e mi guardi dal basso.

Sei bellissima in questo sogno.
Come nella realtà.
E siamo felici.

Mi sveglio e non sei accanto a me.

Ti vedo alla finestra, di spalle.
– vieni – mi inviti accanto a te.
– guarda che luna meravigliosa, sembra quasi di poterla toccare –
– è vero –
Mi abbracci.
Mi tieni stretto, forte.
– ti amo – mi dici con le labbra appoggiate sul cuore.
– ti amo – ti dico con il cuore appoggiato alle tue labbra.

il mare al mattino.

Ci eravamo sentiti da poco, stavo tornando a casa da un viaggio di lavoro e non vedevo l’ora di essere da te.

La strada era sgombra e cercavo di fare più in fretta possibile.
Ti avevo mandato un vocale per dirti che stavo uscendo dall’autostrada, ma non avevi risposto.
Molto probabilmente stavi già dormendo: erano le tre del mattino.
Non avevo voluto rimandare la partenza al mattino, volevo vederti prima possibile.

Parcheggiai la macchina sotto casa, quando aprii la porta c’era silenzio.
Avevi lasciato la luce accesa in sala, per non farmi entrare al buio, mi tolsi le scarpe ed entrai in camera.
Stavi dormendo praticamente seduta, un libro aperto accanto a te.
Eri crollata.
Mi facevi una tenerezza.
Ti rimasi a guardare per qualche minuto, poi mi andai a fare una doccia veloce.
Mi asciugai e mi misi al tuo fianco.

Mi piaceva guardarti dormire.
Eri così serena.
Mi avvicinai per darti un bacio sulle labbra.
– amore – dicesti nel sonno.
– dormi pulcina, sono arrivato a casa –
– abbracciami –

Ti feci piccola tra le mie braccia e ci addormentammo.
Fu un sonno breve, ma profondo.
Fu il sole a svegliarci, un’alba meraviglioso di fine primavera.

– buongiorno amore – ti dissi con un bacio.
– buongiorno a te amore mio –
Rimanemmo per qualche minuto fermi, a guardare il cielo passare dal viola al rosa.
Poi ci tirammo su.

– hai dormito abbastanza? –
– certo, non voglio perdere tempo a dormire, ce ne andiamo al mare? – proposi.
– sì! – esclamasti con l’entusiasmo di una bambina.

Ci preparammo velocemente e uscimmo di casa.
Per arrivare in spiaggia impiegammo una decina di minuti, non c’era nessuno e ci sedemmo sui piccoli sassi grigi.
Da dietro saremmo potuti sembrare due ragazzini che avevano passato la notte fuori.
E in fin dei conti ci sentivamo davvero due ragazzini.
La tua testa stava appoggiata alla mia spalla destra, i tuoi ricci neri mandavano un profumo di limoni di Sicilia.
– mi andrebbe un caffè –
– vado a prenderlo al bar e te lo porto? –
– ma va, ci andiamo assieme –

Ci alzammo e camminando vicino all’acqua arrivammo al bar.
Due caffè e due brioches.
Poi tornammo a guardare il mare, i gabbiani che si alzavano in volo seguendo banchi di pesci a noi celati; le alte grida nei cielo blu, terso come un cristallo.
Ci tenevamo per mano e parlavamo di quello che avremmo fatto quel giorno e per tutto il resto della nostra vita.

Parlammo di cosa avremmo mangiato a pranzo e di quanti figli avremmo avuto.
I loro nomi.
Ne descrivevamo già le caratteristiche fisiche.
Da chi avrebbero preso cosa.

Ti togliesti le scarpe e io feci la stessa cosa e così camminammo coi piedi in acqua e poi ci fermammo a un altro bar, un altro caffè e ci togliemmo i sassolini dai piedi.
Con calma tornammo a casa.
Con calma ti spogliai.
Con calma facemmo l’amore.
Piano.
Come le onde del mare.
Che continuano sempre con la stessa forza, lo stesso ritmo.
E ci amammo a lungo quella mattina.